Milan, Berardi: “Sogno la Champions, ma le cose si fanno in 3! Quando gioco a San Siro…”

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Intervistato dai microfoni di Sportweek insieme al velista Beccaria, l’esterno del Sassuolo e obiettivo di mercato del Milan Domenico Berardi ha parlato della sua carriera, dagli inizi ai momenti bui, passando per il sogno Champions League.

domenico berardi milan

Perché il calcio?

“Perché è un sogno che avevo da bambino”.

La tua prima volta su un campo da calcio

“Nella mia Calabria, in una piccola società affiliata al Cosenza”.

E chi ti ha messo il pallone tra i piedi?

“Un amico. Ho cominciato a portarmelo a letto, il pallone. Nel vero senso della parola. Se non mi coricavo con quello sotto a un braccio, non dormivo”.

Il momento migliore e peggiore di una partita

“Quando fai gol, no? E quando ti rendi conto di aver perso”.

L’ultimo pensiero prima di scendere in campo?

“Ho negli occhi e nella mente l’immagine di mio figlio Nicolò”.

Cosa non può mancare nel borsone prima di una partita?

“Le cuffie per ascoltare musica: rap, hip-hop…”

Cos’è l’adrenalina?

“Adrenalina è qualcosa che bisogna imparare a gestire. Per esempio prima di un rigore battuto sullo 0-0”.

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Cos’è la paura?

“E’ la sensazione di non far risultato in una partita importante, in cui magari ti stai giocando la salvezza. Non ne ho altre”.

Cosa ti dispiace di più al momento della partenza?

“Salutare moglie e figlio, ma passa un giorno e li rivedo”.

Da solo o… di squadra?

“Sono un appassionato di tennis, ma non so se ce la farei a stare da solo contro l’avversario: devi restare freddo e lucido anche dopo un punto sbagliato, perché se non resetti subito sbagli di nuovo”.

Perché passi per un introverso?

“Forse perché parlo poco pubblicamente…”

Porta quattro persone in barca

“Dipende. Se è un viaggio tranquillo, porto la famiglia. Se invece voglio farmi tante risate, porto i miei ex compagni Missiroli, Magnanelli e Troiano”.

Per chi tifi?

“Prossima domanda?”

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Sassuolo è la tua comfort zone, la tua dimensione ideale, oppure hai voglia di ampliare i tuoi orizzonti?

“E’ da un bel po’ di tempo che ambisco a giocare la Champions. Ma le cose si fanno in tre: chi vende, chi compra, e il giocatore. Mi sono accorto che è un po’ difficile mettere d’accordo tutti”.

La tempesta più pericolosa che hai mai affrontato

“Io mi son portato dietro un’etichetta che non meritavo. Sì, ero un po’ istintivo, prendevo qualche cartellino di troppo, ma ero un ragazzo… Prendevo un calcio, non contavo neanche fino a tre, e reagivo. L’ho pagata per i primi 4-5 anni da professionista”.

E la più estrema?

“L’anno dell’Europa League, competizione che ho saltato per infortunio dopo aver deciso i preliminari segnando all’andata e al ritorno contro la Stella Rossa. Dopo l’infortunio ho passato i primi tre giorni a chiedermi: perché a me? Poi sono tornato lucido e mi sono detto che non dovevo mollare e ripartire”.

Com’è stare da soli in uno stadio?

“Io mi sono abituato agli stadi da 80mila persone: al fischio d’inizio mi isolo e penso solo al lavoro da fare. La prima vittoria del Sassuolo a San Siro è arrivata con un mio rigore al 90′: tutto lo stadio fischiava, di fronte avevo Handanovic. Sono rimasto freddo, ho pensato solo a dove potesse buttarsi il portiere, se a destra o a sinistra. Alla fine ho tirato centrale e mi è andata bene: la palla gli è passata sotto il braccio. Un altro rigore è quello di Wembley nella finale contro l’Inghilterra: anche lì avevo quasi tutti contro…”.

Cosa non puoi bere o mangiare prima di una partita?

“Un panino con hamburger e cipolle. Magari, con la soppressata andrei più forte”.

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