il 26/11/2022 alle 09:30

Sacchi: “Ecco perché la Francia di Giroud può arrivare in fondo”

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In un editoriale sulle colonne della Gazzetta dello Sport, l’ex allenatore del Milan e della Nazionale Italiana Arrigo Sacchi ha tirato le somme di quello che abbiamo visto nella prima giornata in Qatar.

Arrigo Sacchi milan

“Durante il Mondiale anche i giudizi, come le partite, corrono su un filo. Le certezze di oggi possono trasformarsi in problemi domani e questo perché ogni sfida è una battaglia, l’esito non è mai sicuro, tutti danno l’anima e pure i più piccoli possono mettere in crisi i più forti. Dopo che si è chiusa la prima giornata di ogni girone devo ammettere che la squadra che mi ha impressionato di più è stata il Brasile. Nel secondo tempo ha travolto la Serbia. La Seleçao fa un calcio positivo, di possesso, domina il campo e là dietro ha una difesa solida allevata nel nostro campionato: Danilo, Alex Sandro, Marquinhos e Thiago Silva. Ho sgranato gli occhi davanti alla prodezza di Richarlison, mica facile vedere un gol simile, e allora mi sono ricordato di quello che mi aveva detto Ancelotti qualche tempo fa. Lui lo ha allenato all’Everton e me ne aveva parlato benissimo. Carletto, i giocatori, li sa giudicare: difficile che sbagli”.

“Belle trame di gioco le ha mostrate anche la Francia, dove mi ha fatto piacere vedere la crescita di Rabiot, centrocampista con personalità. In generale, però, è tutta la squadra di Deschamps che ha dato una dimostrazione di forza, superando il problema dell’infortunio di Benzema con l’inserimento di Giroud che sta attraversando un ottimo momento di forma. Non so se la Francia possa arrivare fino in fondo, ma ha le qualità per riuscirci. In un torneo come il Mondiale c’è tempo per recuperare. L’Italia dell’82 pareggiò le prime tre partite tra mille polemiche e poi vinse il titolo. La mia Nazionale nel 1994 fece una sconfitta, una vittoria e un pareggio nel girone iniziale e poi arrivammo in finale. Penso soprattutto alla Germania, battuta all’esordio dal Giappone, ma che a me era piaciuta parecchio. Per trequarti di partita ha giocato benissimo, la manovra scorreva fluida, i passaggi erano sempre rasoterra, le distanze tra i reparti corrette. I tedeschi hanno sbagliato tanti gol e poi è capitato che due errori siano stati fatali, tuttavia hanno le risorse per risollevarsi. E domani contro la Spagna dovranno dimostrare di aver assorbito la botta e di possedere la personalità per andare oltre i guai”.

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“In generale ho ammirato squadre compatte, unite. E devo fare i complimenti a chi fa le riprese televisive: finalmente si vedono immagini in campo largo, di modo che si possano valutare i movimenti dei singoli e dei reparti e si ha un’osservazione complessiva del gioco. Ovvio che, tra le nazionali meno quotate, quella che mi ha stupito maggiormente sia stata l’Arabia Saudita, vittoriosa sull’Argentina di Messi. Lo ha fatto con determinazione e organizzazione, mostrando che il calcio si è evoluto grazie alla globalizzazione e che, per rimanere al passo con i tempi, è necessario rinnovarsi. Al Mondiale, finora, tutte le squadre hanno messo in campo il loro gioco, cosa che nel campionato italiano raramente si vede: qui da noi si aspetta e si riparte, ci si basa sull’errore dell’avversario. Là, invece, ognuno recita secondo il proprio spartito. Una lezione che andrebbe imparata in fretta, perché senza spartito non c’è musica, e noi non l’abbiamo ancora capito…”

“La Spagna dei giovani si è divertita contro un avversario abbastanza debole, ora vedremo come saprà affrontare la Germania. La nazionale di Luis Enrique parte da un principio: la bellezza è una qualità importante e va sempre ricercata. Cercano di giocare bene perché sanno che, giocando bene, è più facile arrivare alla vittoria. Quello degli spagnoli è uno stile culturale. Ammetto che mi aspettavo qualcosa di più dal Portogallo, che ha molto rischiato, non è stato sempre padrone del gioco e questo, alla lunga, può diventare un problema. Se si vuole andare lontano in un Mondiale bisogna sapersi imporre con le idee, con la velocità, con il ritmo. E ribadisco: per ora chi più di tutti ha dimostrato di possedere queste qualità è stato il Brasile”.

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“A differenza di quanto accade con gli equilibri geopolitici del pianeta, spostati sempre più sul fronte del Pacifico, il calcio restituisce la fotografia di un mondo saldamente eurocentrico. I migliori giocatori di tutti i continenti devono per forza passare attraverso il calcio europeo se vogliono affermarsi, crescere di statura e arricchirsi, in tutti i sensi. Gli ultimi campioni di livello mondiale, maturati lontano dall’Europa, sono stati Garrincha, Pelé, Zico, e in parte Falcao. Parliamo di un altro secolo. Tutti gli altri, compresi Maradona, Ronaldo, Weah, Ronaldinho, Messi, Neymar fino ai vari Mané, Salah e Vinicius sono arrivati da giovani nel Vecchio Continente e qui hanno vissuto o stanno vivendo gli anni migliori. Il Brasile dell’altra sera ha fatto impressione contro la Serbia, certo. Una Seleçao forte mentalmente, dotata di grande tecnica, equilibrio, creatività. Neymar, toccato duro, mancherà almeno fino agli ottavi, ma si è vista una difesa solida. Già, la difesa. Alisson e i quattro in linea: Danilo, Marquinhos, Thiago Silva, Alex Sandro. Sono cresciuti o giocano ancora in Serie A. Del resto Paquetà l’abbiamo visto da vicino, e gli altri brasiliani sono tutti impegnati nei migliori campionati europei. Protagonisti non sempre felici, chiaro. Danilo e soprattutto Alex Sandro sono stati criticati per il loro rendimento in Italia. Qui si capisce cosa vuole dire Jorge Valdano quando sostiene che, nel calcio, «la squadra è uno stato d’animo». Non perché lo stato d’animo spieghi ogni cosa, ma perché influisce su tutto, in positivo e nel negativo. Non serve essere dei geni per capire che lo stato d’animo del Brasile adesso è buono mentre quello della Juve, negli ultimi tempi, lo era un po’ meno. Eppure, per quanto candidata al successo in Qatar, anche la Seleçao deve inchinarsi all’egemonia europea: il suo ultimo successo risale a vent’anni fa, dev’esserci un motivo. La Francia di Mbappé, Griezmann e Giroud non è inferiore sul piano dell’organico. La Spagna dei baby Pedri e Gavi, disegnata con i mille passaggi da Luis Enrique, continua a mostrare grande calcio. Gli inglesi ci provano. La Germania e l’Argentina dal profilo europeo, già una volta, si erano riprese per arrivare in finale (nell’82 i tedeschi, nel ’90 l’Albiceleste) dopo aver perso la prima partita. Potrebbe capitare di nuovo. Le sorprese restano in agguato, anche se ormai i Mondiali servono soprattutto per confermare ciò che sappiamo. Come ha ricordato Philipp Lahm – capitano dei tedeschi campioni in Brasile nel 2014 –, gli ultimi quattro Mondiali sono stati vinti da Italia, Spagna, Germania e Francia e tre delle altre quattro finaliste erano europee. Di più: negli ultimi dieci Mondiali, l’Europa ha portato a casa sette coppe e il resto del mondo – cioè l’America Latina – soltanto tre. La linea di tendenza è chiara. La grande evoluzione del calcio, tutte le novità che riguardano mode e sistemi di gioco, prendono corpo in Europa assieme all’applicazione delle tecnologie per limitare gli errori arbitrali. Il resto del pianeta si adegua. L’egemonia del calcio europeo è garantita da una superiorità economica, tecnica, formativa, organizzativa, commerciale. Possibile che questa superiorità non riesca a trovare un adeguato riscontro a livello globale? È il momento di cambiare passo: dalla selezione della classe dirigente Fifa, al numero delle nazionali europee presenti al Mondiale, fino al riconoscimento dei diritti civili e umani dentro e fuori dal campo. Il Parlamento europeo ha votato un risoluzione che mette la Fifa spalle al muro per le questioni esplose in Qatar, dagli operai morti alla censura sui diritti e ai braccialetti arcobaleno. È una partita importante e complicata, ma l’Europa può vincerla”.

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