Ibrahimovic: “Non lascio, ma serve equilibrio! E so cosa manca al Milan…”

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Davide Giovanzana
Nato in provincia nel 1997, Laureato in scienze della comunicazione. Ho studiato e lavorato con un solo obiettivo nella testa, rendere una passione il mio lavoro: raccontare il Milan alla gente del Milan. Ho un debole per le storie difficili e per gli underdog in tutti gli sport

A poche ore dall’ultima partita della stagione del Milan, la Gazzetta dello Sport ha intervistato Zlatan Ibrahimovic nell’ambito del lancio della sua nuova linea in collaborazione con il brand svedese H&M: come sta in questo momento Zlatan Ibrahimovic? La sua carriera continuerà? Con la maglia del Milan o con un’altra maglia?

Zlatan Ibrahimovic sulla sua nuova linea da allenamento “Selected by Zlatan”

«Incredibilmente solo una richiesta, fondamentale: comfort. Quando ti alleni devi sentirti bene in ogni movimento. Che tu faccia calcio, padel o corsa, conta poterti muovere liberamente. Comodo per me è fashion, al resto ha pensato H&M Move. Un grande lavoro di team, il risultato è top… Ma non dimentico da dove sono partito. Non avevo budget, però volevo la roba che indossavano i miei idoli, pochi, i professionisti che facevano sport ad alto livello. H&M Move è performante e per tutti, questo mi piace. Tutti possono avere quello che usa Ibra. Sono un workaholic, matto di lavoro. Più lavoro, più mi alleno, più mi sento vivo, giovane. Il lavoro torna. Qualcuno lo chiama sacrificio, per me è opportunità. L’allenamento allunga la vita. Questa mentalità conta più dei trofei? Un esempio lo diventi per come sei, per quello che fai. Io ho fatto di tutto per arrivare, partendo da poco. Con la disciplina e il rispetto. Se ci sono riuscito io, possono farlo anche gli altri. Se posso insegnare questo alle nuove generazioni, sono contento. Per questo provo a essere me stesso, sempre. E a dare indietro più possibile».

Zlatan Ibrahimovic sullo sport come inclusione

«Se posso aiutare i ragazzi che hanno meno possibilità, lo faccio col cuore, non con il cervello. Lo sport mi ha aiutato tanto (e Ibra ha aiutato lo sport). Mi ha dato fiducia. Un’identità. Sono cresciuto a Rosengård, un sobborgo di Malmoe. Quando ho iniziato a giocare, non mi sentivo benvenuto. Loro erano svedesi, biondi, io figlio di immigrati col naso brutto, i capelli neri, i denti storti… Con lo sport mi sono sentito qualcuno. È importante che ognuno trovi un posto dove sentirsi importante, per se stesso. I bulli sono gente debole, preferisco concentrarmi su quelli che subiscono il bullismo per dire loro che c’è aiuto. Che altri ci sono passati e sono riusciti a trovare forza, a vedere la luce. Se riesco a far sentire qualcuno di quei ragazzi come me, ho aiutato un po’».

Sul modello nella vita… e nel calcio: chi ha insegnato di più a Ibra?

«I miei erano separati: abitavo da papà e andavo da mamma a mangiare, perché papà lavorava e non aveva tempo. Come quando finisci la benzina e vai a farla… io avevo i miei posti dove mi ricaricavo, ma in realtà facevo le cose da solo. E quando chiedevo aiuto in giro, mi rispondevano che non si erano trovati nella mia situazione. Ho capito che dovevo trovare la strada da solo, sbagliare, correggermi e superarmi. Ancora oggi è così. Nel calcio ogni allenatore che ho avuto mi ha insegnato qualcosa. Anche Pep Guardiola? Sì, sì in un modo o nell’altro. Perché non è sempre tutto glamour, positivo, wow. Devi passare anche il buio per crescere. Se non sei abituato, quando arriva vai in confusione. Io ho passato il buio e la luce, per essere chi sono e dove sono. Per questo dico grazie a tutti gli allenatori. E a Mino Raiola: c’è stato sempre nel calcio e fuori. Un modello. Andavo da lui per sfogarmi, per avere risposte, litigavamo, ci abbracciavamo poi, si faceva tutto. E alla mia famiglia. Poi a Zlatan, secondo Ibrahimovic, terzo Ibra. Non è un segreto: Ibra è prima, seconda e terza persona».

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Zlatan Ibrahimovic sulla stagione che sta per terminare col Milan, tra la fatica e gli allenamenti per portare risultati

«Sempre, io devo sempre portare risultati. Quest’anno si giocava per 4 trofei, zero trofei alla fine. Non parliamo di insuccesso, di fallimento, ma non è andata come volevo. Lavori 11 mesi perché arrivi qualcosa, se non succede impari, cresci lo stesso, ma alla fine vuoi una ricompensa: il premio è il trofeo, non lo stipendio. Sto bene, sto bene. Ho lavorato tanto, ho forzato tanto, non solo quest’anno anche l’anno scorso. Ma quando ero k.o., la squadra aveva bisogno. E quando hai fatto una cosa per tutta la vita, quando sai cosa devi fare ma non riesci a farlo, allora… continui, perché non ti dai pace, io non mi do pace. Non ho trovato l’equilibrio. Quando arriva tutto, pam, subito arriva niente. Questo pensiero mi gira nella testa. La mia testa è troppo forte, mi sento Superman ogni volta che rientro, ma devo avere equilibrio. Ho forzato così tanto e non mi è tornato niente sinora. Perché se ti torna un po’ dai ancora di più, sennò dai dai dai, alla fine sei vuoto».

La storia di Zlatan Ibrahimovic al Milan è finita?

«No, no, non sono uno che molla. Ma ci deve essere anche gioia in quello che fai, non posso non avere pace in quello che so fare da n.1, giocare a calcio. Però non siamo ancora là. Penso che ho ancora da dare. Se penso di smettere? Non credo. Se devo continuare a giocare? Penso di sì. Ma devo trovare equilibrio come nella vita: se non hai serenità, stabilità, sei una bomba, le bombe esplodono».

Su Galliani e sulla chiamata del Monza…

«Mi chiama tutti i giorni da tre anni e mi dice sempre che Monza è bella, che c’è una bella natura, che sul tavolo c’è già il contratto. Ma non siamo là: io sono un giocatore del Milan e sono orgoglioso di esserlo. A una certa età non c’è più l’ego, non hai bisogno di dimostrare. È come Laureus, lo fai per dare, non per ricevere. Sono qua per aiutare il Milan, non come adesso. Voglio essere in campo, lì posso aiutare molto di più».

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Ibrahimovic sulla stagione del Milan: tra l’assenza dello svedese e le giocate di Leao

«Leao c’è, up and down come capita a tutti i giocatori. Bisogna trovare il livello massimo e stabilità per portare risultati. E ognuno lo troverà, col tempo. Quest’anno troppi up and down. Ma quest’anno giochiamo da campioni e tutti vogliono battere il Milan, questa squadra è la prima volta che gioca da campione (la squadra, non il club). Ed è il secondo anno in Champions: arrivare in semifinale è un grande step per noi. Cosa manca? Tempo per arrivare dove vogliamo arrivare».

Sull’Euroderby contro l’Inter e sulla finale di Champions League contro il Manchester City: da giocatore del Milan ed ex United, chi tiferà Zlatan Ibrahimovic?

«L’Inter è la più forte in Italia, sulla carta. Hanno molta più esperienza e giocatori che erano più pronti del Milan. Che non è una scusa, non ci sono scuse. Perché poi quando metti in campo 11 contro 11, da lì si gioca. E loro hanno fatto meglio di noi. Amici o nemici in finale di Champions League? Non posso tifare per nessuno, perché gioco nel Milan e l’Inter è in finale. Ho giocato nel ManUnited, il City è in finale. Spero sia una bella partita».

Zlatan Ibrahimovic continuerebbe con Paolo Maldini e Stefano Pioli al Milan?

«Cosa succede nel club non lo so. Io so che sto bene al Milan, Milano è casa mia. Del mio contratto non so nulla, l’anno scorso ho detto a Paolo: fai te. E mi è arrivato un foglio da firmare. Non so cosa c’è dentro, forse c’è un altro anno. A me basta sapere di essere un giocatore del Milan e allora so cosa devo fare. Il resto non mi importa. M’importa solo di tornare in campo, altrimenti la gioia diminuisce. È come se uno va al lavoro e non ha un ufficio. Sono due anni che non ho ufficio. Ho ancora voglia, ma serve equilibrio».

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Zlatan Ibrahimovic
Photocredits: Instagram @iamzlatanibrahimovic

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