Foschi: “Abbattere San Siro? Sarebbe come abbattere la Scala”

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Davide Giovanzana
Nato in provincia nel 1997, Laureato in scienze della comunicazione. Ho studiato e lavorato con un solo obiettivo nella testa, rendere una passione il mio lavoro: raccontare il Milan alla gente del Milan. Ho un debole per le storie difficili e per gli underdog in tutti gli sport

L’ex DS Rino Foschi, che è stato anche presidente del Palermo, è stato intervistato dai microfoni di Tuttosport: Elliott, i fondi, Maldini e San Siro tra gli argomenti trattati. «Una volta c’era una certa passione, mentre le proprietà di oggi hanno invece la passione nel business. Non c’è l’attaccamento alla maglia, ma senza di loro saremmo messi peggio. Io sono sempre dalla parte dei Cairo, degli Agnelli, dei De Laurentiis, ma in Italia c’è bisogno di gente che investa. Attenzione, però, non tutti i fondi sono in grado di fare bene. E sinceramente non so fino a quanto trend durerà».

Una sfida nella sfida.
«Il Torino mantiene la categoria, anche se sicuramente i tifosi non sono contenti, dato che dall’altra parte c’è la Juventus. Cairo però sta facendo bene, la società non è indebitata, ha fatto cose pregevoli, sta migliorando. È uno che non butta via i soldi, non si rovina, né vuole far fallire la società, come già accaduto. Avercene di Cairo. Il Milan invece ha cambiato. Doveva entrare un gruppo molto importante, ma appena hanno visto che non si potesse costruire rapidamente lo stadio nuovo, hanno mollato. Poi è arrivato RedBird».

Dopo però la conquista del campionato da parte di Elliott.
«Hanno vinto lo scudetto da non favoriti. Maldini e Massara hanno lavorato ottimamente, sono due dirigenti che hanno mostrato le proprie qualità. Io però resto per le proprietà italiane, ma è impossibile avere oggi i Ferlaino o i Moratti della situazione».

Una volta il presidente si innamorava del calciatore e non badava a spese. Oggi tutto passa attraverso la solidità del bilancio.
«Oggi è impossibile per i nostri club acquistare i calciatori più forti del mondo. Qui non vengono più. Possono farlo solo i gruppi stranieri. In Italia non abbiamo i proventi di cui godono all’estero. Noi non riusciamo ad ammortizzare lo stipendio dei grandi campioni».

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Ma è preoccupato che la tendenza porti sempre più verso i fondi?
«Io ne ho parlato con gli addetti ai lavori. Ora sono a casa in sofferenza. E non voglio che sembri che sputi sul piatto in cui ho mangiato. Il punto è che io mi sento un passionale e noi in Italia adesso dobbiamo subire. Si è passati da quella spinta viscerale, ad un’industria. 2+2 fa 4. 4+4 fa 8. Devono tornare i conti. Che devo dire? Ben vengano se non c’è altro, ma il calcio di cui sono innamorato io, era diverso».

Quali possono essere i pregi e i difetti maggiori di una proprietà col presidente classico? E quelli invece dei fondi?
«Io dico solo che oggi non è più il calcio degli anni ’80 e ’90. È un’altra cosa. Dove andremo? Non lo so. È doveroso ricordare che pure in passato ci siano stati tanti fallimenti. Ma oggi è tutto business. Per me demolire San Siro sarebbe come buttare giù la Scala. Io ho sempre lavorato con la passione, come le dicevo. E con presidenti passionali, alla Zamparini».

Con lui costruì un Palermo fortissimo, capace di meritarsi l’Europa. Oggi i rosanero appartengono ad un fondo. Che effetto le fa?
«Noi abbiamo riportato il Palermo in serie A dopo 34 anni, sfiorando pure la Champions League. Avevamo in squadra diversi giocatori che sarebbero diventati campioni del mondo. Successivamente ho fatto anche il presidente, oltre al direttore sportivo. La società era stata venduta ad un gruppo inglese e io credo pensassero solo al loro bene. Resto confuso, amareggiato, molto arrabbiato per quanto successo all’epoca, fu un’ingiustizia incredibile. Ovviamente il City Group non c’entra nulla con quanto accaduto».

Vorrebbe lavorare per un fondo?
«Per forza, ma solo in un certo modo. Oggi non si capisce se la figura del ds sia più importante, o meno, di quella del procuratore o del procacciatore di affari. È cambiato tutto. E quelli che la pensano come me sono un po’ scomodi».

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San Siro
Photocredits: acmilan.com

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