il 09/07/2023 alle 11:01

Sacchi: “Il calcio è un film: vi spiego perché il copione può non essere all’altezza”

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Sacchi se la prende con la corsa agli attaccanti: “Da soli non bastano”

Tante voci in questo calciomercato, specie tra le big, sui centravanti: Arrigo Sacchi spiega a La Gazzetta Sportiva perché nel calcio non è l’unica cosa che conta per fare gol. Sacchi, storico allenatore del Milan, cita anche la sua vecchia squadra rossonera per dimostrare la sua teoria sull’attacco. Sul quotidiano di questa domenica scrive un editoriale tattico ma soprattutto di concetto. Di seguito, il suo pensiero sempre molto attenzionato da tifosi ed esperti.

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La sua opinione

“Secondo una consuetudine che si è consolidata nel corso dei decenni, appena parte il mercato scatta la corsa agli attaccanti – esordisce Sacchi. Grandi o meno grandi che siano”.

“È una specie di regola non scritta alla quale il mondo del calcio si attiene: acquistare il centravanti, magari forte, è un fiore all’occhiello da esibire ai tifosi. D’accordo, comprare l’attaccante è importante, ma ancora più importante è avere un gioco d’attacco che metta questo elemento nelle migliori condizioni per fare gol. Già, perché spesso noi italiani ci dimentichiamo che il calcio è un gioco collettivo e che in una squadra ci sono undici uomini e che tutti devono (dovrebbero) contribuire a costruire la manovra, ad arginare quella avversaria, a creare emozioni e a generare spettacolo”.

Però, per Sacchi c’è un problema: “Viviamo in un Paese che ha fatto dell’individualismo la propria bandiera, il gioco di squadra è completamente sconosciuto in tutti gli ambiti della società. Anche nel calcio”.

Il riferimento al suo Milan

L’ex tecnico passa così a parlare del suo passato: “Io ho vinto lo scudetto nel 1988 con il Milan e non ho avuto a disposizione per quasi tutto il campionato un certo Marco Van Basten, che era infortunato. In attacco, oltre a Virdis e a Gullit, utilizzavo spesso Massaro che era bravissimo nei movimenti senza palla. E Virdis, in quella stagione, realizzò 11 gol. Pensate che ne fece uno in un derby contro l’Inter rubando il pallone in pressing a Passarella”.

In merito a quella sfida, Arrigo Sacchi svela un retroscena: “Dopo quella partita mi telefonò il grande Italo Allodi e mi disse: «Se hai convinto Virdis a fare pressing, sei davvero un grande!»”.

“Il fatto è che quel Milan – prosegue – come tutte le squadre che hanno segnato un’epoca, aveva un gioco e questo deve essere il compito di tutti gli allenatori. Fatevi comprare tutti i centravanti che volete, quelli alti o quelli bassi, quelli bravi di testa e quelli abili nello stretto, ma alla fine ricordatevi che alle vostre squadre serve un gioco affinché questi calciatori non si sentano mai soli”.

Su Guardiola, del quale ha più volte parlato bene: “Ha saputo vincere con il centravanti e senza il centravanti. E lo ha fatto perché alla base delle sue idee c’è appunto il gioco. Adesso ha un fenomeno come Haaland e cerca di metterlo nelle migliori condizioni per battere a rete, però ha dimostrato, ad esempio ai tempi del Barcellona, di potersela cavare anche senza un attaccante strutturato”.

Infine, Sacchi chiude così il discorso sulla punta: Il punto fondamentale è che nel calcio di oggi i giocatori devono essere sempre in posizioni attiva, con o senza il pallone. Devono partecipare alla manovra, non possono aspettare il passaggio da fermi, altrimenti sono facili prede degli avversari. I centravanti moderni hanno l’obbligo di farsi trovare sempre pronti al suggerimento in ogni posizione del campo. A volte sono proprio loro a dover dettare il passaggio con movimenti in profondità che vanno ad attaccare i difensori alle spalle”.

“Quindi, ricapitolando: va bene cercare gli attaccanti, va bene inseguirli e corteggiarli, ma poi bisogna avere un gioco d’attacco che li esalti. Penso a Maurizio Sarri, ad esempio, che i suoi centravanti li mette sempre in condizione di segnare: al Napoli con lui Higuain ha fatto il record di gol e Mertens, dopo l’infortunio di Milik, si è inventato in quel ruolo e ha segnato con impressionante regolarità. Perché c’era un gioco che supportava la loro azione, c’era una trama. Il calcio è come un bel film: puoi avere gli attori più bravi del mondo, ma se il copione non è all’altezza si rischia il fiasco”.

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