RITRATTI: Gennaro “Rino” Gattuso

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Albert Einstein sosteneva ci fosse “una forza motrice più potente del vapore, dell’elettricità e dell’energia atomica: la volontà”: volendo adattare il concetto al mondo del pallone, nessuno riuscirebbe ad incarnarlo meglio di Gattuso.

Ivan Gennaro Gattuso, Rino per i tantissimi che gli vogliono bene, è cresciuto scrivendo “Forza Milan” sui muri di Corigliano Calabro, con la passione sfrenata per il calcio (e, ovviamente, per il Milan) trasmessagli da papà Franco, attaccante di buon livello arrivato sino alla serie D, ed il sogno neanche troppo segreto di diventare calciatore. Passione per il calcio e sogno di diventare calciatore, non proprio il massimo dell’originalità per un ragazzo nato in Italia alla fine degli anni 70, specie in quella terra magnifica, magica e difficile che è Mezzogiorno. Una terra nella quale, più che altrove, non potevi sperare che qualcuno ti scoprisse, a meno che non possedessi un talento fuori dal normale: qualità, questa, certamente non attribuibile a Rino. Al contrario occorreva proporsi, con tenacia, fiducia nei propri mezzi e fortuna; con “motivazione e illusione”, i due ingredienti fondamentali della volontà a detta dello psichiatra Enrique Rojas. Elementi questi che rappresentano un’ulteriore nota di merito per l’uomo Gattuso e per la sua famiglia, non a caso citata da Rino praticamente sempre nei ringraziamenti a margine dei tanti successi.

E quindi lunghi viaggi con papà Franco fanno da cornice all’adolescenza di questo giovanissimo calciatore in auge dalla volontà ferrea. Tentativi, provini. Come quello fallito con il Bologna o il successivo, per fortuna di tutti andato a buon fine, con il Perugia.

Gli inizi

Arrivano subito due scudetti Primavera, nel biennio 95-97. Nel secondo anno riceve il premio di miglior giocatore del torneo dopo aver battuto 2-1 in finale il Brescia di Andrea Pirlo. Così diversi e così inscindibili, insieme rappresenteranno lo yin e lo yang del centrocampo di Milan e Nazionale nel primo decennio del nuovo millennio, incarnando alla perfezione quell’esigenza di complementarità da sempre assunto del calcio italiano: un centrocampista di quantità e lotta, l’altro di qualità e pensiero.

L’esordio tra i professionisti è una conseguenza naturale. La data giusta è quella del 10 marzo 1996, agli ordini di Galeone in un campionato di serie B che si conclude con la promozione nella massima serie per gli umbri. Nella stagione successiva arriva il debutto in serie A, otto presenze in una stagione questa volta non felice per il grifone. Gattuso non è tipo da accontentarsi, lo abbiamo capito. Vuole decidere il proprio destino, mettersi alla prova. È ambizioso e coraggioso. E così, a diciannove anni, sceglie a parametro zero il Glasgow Rangers come primo approdo nel calcio che conta, lasciando senza alcun preavviso il ritiro del Perugia, tra le ire del presidente Gaucci.

La Scozia è una botta di adrenalina. Un calcio fisico, intenso, pragmatico, adatto a chi, come Rino, vuol sbranare l’erba, gli avversari, il futuro. Insomma, l’ambiente adatto per un carattere come il suo: sanguigno, vero, leale, umile. Ci mette poco a diventare il beniamino dei tifosi, anche di quelli illustri come il vice-presidente della squadra, il compianto Sean Connery, il quale ne apprezza le qualità umane e tecniche e si oppone al trasferimento che invece si concretizzerà nell’autunno del 1998. Troppo forti le divergenze con il nuovo allenatore, l’olandese Dick Advocaat. Gattuso approda così alla Salernitana per nove miliardi di lire. La squadra non è male, tutt’altro. Di Vaio, Di Michele, Fresi, Breda ma alla fine sarà retrocessione, seppur per un solo punto. Rino si mette comunque in mostra a tal punto da attirare le attenzioni di molti grandi club. Un centrocampista così giovane, dinamico, forte e di personalità non passa inosservato. La spunta il Milan, la sua squadra del cuore. Sembra tutto scritto, come nelle favole. Milan, le cinque lettere scritte sui muri di Corigliano. Tuttavia abbiamo imparato come in questa favola c’entri ben poco la fatalità: il segreto si chiama sudore, sacrificio, umiltà. Guadagnarsi un posto nel mondo, conquistarsi il sogno della maglia rossonera un centimetro alla volta, come recitava Al Pacino nel discorso finale di “Ogni Maldetta Domenica”.

Il Milan

Per Rino non esistono punti di arrivo. Questo ci sembra un altro dei punti fermi del suo modo di stare al mondo. Al Milan perciò non ci si può sedere, anzi si deve aumentare il volume della radio per meritarsi quella maglia giorno dopo giorno. Proprio come insegnano i grandi vecchi Costacurta, Albertini, Maldini, Boban, dai quali prendere il testimone. Il Milan, reduce da uno scudetto insperato, è in fase di ricostruzione. Le prime tre stagioni sono difficili, prive di trofei. Rino scala progressivamente le gerarchie fino ad incontrare sulla propria strada l’allenatore della vita e un secondo padre: Carlo Ancelotti.  Nel quinquennio che segue il Milan è una macchina da guerra, una squadra da sogno che schiera anche cinque numeri 10 in contemporanea e fa del possesso palla il suo marchio di fabbrica. Gattuso, che più o meno scherzosamente ha più volte evidenziato come lui c’entrasse poco con giocatori del calibro di Pirlo, Seedorf, Rui Costa, Kakà, è invece uno degli insostituibili per mister Ancelotti. È palesemente l’anima di quel gruppo. Molti lo definiranno “leader emotivo” per la sua capacità di farsi seguire nei comportamenti, di suonare la carica ed aumentare i giri del motore quando necessario (ci viene in mente, ad esempio, il pressing solitario su Buffon nei tempi supplementari di Manchester, con la squadra in inferiorità numerica). Rino è un trascinatore, un condottiero. San Siro la sua arena, che si infiamma ogniqualvolta lo vede sfrecciare per primo fuori dal tunnel per il riscaldamento. Uno scatto diventato ricorrenza. Anni memorabili, impressi nella memoria di ogni milanista.

Insostituibile per il carisma ma non solo, ovviamente. Dal punto di vista tattico, la quantità assicurata da Gattuso è il segreto che consente ad Ancelotti di schierare tanti fantasisti, i quali come sappiamo sono geneticamente poco inclini alla rincorsa. Il Milan è una squadra offensiva che gioca un rombo di centrocampo e ciò significa che Gattuso, mezzala destra, deve sistematicamente scalare sul terzino avversario. Non solo, la mezzala opposta è Clarence Seedorf, cioè uno a cui concedi volentieri qualche giro di ritardo in fase difensiva. Insomma, per Rino i chilometri da macinare sono tanti. E Rino li macina, con fierezza. Anche dal punto di vista tecnico i miglioramenti rispetto ai primi anni sono evidenti. Qualche tempo fa, in occasione di uno di quegli speciali sui campioni del passato, abbiamo avuto modo di notare come Rino abbia servito molti più assist di quelli che ricordavamo ai vari Kakà, Shevchenko, Inzaghi. Certamente non la specialità della casa, ma anche sotto l’aspetto tecnico Gattuso ha dimostrato di saper lavorare duramente per colmare le proprie lacune. E lo ha fatto con l’umiltà e la consapevolezza di chi conosce bene i propri limiti.

Nel quinquennio 2002/07 non sono tutte rose e fiori. C’è infatti un momento in cui anche un milanista impavido come Rino Gattuso ha vacillato. Il riferimento è ovviamente alla notte di Istanbul, nella quale il Milan perde ai rigori la finale di Champions più incredibile di sempre. La botta è terribile per tutti, ma Rino è tra quelli che patisce di più. È milanista e quella maglia non se la vuole più mettere. Sente di averla disonorata. Indossarla nuovamente significherebbe rivivere ogni volta l’incubo di quella notte maledetta e impossibile da dimenticare. Gattuso chiede per questo la cessione e sarà solamente l’opera diplomatica di Galliani a convincerlo a rimanere. La vita dà sempre una seconda possibilità, visto mai ci ricapita di giocarla una finale…

E certo che ci ricapita! Dagli ottavi in poi, la Champions del 2007 è una serie di eventi che porta all’inevitabile. Intimamente ogni singolo tifoso rossonero lo ha sempre saputo. Kakà e Seedorf sono ingiocabili, la sceneggiatura non poteva che prevedere la finale-vendetta, che si consuma ad Atene. Un Milan complessivamente più debole rispetto a quello del 2005 batte un Liverpool senza dubbio più forte. La vita ci ha dato un’altra possibilità, Rino: finisce 2-1, Champions numero sette e ultimo trofeo continentale per i rossoneri. La gara manifesto di quel torneo tuttavia è la semifinale di ritorno contro il Manchester United, la partita perfetta. 3-0 sotto una pioggia battente. Gattuso è un demonio. Sembrano ce ne siano due o tre in campo. In raddoppio costante sul giovane fenomeno Cristiano Ronaldo, che viene cancellato dal campo come tutti i Red Devils.

Il 2002/07 è il quinquennio migliore per Rino, che aggiunge anche la notte di Berlino al palmares suo e della Nazionale. Una Nazionale granitica, che gioca un calcio scheletrico ma tremendamente efficace. La difesa è un fortino (solamente due i gol subiti, un rigore e un autogol), il gruppo è coeso. Condizioni che esaltano l’animo pugnace di Rino.

Gli anni a seguire rappresentano un lento declino, per Rino e per il Milan. Nel Dicembre 2008 si rompe il crociato contro il Catania ma rimane in campo come nulla fosse. È Rino e la cosa non ci meraviglia. Prima di appendere gli scarpini al chiodo fa in tempo a giocare un’altra grande stagione, quella dello scudetto 2010/11, nella quale colleziona 31 presenze e segna anche un gol decisivo contro la Juve.

L’anno successivo è l’ultimo con la maglia rossonera. Ed è un anno difficile poiché gli viene diagnosticata una miastenia oculare. Come lui stesso confesserà più avanti, ha giocato 33 partite con un occhio solo. I medici, e non solo loro, si chiedono come possa essere successo. Ma noi no, non ce lo chiediamo. Perché noi sappiamo bene che con la nostra maglia addosso a dirigere Rino nel campo non sono stati gli occhi, ma il cuore.

La carriera da allenatore

Dopo 468 presenze in rossonero, Rino sceglie il Sion come ultima tappa della sua carriera. Ultima e prima allo stesso tempo, poichè è proprio nel club svizzero che inizia la seconda vita di Gattuso nel mondo del calcio, quella da allenatore. Anche in questo caso si distingue sin dall’inizio per la sua integrità e visione pragmatica della vita, per la sua morale “pane al pane, vino al vino”, scegliendo di partire dal basso e di costruirsi la carriera un centimetro alla volta. Ancora una volta.

Le prime esperienze non sono felicissime (Sion, Palermo, Ofi Creta) ma il contesto in cui lavora è quantomeno controverso in ognuna di queste realtà. A Pisa la prima vera soddisfazione, con la promozione in serie B ottenuta nello spareggio contro il Foggia di De Zerbi. Nell’annata successiva la squadra retrocede con una delle migliori difese del campionato ma a far rumore è quello che succede fuori dal campo. Gli stipendi non arrivano e ci pensa Rino a garantire la dignità ai dipendenti della società. Non ci soffermeremo oltremodo su questo episodio perché siamo sicuri che Rino non approverebbe.

La pausa dal mondo rossonero dura poco. Nella stagione 2017/18 Mirabelli gli affida la guida della primavera e pochi mesi dopo arriva il salto in prima squadra, in sostituzione dell’esonerato Montella. Gattuso è un allenatore pragmatico ed intelligente, chiede l’attenzione e la grinta che lo contraddistinguevano da giocatore ma anche coraggio, palleggio dal basso, trame di gioco non convenzionali. I risultati arrivano. Con Gattuso il Milan colleziona la migliore media punti degli ultimi cinque anni. La squadra è corta, organizzata, attenta soprattutto a non prenderle. Il talento offensivo presente in rosa non è eccelso e la qualità del gioco, in alcuni brani di quell’anno e mezzo, inevitabilmente ne risente. La caratteristica della quale si sente più la mancanza è senza dubbio l’imprevedibilità: in rosa mancano giocatori veloci che sappiano dribblare e cambiare passo. D’altro canto il Milan è reduce da due cambi di proprietà, con conseguente rimpasto della squadra dirigenziale: questa situazione si riflette senza dubbio nella costruzione della squadra. Nel 2018/2019 sono comunque ben 68 punti, la quota più alta raggiunga dal 2012, che valgono solo un quinto posto a uno di distanza dal terzo. Gattuso e il Milan si separano nuovamente. Rino si sente “presidente, allenatore e giocatore”, decisamente troppo per resistere a lungo.

La storia recente sulla panchina del Napoli racconta invece della vittoria del primo trofeo, la Coppa Italia conquistata contro la Juventus nella passata stagione, e di un calcio più evoluto e piacevole rispetto a quello visto a Milano. Si, anche nel calcio moderno sono ancora i calciatori i primi a fare la differenza…

Il nome di Gattuso torna alla ribalta nell’ambiente rossonero quando nei primi giorni dello scorso mese di Settembre il Milan acquista dal Brescia un centrocampista ventenne, di comprovata fede milanista, che da tempo dichiarava di sognare QUELLA maglia numero 8. Una bella storia e un acquisto, quello di Tonali, dal sapore romantico, che ha riscaldato i cuori dei tifosi rossoneri come non accadeva da tempo.

Ad ogni modo la vicenda Tonali conferma una volta di più che quel ragazzo che scriveva “Forza Milan” sui muri di Corigliano Calabro ce l’ha fatta. Mettendoci tutto quello che è possibile metterci. È diventato molto di più di un comune calciatore professionista. È diventato un esempio, una bandiera, quasi un archetipo del ruolo: “polmoni/grinta/cuore alla Gattuso” sono infatti frasi da tempo presenti nel vocabolario degli appassionati di calcio.

“Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli” scriveva Vittorio Alfieri per affermare l’impegno che avrebbe messo nel diventare un autore tragico: Gattuso ha fatto lo stesso e riuscendoci ci ha dato un grande insegnamento di tenacia, lealtà, passione. In una parola: di vita.

Donato Giallorenzo

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