Milan europeo? Torti e numeri lo smentiscono

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Il Milan è la squadra più europea. Questo è uno dei refrain che da due anni risuonano nelle orecchie di tutti facendo tornare quell’orgoglio internazionale che ha contraddistinto la storia rossonera. E questo si lega all’altro ritornello secondo il quale l’Europa è la casa di questo club. Sul secondo nulla da dire. Basta recarsi in via Aldo Rossi al civico 8 per lasciarsi avvolgere dallo scintillio della sala trofei.

Qualche dubbio inizia a sorgere se penso alla prima “etichetta”. Che significa essere squadra più europea? 

Prima di liberare tutto il vostro disappunto sul mio pensiero, pazientate qualche minuto e provate ad arrivare in fondo al mio editoriale. Il concetto di squadra europea è figlio di un’idea di gioco poco consona alla nostra Serie A. Nessuno mette in dubbio che questa squadra da oltre due anni ha mostrato qualcosa di nuovo. Investire su idee, giovani, corsa e gioco è un unicum per il calcio di casa nostra.

Allora cosa manca a questa squadra per imporsi proprio in quei territori dove tutti la collocano? In queste ultime ore, causa “furto con scasso” dell’arbitro Siebert contro il Chelsea, ci si convince della poca considerazione politica del Milan in Europa. Per tutti ormai la UEFA non designa più arbitri bensì mandanti. 

Abbiamo imparato a memoria le clamorose topiche o se preferite, “furti”, da marzo 2018 a martedì scorso. Il rigore inventato su Welbeck, il gol del vantaggio di Kessie, poi annullato, a Manchester per un inesistente fallo di mano. L’allucinazione di Cakir contro l’Atletico e il folle rigore ed espulsione di Tomori contro il Chelsea dopo 17 minuti. E io ci metterei il clamoroso rigore non concesso in pieno recupero a Castillejo nel match contro il Betis perso in casa nella stagione 2018/19.  Chiaramente parliamo ti topiche regolamentari e non di interpretazioni contestabili di un fallo dal quale scaturisce un gol (vedi i due incontri contro il Porto la scorsa stagione).

“Il Milan si deve fare sentire”. Tuonano tutti. Ma per dire cosa? Non trovate che sia una richiesta priva di fondamento? I fatti dimostrano che ignorando la richiesta di molti di farsi rispettare nei luoghi deputati, è lo stesso Milan a vincere uno scudetto, mantenendo la linea politica di sempre, anche dopo Spezia e Udinese dello scorso anno.

A proposito di numeri. Togliendo la stagione 2019/20 perchè esclusi dall’UEFA, da quel Arsenal – Milan (andate e ritorno), ottavo di Europa League del 15 marzo 2018 a Milan – Chelsea di qualche giorno fa, i rossoneri hanno giocato 31 partite partite nelle due competizioni UEFA, vincendone 11, pareggiando 8 e uscendo sconfitto in 12 incontri. Anche lo score delle reti risulta in deficit con 46 gol fatti e 48 subiti.

Se circoscriviamo il tutto al “Milan europeo” di Pioli, da settembre 2020 ad oggi il percorso mantiene lo stesso trend. In 23 gare giocate, vittorie e sconfitte si equivalgono, otto, mentre i pareggi sono sette.

Il numero dei gravi torti arbitrali è di una percentuale bassissima rispetto alle partite giocate. In virtù di questo che il concetto di squadra “agnello sacrificale” sembra una forzatura.

Stefano Pioli allena un bellissimo gruppo imperfetto. La crescita e l’esperienza ridaranno a questa squadra la collocazione che merita ma bisogna dargli tempo senza addossare aspettative che possono essere un boomerang per questi ragazzi. Tutti gli slogan per trovare un capro espiatorio non aiutano.

Un grande giornalista come Paolo Condò ai nostri microfoni, a precisa domanda sul rendimento europeo, ha confermato: “Molto importante è l’esperienza perchè a livello internazionale questi giocatori ne sono privi. Io per esempio non ho dubbi che Leao sia un giocatore di livello europeo però lo deve dimostrare con continuità nelle grandi partite”.

E a domanda sulla crescita rispetto allo scorso anno, ha risposto: “In generale il Milan quest’anno lo vedo più o meno allo stesso livello. Nonostante ci siano giocatori che sono cresciuti come Leao, però non sta riscuotendo nulla dal mercato“.

E ci siamo. Il punto è la cifra tecnica a disposizione. Aggiungere talenti di prospettiva contando sulla guida di altri giovani, forti di una risicata esperienza acquisita con questa maglia negli anni passati, è un rischio.

La mia non è una critica ma una presa di coscienza di un limite. D’altronde è la storia di questo club a dimostrarlo. Cinque clamorosi errori o se preferite “furti” su una trentina di partite, non giustificano una teoria.

Ricordo quando irruppe Silvio Berlusconi nel mondo del calcio. Le sue idee rivoluzionarie sulle competizioni europee (1987), indispettirono e non poco i vertici UEFA. Con lo scudetto sul petto e al ritorno nell’antenata della Champions, la Coppa Campioni, dal 10 novembre 1988 al 5 aprile 1989, il Milan di Sacchi affrontò Stella Rossa agli ottavi, Werder Brema ai quarti e Real Madrid in semifinale.

Si provò in tutti i modi di impedire a quella squadra meravigliosa l’accesso alla finale. Due gol fantasma in perfetto stile Muntari non concessi. Prima a Belgrado su tocco del difensore Vasiliecic, si negò la possibilità di passare in vantaggio e poi, nel turno successivo a Brema contro il Werder. Altro pallone spazzato via un metro oltre la linea di porta su colpo di testa di Van Basten. Niente da fare. Gol non concesso e pareggio a reti bianche. Ancora un match per fare capire al mondo che bisognava inchinarsi alla forza di quella squadra e nessun mandante arbitrale poteva intromettersi tra quel Milan e la storia.

Tra noi e la gloria, l’ultimo “boia”. Il Real Madrid al Santiago Bernabeu. Nella casa dei blancos nessun gol fantasma ma un fuorigioco folle fischiato impedendo a Gullit di pareggiare. Cosa che avverrà dopo qualche minuto con un magnifico gol di Marco Van Basten. Tre episodi in sei partite avrebbero ammazzato chiunque ma non quella squadra di campioni.

Questo Milan ha tanti potenziali campioni. Diamogli il tempo di arrivare senza teorie o sentenze che alla lunga potrebbero rappresentare un pericoloso alibi.

Ricordiamoci sempre che “Il tempo e la pazienza possono più della forza o della rabbia” (cit. Jean de La Fontaine)

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Milan San Siro
Photocredits: acmilan.com

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