Superlega – Come un fulmine a ciel sereno?

Superlega

Superlega – Il progetto Superlega non è un fulmine a ciel sereno. Non lo è nei fatti e non lo è neanche considerando i molti segnali inviati dai vertici dei grandi Club che l’hanno fondata.
Questi ultimi rappresentano la parte trainante del fenomeno calcio a livello planetario, sia per lo spettacolo sportivo messo in campo, sia per le passioni che riescono a suscitare in centinaia di milioni di tifosi sparsi per il mondo sia, ovviamente, per il giro di affari che generano a favore di tutto il movimento e di cui intercettano – a loro avviso – una parte ancora troppo piccola.

Chi di noi biasimerebbe chi sopporta da solo gran parte dei costi di un’impresa e poi si ribella se si pretende che i risultati ottenuti vengano distribuiti secondo altri criteri?

Il fatto è che UEFA e FIFA potevano e dovevano agire molto prima. I due organismi che governano il calcio europeo e mondiale – non nascondiamoci dietro un dito – non sono certo una pia confraternita dedita alle opere di bene, ma organizzazioni che gestiscono tanto potere ed enormi affari (con il corollario dei relativi scandali).
Entrambi hanno scientemente deciso di andare avanti per la loro strada, quella di sempre, pensando che non fosse necessario prestare seriamente attenzione alle richieste dei grandi Club. Hanno invece preferito praticare la politica della distribuzione delle risorse secondo criteri che, più che meritocratici, sembrano utili al mantenimento dello status quo (il loro), continuando a ritagliarsi una fetta considerevole delle risorse economiche generate dal calcio (o meglio dalle squadre di calcio) che governano.
Il calcio moderno è ormai in larghissima parte un fenomeno definito sportivo, ma che di sport – quello dell’originario spirito olimpico – non ha più molto.

Gli interessi in gioco sono colossali e l’attuale struttura della sua organizzazione, a qualsiasi livello, certamente non tiene fuori dalla porta quelli forti e particolari. A partire dall’amministrazione del Financial Fair Play da parte della UEFA – che tutto ha generato, salvo il preteso calmieramento dei costi dei club e la relativa perequazione fra squadre, secondo i tanto abusati principi di meritocrazia – fino all’assegnazione da parte della FIFA dei mondiali di calcio al Qatar, a dispetto di molte opinioni contrarie, per motivi anche molto diversi, alcuni tecnici, altri di opportunità “politica”, tutti riportati e dibattuti sui media.

Quel Qatar che tramite il proprio fondo sovrano (il suo ricchissimo braccio finanziario) è proprietario del Paris Saint Germain che, con l’acquisto di Neymar e Mbappé per un costo complessivo di ca. 400 milioni di Euro e un ingaggio di ca.
40 milioni netti all’anno, ha fatto lievitare ulteriormente le valutazioni del calciomercato, a dispetto dei tanto invocati principi di “fair play” finanziario, di contenimento delle spese di gestione delle società sportive e di concreto riequilibrio fra i club europei.

Ma il bello del calcio, il gioco definito “più democratico” al mondo, non sta proprio nella possibilità per le piccole squadre di potersela giocare con le grandi, ad armi pari? Certo. Finché ad armi pari si intenda solo la possibilità di schierare entrambe le squadre undici giocatori. Tutte le altre differenze, sul campo e fuori dal campo, non vanno considerate…

E non mi meraviglia neanche il fatto che la politica al più alto livello si sia espressa tanto duramente contro la Super League. Ha innanzitutto cavalcato le prime emotive reazioni della popolazione (che non fa mai male) e poi pensato agli effetti sulla gestione del potere, economico e non solo, che lo sport esercita.
Boris Johnson, primo ministro britannico, ha chiaramente visto il primato mondiale della Premier League sciogliersi come neve al sole. E con esso, oltre all’orgoglio nazionale, il colossale giro di affari annuo del football che tanto contribuisce al Prodotto Interno Lordo della Gran Bretagna, entrambi in cerca di puntelli post Brexit.
Ma il più grande paradosso è dato dalla manovra a tenaglia di UEFA e FIFA, da una parte, evidentemente parti in causa, che hanno evocato terribili rappresaglie sia nei confronti dei club “scissionisti” sia nei confronti dei giocatori, minacciati di non poter giocare nelle proprie nazionali, e dall’altra dei governi europei, alcuni dei quali hanno paventato l’introduzione di nuove norme penalizzanti per convincere i fondatori della Super League a tornare sui loro passi.

UEFA e FIFA minacciano di escludere dalle loro competizioni squadre e giocatori che costituiscono proprio l’elemento di maggiore attrazione ed interesse per tifosi, sponsor e media, mentre dovrebbero riflettere (e magari provare a trovare una soluzione) sulla realtà che non hanno voluto prendere in considerazione prima, quando forse erano ancora in tempo (Financial Fair Play, ridefinizione delle competizioni sportive, valorizzazione del prodotto calcio – ancora di molto inferiore a sport che hanno un seguito molto inferiore a livello globale – e ripartizione delle ricadute economiche).

I governi minacciano, dal canto loro, l’introduzione di norme che colpirebbero in modo selettivo la libertà di gestione di club che oggi decidono in autonomia, com’è giusto che sia, le proprie scelte sportive, i propri investimenti, i contratti di sponsorizzazione, ecc., e che domani sarebbero costretti a disputare competizioni sportive alle quali non vogliono prendere parte perché intendono organizzarsene di proprie.

È già successo in Europa nel basket e nel rugby e nulla di tutto questo è successo. Solo perché gli interessi economici e politici erano molto più limitati, evidentemente, perché dal punto di vista sportivo non vedo grandi differenze.
Infine, c’è qualcuno che pensa veramente che la situazione si risolverà a colpi di decreti e di espulsioni dalle federazioni sportive? C’è qualcuno che pensa veramente che un campione del calcio (ma anche allenatori ed arbitri) rinuncerà agli ingaggi che solo i club della Super League potranno assicurare mentre le altre squadre, qualora escludessero dalle competizioni nazionali i grandi Club, raccoglieranno solo una frazione dell’interesse del pubblico, degli sponsor e dei media, con il conseguente ulteriore impatto economico?

photocredits thesuperleague.it

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