Tomori al Champions Journal: “Sono grato di poter giocare nel Milan”

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Tomori al Champions Journal: “Sono grato di poter giocare nel Milan”

Durante la pausa nazionali è tempo di interviste. Questa volta tocca al nostro Fikayo Tomori, che sulle colonne del Champions Journal (magazine ufficiale della Uefa Champions League) si racconta a tutto tondo: dalle origini, ai primi passi da professionista fino ad arrivare al sogno di poter vestire la maglia rossonera.

Sugli inizi della sua carriera. Quando avevo circa cinque o sei anni, avevo alcuni amici della mia età nel sud-est di Londra. Mia madre un giorno riunì tutte le altre mamme e disse: “Diamo a questi ragazzi qualcosa su cui spendere le loro energie“. Quindi andammo in un centro ricreativo locale, e lì segnai tanti gol. Poi mi trasferì a Kent e lì gli allenatori dissero: “È bravo, assicuratevi di portarlo in un club“. Giocai inizialmente nella squadra della mia scuola, per poi passare al Chelsea all’età di sette anni.

Sul Canada, dove è nato. Sono nato in Canada e nonostante mi sia trasferito in Inghilterra prima di compiere un anno, il Canada fa comunque parte della mia storia. Tornavo molto là, ma poi è arrivato il calcio e giocavo quattro volte a settimana, quindi è stato sempre più difficile tornarci. Ma ho molti amici e parenti lì. Tengono sempre d’occhio quello che faccio. Ricevo tantissimi messaggi. Voglio tornare a salutarli, ma purtroppo non ho ancora avuto tempo.

Sulle origini nigeriane. I miei nonni sono di lì, i miei genitori anche e gli amici che ho a casa vengono tutti dalla Nigeria. I miei genitori da piccolo mi parlavano in yoruba, che è un dialetto locale, e grazie a loro capisco la lingua. Mi sento molto nigeriano, dalla cultura, alle abitudini, al cibo.

Sui primi anni al Chelsea. Quando sei bambino, giochi solo per divertimento e non sai mai davvero fino a che livello riuscirai ad arrivare. Poi man mano che diventi adolescente ti avvicini sempre di più alla prima squadra e cominci a prendere tutto più sul serio. Crescere al Chelsea mi ha decisamente formato: ho giocato con tanti calciatori e sono stato allenato da tecnici bravi. E poi ho avuto l’opportunità di giocare in prima squadra, un’esperienza che mi ha portato a dove sono oggi.

Sul momento della realizzazione. Sono riuscito ad iniziare la mia carriera tra i professionisti al Brighton, l’anno della promozione in Premier League, anche se lì non ho giocato molto. Il passo successivo è stato quello di andare in una squadra in cui avrei potuto ottenere più costanza e all’Hull City sono riuscito a farlo. Poi sono andato al Derby County, e lì credo che sia stato il momento in cui ho pensato: “Ok, forse posso davvero fare carriera“. Poi al Chelsea, tra 20 partite di Champions League e Premier League, mi sono detto: “Ok, adesso credo di poter giocare a questi livelli“. Però non dico che ce l’ho fatta perché sto ancora crescendo.

Sulla prima presenza in Champions League. Ho avuto la fortuna di debuttare con i ragazzi con cui sono cresciuto: Tammy Abraham, Mason Mount, Callum Hudson-Odoi e Reece James. Ascoltare la musica della Champions League è stato surreale. È stato un giorno speciale per me.

Sui ricordi di infanzia legati al Milan. Mi vengono in mente le notti di Champions League, anche se sfortunatamente la prima che mi ricordo è la finale di Istanbul. E poi ricordo di aver visto anche quella del 2007 ad Atene, quando il Milan vinse. C’erano tanti giocatori che ammiravo, uno su tutti era Kaká. Poter dire che faccio parte del club e vesto stessa maglia rossonera di certi calciatori è fantastico.

Sul confronto con Maldini e Baresi. Ho parlato con Paolo e mi ha detto come pensa che io possa migliorare il mio gioco, sia in termini di posizionamento che di possesso. Avere questo tipo di persone da cui imparare e da cui prendere consigli è qualcosa che non puoi comprare: sapere che mi stanno guardando è sicuramente una motivazione per me.

Sui giocatori inglesi al Milan. Quando sono arrivato, la gente mi parlava di tutti quelli che avevano giocato qui. E non erano nomi qualsiasi, erano grandi giocatori della storia dell’Inghilterra. Voglio fare grandi cose qui, proprio come loro.

Sull’amico Abraham e su Smalling. Tammy è un amico d’infanzia. Siamo cresciuti insieme e finiamo sempre per essere più o meno nello stesso posto, parliamo quasi ogni giorno perché siamo veramente grandi amici. Averlo qui e vivere insieme quest’esperienza è fantastico. Chris purtroppo non lo conosco, ma appena ci vedremo faremo sicuramente due chiacchiere.

Sull’allenarsi con Ibrahimovic. Marcarlo in allenamento è difficile. È troppo forte ed è troppo intelligente. Anche a quarant’anni si adatta abbastanza velocemente, è ancora molto acuto. E’ incredibile avere qualcuno come lui contro cui difendere, qualcuno che ha giocato ai massimi livelli per quasi tutta la sua carriera. E averlo nella tua squadra è decisamente meglio che non avercelo perché è un vincente. Guida molto il gruppo ed alza l’asticella.

Sulla città di Milano. Ho fatto un po’ di passeggiate, ma tra le tante partite che stiamo giocando e l’emergenza legata alla pandemia purtroppo non sono uscito molto. Comunque la città mi piace, spero di vederla meglio.

Sul trasferimento all’estero. Ho sempre voluto provare qualcosa in un altro paese, dalla cultura ai diversi tipi di calcio. Quando il Milan mi ha chiamato per me è stato uno shock, perché un colosso europeo ha deciso di scegliere me. Ed è stato decisivo ovviamente per prendere questa scelta.

Sul suo italiano. È ok. Sto capendo sempre di più. Quando il mister parla nelle riunioni capisco quasi tutto. Ma devo ancora lavorarci.

Sulle differenze tra Londra e Milano. Essendo cresciuto nella capitale, posso dire che Londra è più veloce e caotica di Milano. E’ una città dove sembra che tutti abbiano fretta. A Milano tutto è un pochino più lento e il modo di vivere è più facile. E questo mi va bene perché per attitudine sono una persona tranquilla. Ed ovviamente in Italia il meteo è migliore.

Sul rendersi conto di giocare nel Milan. Quando ho firmato e mi hanno dato per la prima volta una borsa con sopra lo stemma del Milan, ho pensato: “Wow, sono qui, sta succedendo. È tutto vero“. Mio padre guardava il calcio negli anni ’80 e ’90, quando il Milan vinceva le Champions League ed era la migliore squadra del mondo. Per lui è pazzesco che io sia qui e io sono davvero, davvero felice e grato di giocare nel Milan. Se dovessi ritirarmi oggi o se dovesse succedermi qualcosa (Dio non voglia) potrei dire: “Sì, ho giocato per il Chelsea, per il Milan e sono riuscito a vestire la maglia dell’Inghilterra“. Pensarci è da pazzi.

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photocredits: Champions Journal

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