Sacchi: “Napoli bellissimo, ma il rischio è dietro l’angolo”

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Davide Giovanzana
Nato in provincia nel 1997, Laureato in scienze della comunicazione. Ho studiato e lavorato con un solo obiettivo nella testa, rendere una passione il mio lavoro: raccontare il Milan alla gente del Milan. Ho un debole per le storie difficili e per gli underdog in tutti gli sport

Intervistato dalla Gazzetta dello Sport in edicola, Arrigo Sacchi ha rivelato i segreti del Napoli di Spalletti, squadra che ha sorpreso in questa prima fase di stagione: «In un calcio italiano, che fa del tatticismo e della furbizia le armi principali, ricercare lo spettacolo come il Napoli è un punto di merito. Poche squadre in Europa stanno in campo e si muovono come quella di Spalletti. Davvero bravi: giocatori, e allenatore».

Ci spieghi come si sviluppa la manovra offensiva.
«Si deve partire da un concetto: la distanza tra attacco e difesa non deve mai essere superiore ai 20-25 metri. In questo modo c’è collaborazione, c’è comunicazione e si arriva più in fretta all’interiorizzazione del gioco. Il Napoli attacca in undici e difende in undici: non è poco».

Palla al regista, cioè a Lobotka, e…
«Le azioni si sviluppano quasi sempre in verticale, raramente ci sono tocchi laterali se non per trovare il varco giusto. In sostanza, un attaccante viene incontro al portatore di palla e un altro si butta nello spazio per ricevere il passaggio in profondità. Non sono movimenti difficili, ma prevedono una perfetta sincronia e lungo lavoro in allenamento».

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In soldoni, Raspadori arretra, Politano e Kvara sgommano e Lobotka sceglie chi servire?
«Proprio così. I difensori avversari sono sempre preoccupati da questi rapidi movimenti perché sanno di poter essere attaccati alle spalle. Se invece si pratica un possesso-palla orizzontale le retroguardie fanno in tempo a sistemarsi e a chiudere tutti i buchi».

E quando al posto di Raspadori c’è Osimhen?
«Non cambia nulla. Lo spazio lo attacca Osimhen, mentre uno dei due esterni d’attacco, che sia Kvara, Politano o Lozano, accorcia e va incontro al centrocampista in possesso di palla. Nel calcio moderno ricevere il pallone da fermo significa consegnarsi all’avversario: il Napoli non corre questo rischio. È una squadra “movimentista”, nessuno è mai bloccato sulla propria posizione».

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Anche alla Roma Spalletti aveva provato questi attacchi verticali, con Totti che arretrava e Taddei e Mancini che si fiondavano negli spazi.
«Sì, ma la Roma non era così coordinata come questo Napoli. I reparti erano molto distanti, non c’era comunicazione. Qui, invece, Spalletti sta facendo qualcosa di veramente notevole. Di moderno, direi. Anzi: qualcosa di europeo. A tratti, per il modo di attaccare, ricorda il Liverpool di Klopp, quando i Reds avevano più voglia di correre e di smarcarsi di quella che hanno adesso… La cosa è resa possibile a Spalletti perché ha giocatori intelligenti, disponibili, che mettono entusiasmo e volontà nel lavoro».

Un difetto?
«C’è il rischio che tutti si sentano già arrivati. Ora sono un collettivo e giocano da collettivo. Se cambiassero, non sarebbero tanto belli».

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Arrigo Sacchi

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