Serginho: “Al Milan per Cesare ero un figlio. A Paolo dicevo…”

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Andrea Roderi
Studente universitario, appassionato di radio, podcast e Milan. Aspirante giornalista professionista.

Serginho a Dazn parla del suo Milan, di Paolo Maldini e del calcio italiano di fine secolo. Il futuro di Ancelotti, invece, sarà verdeoro.

Serginho è tra gli ex grandi calciatori del Milan a essere spesso di fronte alle telecamere. Sempre simpatico, sereno, con una parlantina in italiano corretto mischiato a un evidente accento brasiliano. Questa volta è passato dai microfoni di Dazn per il format “Un’altra storia”, condotto da Pierluigi Pardo. I temi principali sono i “grandi classici”: il Milan di Ancelotti, di Berlusconi, l’arrivo in Italia. C’è spazio anche per il prossimo Brasile di Carletto, in un momento molto difficile e di cambiamento per la nazionale verdeoro.

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L’arrivo di Serginho al Milan (e in Italia)

Serginho arriva al Milan nell’ormai lontano 1999, dopo tre stagioni vissute al San Paolo. L’amore con il Milan sboccerà subito e durerà sportivamente fino alla stagione 2007-2008, dopo 281 partite giocate, 24 reti segnate e una marea di trofei in bacheca. L’approccio con il calcio italiano, per un terzino brasiliano, non è stato affatto semplice: “Nel ’99 era impossibile trovare un terzino sinistro molto offensivo, quindi nei primi mesi ho sofferto un po’, la cultura del calcio italiano era questa”. Niente saudade, però, solo grandi cambiamenti a cui adattarsi: “Arrivare al Milan è stato un cambiamento importante, sono tornato indietro per rivedere il mio modo di giocare e adattarmi al calcio italiano. Ho cambiato il cibo, è cambiato il clima e anche il numero dei tacchetti che si potevano indossare”. La fortuna, naturalmente, è stata potersi inserire in un gruppo che credeva a un calcio meno abbottonato, più offensivo: “Ho avuto la fortuna di avere un presidente a cui piaceva il calcio fantasia, l’improvvisazione brasiliana. Ho avuto fortuna di avere anche un gruppo che capiva l’importanza della fantasia. Se togli quello ai calciatori sudamericani, gli togli il cinquanta percento della forza”.

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Il rapporto con la squadra

Serginho non era l’unico brasiliano in quel Milan fatto di stelle del presente e del futuro. Con lui c’era anche Leonardo. Gli amici principali, però, erano autoctoni: “I miei amici, che mi hanno supportato, nel Milan erano Rino, Ambrosini, Paolo, Pirlo”. Il legame più stretto, però, è stato con il leggendario capitano, ma anche con papà Cesare (DT del Milan nel 2001): ” Cesare Maldini mi diceva che ero suo figlio quando era mio allenatore, quindi ero “fratello” di Paolo.  Paolo si lamentava con me e mi diceva “Sergio, devi tornare”. Io rispondevo: “Dillo a tuo papà, mi ha detto lui di andare avanti”. Dal numero 3, Serginho ha imparato molto, abbastanza da diventare una delle colonne del Milan campione di tutto: “Paolo era uno di quei giocatori che guardavo quando ero bambino. Avevamo stili di gioco molto diversi, lui era molto più difensivo, ma da lui ho imparato moltissimo. Con lui e Nesta (e Gattuso) non dovevo certamente occuparmi io delle marcature, no?”.

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Il Brasile di Carlo Ancelotti

A fine stagione, dopo l’addio al Real Madrid, Carlo Ancelotti diventerà commissario tecnico della Nazionale più vincente di sempre, il Brasile. Serginho lo ha – come tutti sanno – avuto come allenatore al Milan, e lo mette in guardia sulle difficoltà del nuovo ruolo: “Il momento è difficile, c’è un cambio di generazione con la “fine” di Neymar. Sarà difficile per Ancelotti, dovrà avere persone di fianco per capire il calcio brasiliano e la stampa brasiliana. L’importante è che la responsabilità non cada solo su di lui ma su tutto il gruppo”. Un lavoro complesso, perfetto per un allenatore che ha dimostrato più di una volta di saper compiere imprese eccezionali. Al Milan, Serginho lo ricorda così: “Ha avuto un impatto grandissimo per me. Aveva una valutazione di ogni singola persona, capiva molto di calcio e aveva una grande sensibilità verso ogni giocatore. Credo che questo sia stato l’elemento principale del Milan campione, dava valore a tutti i giocatori e non era una persona permalosa. Riusciva a discutere di ogni cosa in campo, si confrontava con noi che eravamo in campo, lasciava molto liberi i giocatori di prendere le proprie decisioni”. Ancelotti: buon lavoro e buona fortuna, parola di Serginho. Le sue sgroppate, soprattutto in occasione del derby vinto 6-0, rimarranno per sempre negli occhi dei tifosi del Milan.

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