Quella volta che: Calabria centrocampista

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Calabria centrocampista, una cosa divertente che non farò mai più.

È quasi Natale ma per i milanisti non è per nulla un periodo di festa. In panchina siede Gennaro Gattuso da Corigliano Calabro. Il suo Milan, compatto e ordinato in un 433, è aggrappato al quarto posto e spera che la Lazio, quinta e distante due punti, non si avvicini.

Il Milan di Gattuso è un Milan che corre ma la spia della riserva si è accesa: ha vinto solo una delle ultime cinque partite giocate in Serie A, 2-1 al Parma, le altre sono state quattro pareggi contro Lazio, Bologna e Torino e una sconfitta contro la Juventus. Nel mezzo L’Olympiacos ci ha pure eliminati dall’Europa League.

La sosta è vicina ma non è ancora arrivata. Noi più che in riserva stiamo andando avanti a spinta.

Gattuso preparando la gara si rende conto che a centrocampo gli mancano uomini e fiato, si avvicina a Calabria in allenamento e gli fa’: “Davide, sabato giochi mezz’ala.”

Calabria istintivamente guarda la linea laterale, alleata di tante battaglie sia a sinistra che a destra, hanno un rapporto pluriennale come colleghi di lavoro, lo ha sempre supportato quando viene puntato dalle ali avversarie. Calabria sa che, allontanandosi dalla sua affidabile collega, il campo gli sembrerà grande e ostile e lui si sentirà piccolo e indifeso.

Calabria a centrocampo è un suricato nella savana.

Davide, negli anni, è stato spesso criticato, oggetto di invettive piovute come coriandoli neri da spalti, divani e tavolini dei bar.

Su una cosa, secondo me, però siamo tutti d’accordo: Calabria ha un gran cuore.

Gioca con grande generosità e in campo, anche se a volte non basta, lascia tutto quello che ha.

Per questo quando mister Gattuso lo guarda negli occhi, aspettando una risposta, lui ricambia lo sguardo e dice: “Ok mister, non c’è problema.”

Si gioca alle 14:30, le squadre entrano in campo, Davide ha lo sguardo determinato a cercare di nascondere la preoccupazione. La Fiorentina è allenata da un allenatore sottovalutato che si chiama Stefano Pioli, sta avendo risultati singhiozzanti ed è affetta da una pareggite memorabile in trasferta, i viola infatti hanno pareggiato le ultime quattro gare in trasferta. Chiesa e Simeone fanno fatica a trovare il gol.

Anche il nostro centravanti, tale Gonzalo Higuain, non segna da più di un mese in campionato (se  siete d’accordo io proporrei uno sforzo di bipensiero Orwelliano collettivo per rimuovere tutti in ricordi di Higuain, Bonucci e Caldara con la maglia del Milan).

Ma torniamo a Davide. Le squadre si schierano sul prato di San Siro prima del fischio d’inizio, lui vede che il “suo” posto è occupato da Ignazio Abate e l’altra fascia è presidiata dal, diversamente veloce, Ricardo Rodriguez. Si ferma un po’ prima del solito, la linea laterale sembra lontanissima, si volta a sinistra e vede al suo fianco Jose Mauri.

Magari si scambiano un gesto di solidarietà cameratesca, ma dentro di se Davide sta pensando che, se proprio doveva giocare mezz’ala, era meglio giocare con qualcun’altro che non fosse Jose Mauri.

C’è stato un attimo, un singolo momento, in cui poteva andare diversamente: al sesto minuto Chalanoglu (mezz’ala sinistra) riesce a controllare un pallone spiovente e puntare la porta. La difesa viola gli collassa addosso. Calabria è fuori posizione, appena troppo arretrato, ma vede il campo davanti che gli si apre come un futuro pieno di possibilità. Un universo parallelo in cui gioca sempre a centrocampo, fa gol, i giornali chiamano “Il nuovo Nocerino” e al fantacalcio le persone litigano per prenderlo.

Un attimo, una vita.

Davide corre, la savana sconfinata diventa improvvisamente un territorio di caccia amico. Da difensore erbivoro si sta trasformando, ad ogni falcata, in un predatore affamato di portieri.

Lo specchio della porta è aperto, se la palla arriva è solo contro il portiere.

Ma Chalanoglu non la passa, manda sul fondo un tiraccio. Davide indica lo spazio davanti a se con entrambe le braccia. Hakan gli chiede scusa, come se bastasse.

Per colpa di Hakan Chalanoglu siamo rimasti nell’universo in cui Davide Calabria è un terzino arcigno e volenteroso, erbivoro e ordinato.

C’è stato, purtroppo, un altro attimo, un altro singolo momento, in cui è stata definitivamente archiviata la carriera di centrocampista di Davide.

Se avete voglia e pazienza di guardare gli highlights della gara, noterete che Calabria non aveva fatto una partita pessima, anzi, in tutte le nostre azioni pericolose lui è sempre a riempire l’area avversaria. Ha corso tanto, non sempre bene, ma ha corso tanto. Se fosse finita zero a zero in pagella avrebbe preso la sufficienza, forse sarebbe arrivato al sei e mezzo considerando le attenuanti della nuova posizione.

Poi però è arrivato il minuto 72.

Chiesa lo punta nella nostra metà campo, lui è esattamente dove dovrebbe essere una mezz’ala di un 433. Ma ragiona da terzino.

Indica a Conti (subentrato ad Abate) di seguire la sovrapposizione, lui è magneticamente attratto dalla linea laterale. Quello che vorrebbe fare è accompagnare Chiesa verso l’esterno, verso il sinistro con cui, il figlio di Enrico, è molto meno pericoloso.

E qui accade il fattaccio: Davide è messo male col corpo, è a suo agio come chi si sveglia al buio in albergo e crede di essere a casa propria, Chiesa lo salta verso l’interno con una facilità disarmante.

Tiro, gol.

È così finì. Quella partita viene ricordata come “Quella volta in cui Calabria giocò a centrocampo” un episodio buffo, un aneddoto da bar.

Magari ogni tanto Davide ci pensa ancora, quando in allenamento vede la porta, così lontana e così obliqua, pensa ancora a quella volta in cui era grande e vicina.

Poi abbassa lo sguardo, vede la linea laterale, e pensa che, in fondo, va bene anche così.

(Io, nel dubbio, ogni anno prendo Davide al fantacalcio.)

Stefano Attardi

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