Ritratti: Manuel Rui Costa

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Uno strano punto di partenza

10 aprile 1983. Lo stadio è quello di San Siro ma giocano quelli brutti: Inter – Avellino due a zero. Cosa ci faccio lì dentro? Presto detto: il mio migliore amico dell’epoca gioca una partita contro le giovanili dell’Inter (12 anni) e ci regalano i biglietti per andare a vederlo. Il padre, che è rossonero di quelli veri, mi chiede: “Pensi di farcela?”. E come no? Per un amico faccio questo e altro. Babbeo! Quando gioca il mio amico nessun problema. Ma all’arrivo dei tifosi tristi e della squadra con i colori sbagliati resisto sette minuti. Sette. All’ottavo ho già i conati per il loro atteggiamento verso la squadra, gli avversari, il calcio. Da loro ci sono Collovati, Altobelli e Bagni che mi stanno pesantemente sui cosiddetti anche se ho solo dodici anni e nemmeno mi fanno vedere Juary che hanno preso per sbaglio dall’Avellino; ne volevano un altro, la trattativa salta e loro si tengono il ragazzo che festeggia intorno alla bandierina. Magra consolazione, vedere con gli Irpini il peruviano Barbadillo che, insieme al connazionale Uribe in forza al Cagliari, tanto ci aveva preoccupato nel girone di qualificazione di Spagna ’82. Al secondo gol di Bagni giuro a me stesso che non entrerò mai più nel mio stadio colorato con i colori sbagliati e che in trasferta non andrò mai più in vita mia.

La maglia del Milan

Non ho mai avuto, e probabilmente mai avrò, il feticcio delle maglie. Fin da quando ero bambino la maglia è sempre stata un oggetto sacro, la divisa dei miei eroi; pensavo che ne dovessero produrre solo ventidue per i calciatori mentre i comuni mortali come me devono solo difenderla, ciascuno nel suo piccolo. Chi gestendo la società, chi allenando, chi correndo sul campo e io, modesto tifoso, cantando a squarciagola e spellandomi le mani sugli spalti. L’onore più grande.

Mai comprato una maglia, la mia divisa da stadio era la sciarpa del Milan o del mio gruppo. E ne sono sempre andato fiero. La maglia ce l’ho tatuata sul cuore.

Esagerato, vero? Ma dovete perdonare un ragazzino che ha vinto la stella, è retrocesso due volte in serie B (mentre gente che ha rubato a piene mani è stata graziata) e ha dovuto sopportare sberleffi di ogni tipo. Il proverbio dice che quello che non strozza, ingrassa; facendo parafrasi calcistica diventa “quello che non ti fa smettere di tifare, ti trasforma in un assatanato”.

Eccezzziunale Veramente

“Bene o male gestisco la Fossa. Scusa se è poco. Scusa se è poco.” dice Diego Abatantuono nei panni di Donato Cavallo, il Ras della Fossa. Ma lo dice quando, in camera da letto di Laura Antonelli (beato lui…), sta architettando un sotterfugio per stare con lei e per andare a vedere “Milangiuventus” (cit.). Perché, prima o poi, si fanno delle eccezioni. Capita. Anche il piccolo assatanato che aveva giurato che “mai la maglia del Milan” e “mai in trasferta” le sue eccezioni le ha fatte ma, per venire meno alle sue ferree convinzioni, ha dovuto aspettare un giocatore eccezzziunale veramente.

Già perché mentre tutti decantavano le doti, peraltro innegabili, di Omar Gabriel Batistuta io ho sempre guardato a quello che gli passava la palla, Manuel Cesar Rui Costa. Maglia viola numero dieci, un’intelligenza calcistica rivoltante e la forza, e la voglia, di sacrificarsi per la squadra. In sette anni a Firenze, oltre alla corsa, la leadership e gli assist mette 50 (diconsi cinquanta) gol per i suoi.

Cosa aspettiamo a prenderlo!?

Miti e leggende

Eusebio, leggenda e, per anni, plenipotenziario del Benfica, vede giocare Manuel a cinque anni, lo porta nelle giovanili a nove e lo fa esordire a diciotto. Il Benfica non ha mai detto no alla valuta estera e, quando la Fiorentina spedisce a Lisbona undici miliardi del vecchio conio, mette O Maestro (soprannome azzeccato…) su un aereo con destinazione Firenze-Peretola.

Due Coppe Italia ed una Supercoppa Italiana (vinta proprio contro il Milan) dopo, la Viola annaspa in cattive acque e il prode Galliani di miliardi ne mette sul piatto ottantacinque (di miliardi) costringendo Silvio Berlusconi a pronunciare una battuta che diventa famosa: “Rui mi Costa troppo”.

Firenze è, come successo più volte, una polveriera; il ragazzo nicchia perché sente il peso della responsabilità di numero, maglia e fascia che sono stati appannaggio di leggende della storia gigliata come Antognoni prima e Roberto Baggio poi. La leggenda vuole che a farlo capitolare sia una frase di Silvio Berlusconi che lo invitava a venire al Milan perché: “A noi servono sì i campioni, ma anche uomini intelligenti” (cit. o giù di lì). O Maestro, che sa di essere un campione ma è, soprattutto, un ragazzo intelligente capisce la musica e diventa, nella vulgata pelegattiana, “il Musagete” che è uno degli appellativi del dio Apollo in quanto capo e guida delle Muse. Sempre a proposito di miti.

Buon compleanno

“Quest’anno il regalo di compleanno te lo faccio un po’ prima”. Guardo strano mia sorella mentre mi consegna un pacchetto che apro senza capire il perché di quei quattro mesi di anticipo. “So che non vuoi la maglia ma forse puoi fare un’eccezione…” Srotolo la maglia di Manuel con il suo numero e quasi i commuovo. “Scusa se è poco…” diceva Donato Cavallo e anche io faccio la mia prima eccezione. La seconda arriva pochi giorni dopo quando mi chiama un amico che mi notifica (non dice, notifica) che ha preso per tutto il nostro gruppetto di amici di stadio, i biglietti per la trasferta di Brescia. Non obietto nemmeno; primo perché le partite a Brescia, in virtù di un gemellaggio splendido, sono match giocati in casa pur a ottanta chilometri da San Siro e poi perché c’è lui, Manuel. Posti caldi in vita mia ne ho visti ma il 26 agosto il “Rigamonti” è un angolo di inferno mitigato da quattro caritatevoli pompieri che aprono i rubinetti antincendio, attaccano un manicotto e fanno piovere gocce di fresco sulle nostre teste; “Il pompiere paura non ne ha”, ringraziamo a modo nostro. Finisce due a due (male), Manuel si rompe una mano (malissimo) mi scotto testa, schiena e collo (malissimissimo) ma sono andato in trasferta con la mia maglietta di Rui Costa. Giornata che mettiamo tra i regali di compleanno meglio riusciti. E tra le eccezioni.

La sua maglia rossonera

La prima stagione in maglia rossonera è “un po’ così”. Il Milan di Terim è strano e dura poche settimane, quello di Ancelotti è pallido fino a fine stagione. Andrà meglio il prossimo anno… Infatti, il Musagete è uno dei protagonisti di quella meravigliosa cavalcata che porta alla finale di Manchester. Segna poco Manuel nel Milan (11 gol in 192 partite) ma delizia i milanisti con degli assist meravigliosi, alcuni sono vere e proprie pennellate alla Van Gogh sulla tela verde del campo di calcio. Nella prima partita del girone di Champions i Milan và a La Coruna e segna quattro gol; passaggio decisivo a Seedorf e tre assist per altrettanti gol di SuperPippo Inzaghi. Mostruoso.

Per carità, se in carriera passi il pallone a Batistuta, Sheva e Inzaghi è probabile che si trasformino in gol. Però certi passaggi li devi pensare (prima) e fare (dopo). Ma vogliamo parlare di “Quel” passaggio, quella specie di endecasillabo sciolto lungo trenta metri che compone sul campo di patate di San Siro? Andreino nostro deve solo rallentare una frazione di secondo e impallinare il povero Casillas. Oppure i cross, sempre per la testa di Sheva nella finale di Supercoppa Europea contro il Porto e nel derby? O l’assist per Inzaghi nel derby. Scegliete voi il più bello, io li prendo tutti quanti e li metto in un manuale di tecnica calcistica.

Il “passaggio” più bello

Estate a Milanello. Tre uomini stanno guardando il primo allenamento di un ragazzino che si è presentato con gli occhiali alla Harry Potter a Carnago mentre tutti si guardavano con la domanda inespressa ma chiaramente dipinta sul volto: ma chi è ‘sto “sfigato”? Pronti via, lo sfigato prende la palla e comincia a fare delle cose sul prato che non si vedevano da parecchio tempo. Una, due, tre volte. L’ultimo dei tre soggetti a bordo campo tira fuori la testa dalla fila e guarda quello con il sopracciglio alzato: “Mister, gioca lui la prossima…”

Mai una polemica, mai una parola fuori posto anche se il ragazzino occhialuto e predestinato gli sta sfilando il posto in squadra. Carlo lo fa giocare ogni tanto mezzala, ma non è cosa. Troppo delicati gli equilibri in quel centrocampo che non può fare a meno della corsa di Gattuso, della regia di Pirlo, del tocco in più di Seedorf e della verticalità di Ricky. Meglio “accontentarsi” di far crescere quel gruppo fantastico e alzare trofei. Poi, sempre senza fare polemiche andare a chiudere la carriera a casa, allo “Stadio Da Luz”, lo stadio della luce. Che, come nome dello stadio dove Manuel chiude la carriera, ci pare decisamente appropriato.

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