Ambrosini: “Charles pensa troppo! A Origi manca ancora una cosa”

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Davide Giovanzana
Nato in provincia nel 1997, Laureato in scienze della comunicazione. Ho studiato e lavorato con un solo obiettivo nella testa, rendere una passione il mio lavoro: raccontare il Milan alla gente del Milan. Ho un debole per le storie difficili e per gli underdog in tutti gli sport

Intervistato dalla Gazzetta dello Sport in edicola questa mattina, Massimo Ambrosini ha parlato del momento del Milan, tra un grande Olivier Giroud e i nuovi arrivi ancora da attendere.

Giroud a 36 anni sembra quasi più forte di quando ne aveva 26.  Chiediamo a un calciatore che ha smesso a 37: come è possibile?

«Chi parla con i dirigenti del Milan, sa che pensano sia un campione per atteggiamento. Lo vedi nei momenti difficili della partita, non si abbatte mai e lotta sempre per se stesso e per i compagni».

Che cosa colpisce, guardandolo?

«La mia sensazione è che riesca sempre a mettere da parte il proprio ego per il bene della squadra. Questa è la chiave. Appena arrivato, ha dovuto gestire la convivenza con Ibra, prendendosi il palcoscenico quando ha avuto l’occasione».

È sempre stato così?

«Guardiamo il Mondiale vinto quattro anni fa. Giroud giocava tanto, ma non segnava mai. Eppure non ha mai mostrato segni di insofferenza e, alla lunga, è stato fondamentale».

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Giroud e i “vecchi” del Milan sono ancora al comando. I nuovi acquisti, invece, faticano. Che succede?

«La squadra gioca bene proprio perché ci sono i leader dello scorso anno. Tra i nuovi, mi viene naturale parlare di De Ketelaere, il più atteso. Io non discuto le sue qualità ma mi piacerebbe trovasse il modo di liberarsi da quel senso di applicazione che trasmette. Secondo me vuole essere perfetto in quello che Pioli gli chiede, ma così non libera mai la sua parte istintiva. Se solo lo facesse per una partita, o per una giocata…».

E allora, che dovrebbe fare?

«Trovare una strada a livello mentale. Liberarsi mentalmente e sviluppare il suo gioco. Mi sembra chiaro sia entrato in un percorso mentale complesso, che ci poteva stare per il salto che ha fatto, dal Bruges al Milan».

E Origi? Dove nasce la difficoltà?

«Gli manca ritmo. È quello di cui avrebbe bisogno».

Quando Giroud è entrato al suo posto, il Milan ha vinto la partita con lo Spezia. Ma come fa a essere sempre decisivo? Tra gli ex compagni del grande Milan di Ancelotti, chi faceva il maggior salto di rendimento nelle partite importanti?

«Oh, Pirlo. Andrea in allenamento non si degnava di mostrarsi per quello che era, invece nelle sere importanti era decisivo».

A impressione, un caso diverso da Giroud, no?

«Sì, Giroud è un lavoratore, un applicato. Pirlo non era ossessionato dalla vittoria ma aveva talmente tanto talento che viveva il calcio in modo unico. Era come se dicesse: “Quando l’arbitro fischia, vi faccio vedere che sono il più forte”. Era un caso speciale per il carattere, per la gestione emotiva delle partite».

Il finale è per gli eredi di centrocampo, Bennacer e Tonali. Quanto sono forti? Valgono il primo o il secondo livello europeo?

«Sì, mi sembra che ci siamo, hanno motore e caratteristiche tecniche di primo livello».

Bennacer giocatore più migliorato del Milan?

«Mi ricordo le parole di Pioli in estate, lo aveva previsto. Bennacer ha una grande capacità di gestire il pallone, liberando Tonali, che con lui può concentrarsi sul suo meglio: le qualità dinamiche, di copertura del campo. La crescita dei due va di pari passo e… occhio, fare i centrocampisti in questo Milan è più difficile che ai miei tempi. Pioli chiede tanto, i centrocampisti devono coprire gli inserimenti, stare attenti difensivamente…».

E Tonali? La sensazione è che abbia una leadership nuova.

«Mi ha colpito, nell’azione del gol di Giroud. L’assist nasce dalla voglia di liberarsi dell’avversario e provarci sempre. È come se si fosse ribellato alla beffa del grande gol annullato e questo lo fa chi ha leadership, chi vuole incidere».

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Massimo Ambrosini

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