il 02/11/2023 alle 08:50

Paloschi: “Il mio Milan, la pizza per Cafù e la previsione Davide”

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Gli aneddoti dell’ex Milan Alberto Paloschi: tra la maglia di Inzaghi, la richiesta di Cafù e le parole del vice di Ancelotti

Una meteora in rossonero, ma un ricordo indelebile nella mente di un calciatore che col Milan ha segnato una rete al primo pallone toccato: Alberto Paloschi racconta la sua nuova vita in Serie D (al Desenzano) e svela qualche curiosità sul periodo con Carlo Ancelotti. Di seguito, la sua intervista a La Gazzetta dello Sport.

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“A PIOLI MANCA MALDINI… MA IL PROBLEMA È UN ALTRO”: L’EX A SUL MILAN

Il periodo rossonero

Paloschi, perché Desenzano?

«Inizia tutto con un allenamento, poi ho ascoltato gli obiettivi di una società ambiziosa e deciso: scendo in D per vincere».

Una boccata d’ossigeno dopo una stagione difficile.

«A Siena non era professionismo. Parliamo di un anno tosto, logorante. I tifosi non meritano l’Eccellenza».

Ora chiuda gli occhi. Quel Milan-Siena in tre parole?

«Tutto e subito. Una settimana prima ero al Viareggio. Mio nonno lo aspettava tutto l’anno. Io avevo già segnato due gol in Coppa contro il Catania, ma contro la Fiorentina Gilardino fu ammonito e Pato si infortunò. Davide Ancelotti, il figlio di Carlo, disse: “Vedrai che papà ti chiama”. Il 10 febbraio entro e segno. Cafu mi disse di portare la pizza a Milanello. Mi ritrovai catapultato nella notorietà a 17 anni».

L’immagine più bella?

«Ancelotti che se la ride, come se pensasse “non ci credo”. Ogni tanto riguardo il gol. Il destro al volo, la palla all’angolino e Pippo Inzaghi che corre ad abbracciarmi. Lo seguivo ovunque».

Dov’era il giorno della finale di Atene?

«In convitto a Milanello. Quell’anno vincemmo lo scudetto Allievi battendo 4-0 il Genoa. Io segnai 3 reti, così Pippo mi regalò la maglia della doppietta col Liverpool. La conservo come una reliquia. Lui è speciale: a Parma ebbi due gravi infortuni. Gli chiesi un consiglio e mi indirizzò dal suo fisioterapista. Ne uscii più forte».

Dispiaciuto di aver totalizzato solo 9 gare con il Milan?

«Direi di no. C’erano grandi campioni e volevo giocare, così andai a Parma: il primo anno subito la promozione in A».

Col Chievo gli anni più belli?

«Decisamente. Tuttora vivo a Verona. Davamo fastidio a tutti, le big ci temevano. Con noi sfide sporche, dure. Campedelli? Gran gestore di uomini, mi spiace sia finita così».

Nel girone c’è la Clivense di Sergio Pellisier.

«Sarà una rimpatriata, ma non parlo di gol…».

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Tra sacrifici e Premier League

Scaramantico, come Inzaghi.

«La fortuna me la creo da solo. L’importante è crederci».

Se l’è scritto anche sul polso: “Un sogno, molti sacrifici, una vittoria”.

«È per le persone intorno a me. Il calcio è una passione da sempre. Mio nonno mi portava a giocare ai giardinetti. Da ragazzino salivo sul pulmino alle 9 e tornavo la sera. Mi mancava la famiglia, ma rifarei le stesse scelte».

Anche sbarcare in Premier, con lo Swansea?

«Forse sarei dovuto restare un altro anno».

È vero che da bambino fu scartato dall’Atalanta con Balotelli?

«Scartato è una parola grossa. Eravamo centinaia. Lì per lì ci rimasi male, poi ecco il Milan».

Un’altra isola felice è stata la Spal, 18 gol in tre anni e mezzo.

«Il primo anno abbiamo fatto un miracolo: ci siamo salvati fermando Juve, Dea e Inter in casa. Stadio pieno, città favolosa».

Il miglior compagno?

«Andrea Pirlo».

Il partner d’attacco ideale?

«Meggiorini. Ricordo ancora un assist di tacco, in spaccata».

Il miglior attaccante italiano?

«Immobile. I suoi gol andrebbero studiati nelle scuole calcio».

Alla sua carriera manca una presenza in Nazionale.

«Era un sogno, sì».

Ora a cosa punta?

«A portare il Desenzano in Serie C. Ho una sfida da vincere».

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