Moratti: “Calciopoli? Noi le vittime, aiutavano prima Juve poi Milan”

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Davide Giovanzana
Nato in provincia nel 1997, Laureato in scienze della comunicazione. Ho studiato e lavorato con un solo obiettivo nella testa, rendere una passione il mio lavoro: raccontare il Milan alla gente del Milan. Ho un debole per le storie difficili e per gli underdog in tutti gli sport

Intervistato dal Corriere della Sera, l’ex presidente dell’Inter Massimo Moratti ripercorre tutta la sua carriera nel calcio, dalla proprietà del padre agli anni di Calciopoli.

Peggio il Milan o la Juve?
«La Juve, senza dubbio».

Cosa accadde il 5 maggio 2002, la sconfitta con la Lazio che vi costò lo scudetto?
«I giocatori credettero di aver avuto segnali dai colleghi della Lazio: non si sarebbero impegnati, per non favorire la Roma. Tutte balle. Ne ero convinto già prima del fischio d’inizio, e li avvisai:“Nessuno ci regalerà nulla”. Eppure entrarono in campo con una sicurezza eccessiva. E non sono mai riusciti a prendere in mano la partita. Mi sentivo così responsabile che mi dissi: non lascerò il calcio finché non avrò la rivincita».

Poi arrivò Ibra.
«Simpaticissimo. Avevo l’abitudine di consultare i giocatori più importanti perla campagna acquisti, e con Zlatan avevamo un rito. Lui mi diceva: “Di Cambiasso l’anno prossimo potremmo anche fare a meno…”. Io ridevo. Poi andavo da Cambiasso, che mi diceva: “Di Ibra l’anno prossimo potremmo anche fare a meno…”».

Ibra e Cambiasso non si amavano.
«Ma in campo giocavano alla morte l’uno per l’altro».

E nello scontro tra Ibra e Lukaku per chi parteggiava?
«Pareva un match di boxe tra due campioni del mondo. Lukaku è un tesoro… Mi sarei frapposto tra i due, a rischio di prenderne da entrambi».

Mazzola ha raccontato di aver lasciato l’Inter perché lei si consultava con Moggi.
«Non è andata così. È vero che Moggi voleva venire all’Inter, e io non gli ho mai detto esplicitamente che non lo volevo; ma non l’avrei mai preso».

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Perché?
«Perché la serie A era manipolata; e noi eravamo le vittime. Doveva vincere la Juve; e se proprio non vinceva la Juve toccava al Milan. Una vergogna: perché la più grande forma di disonestà è imbrogliare sui sentimenti della gente».

All’Inter comandava Facchetti.
«Un uomo splendido. Una volta gli dissi: “Giacinto, possibile che non si trovi un arbitro, uno solo, disposto a dare una mano a noi, anziché a loro?”. Mi rispose:“Non può chiedere a me una cosa del genere”».

Alla Juve tolsero due scudetti, e uno lo assegnarono a lei. Lo rivendica?
«Assolutamente sì. So che gli juventini si arrabbiano; e questo mi induce a rivendicarlo con maggiore convinzione. Quello scudetto era il risarcimento minimo per i furti che abbiamo subìto. Ci spetterebbe molto di più».

Quanti soldi le è costata l’Inter in tutti questi anni?
«Questo non me lo potete chiedere. Non lo so, e non ve lo direi. Il calcio non è business; è passione. E le passioni non hanno prezzo».

Ora l’Inter è cinese, forse ancora per poco.
«Gli Zhang, sia il padre sia il figlio, mi sono sempre parsi in buona fede. All’inizio mi chiedevano di parlare ai giocatori, di motivarli. Ma oggi reggere a lungo nel calcio è impossibile. Ogni anno le perdite raddoppiano o quasi: 50 milioni, 100 milioni, 150 milioni…».

Come finirà?
«Forse arriverà un fondo americano. Ma attenti alla speculazione. Il calcio non è costruito per fare soldi. Gli americani vorrebbero trasformarlo in spettacolo. Show-business. Ma non so se in Italia sarà mai possibile».

Chi vincerà il campionato?
«Potrebbe davvero essere l’anno del Napoli. Anche il Milan fa paura. L’Inter ha una struttura forte; ma poi sul più bello si smarrisce».

E il nuovo stadio?
«Non mi convince. Buttare giù San Siro sarebbe un delitto. Dice: così i club guadagnano 30 milioni l’anno. Ma cosa sono 30 milioni, rispetto alla storia? Vedrete che alla fine nessuno oserà demolire il nostro tempio».

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Massimo Moratti

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