De Calò: “Il Milan degli algoritmi non è più forte di un anno fa”

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Giacomo Mirandola
Residente in un paesino in provincia di Novara, nasce a Gallarate il 21 dicembre 1998, poche ore dopo Kylian Mbappé, con cui condivide la passione ma non il talento. Diplomato al liceo scientifico e laureato in Scienze della Comunicazione, la sua vita, alla costante ricerca di emozioni, lo ha portato a conoscere e ad appassionarsi a quasi tutti gli sport praticati sul pianeta. Giornalista, speaker e audiodescrittore all'occorrenza, fa questo lavoro per esigenza, non per scelta. Un solo obiettivo: trasmettere agli altri anche solo un parte delle emozioni che lo sport gli sa regalare ogni giorno.

La dura opinione del giornalista Alessandro De Calò sul Milan di questa stagione rispetto a quello dello scorso anno

La doppia sconfitta consecutiva rimediata dal Milan contro Juventus e PSG ha portato a molte critiche in direzione dei rossoneri. La maggior parte delle contestazioni sono state nei confronti di Stefano Pioli, ma il giornalista ed opinionista Alessandro De Calò ha voluto spostare l’attenzione sui giocatori nel suo editoriale sulle colonne de La Gazzetta dello Sport. La sessione di calciomercato estiva del Milan ha portato a Milano 10 volti nuovi, ma anche visto l’addio di 13 calciatori che lo scorso anno hanno vestito la divisa rossonera. Sono stati spesi circa 110 milioni. Ma questo investimento ha veramente reso questo Milan più forte di quello dello scorso anno?

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“Il Milan ha perso tutti i match importanti”

È arrivato il momento di chiedersi se il Milan degli algoritmi si sia davvero rinforzato rispetto alla stagione scorsa. Con la campagna estiva del 2022 considerata fallimentare, il Milan degli umani – Paolo Maldini e Frederic Massara – si era piazzato al quarto posto, per la penalizzazione della Juve, raggiungendo la semifinale Champions. Per ora la squadra di Pioli è seconda in classifica, ma rischia di uscire subito dall’Europa: in tre partite mai un gol. Di più. Ha perso tutti i match più importanti: umiliata dall’Inter, affondata dalla Juve, travolta dal Psg. Domani, a Napoli, nuovo passaggio cruciale. Sei mesi fa, quando la squadra di Spalletti stava volando verso lo scudetto, Leao, Brahim Diaz e Saelemaekers l’avevano riportata brutalmente a terra. Una superiorità poi imposta anche nei quarti di Champions. Eppure era un Milan traballante, con quel 4-0 si era rilanciato. E adesso? Adesso Leao non segna da oltre un mese, Brahim e Saelemaekers non ci sono più, tante facce sono diverse ma il quadro non è molto cambiato“.

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“Serviva un grande attaccante. Chi ha sostituito Ibra? Nessuno”

“Nella giostra del bulimico mercato estivo rossonero forse si sono confuse la quantità dei movimenti con la qualità delle alternative. Sono partiti Ibra, Tonali, De Ketelaere, Rebic, Origi, Messias, Gabbia, Dest, Bakayoko, Tatarusanu, Vranckx oltre ai già citati Diaz e Saelemaekers. In compenso sono arrivati Chukwueze, Pulisic, Reijnders, Loftus-Cheek, Musah, Okafor, Pellegrino, Jovic, Romero e Sportiello. Una spesa di circa 110 milioni, la gran parte ricavati dal passaggio al Newcastle di Tonali. Col senno di poi – vista la questione scommesse e la squalifica di dieci mesi – questa cessione si è rivelata una scelta indovinata, ha garantito una buona plusvalenza. Il problema è come sono stati investiti quei 100 e passa milioni, su che tipo di giocatori. Al Milan mancavano soprattutto i gol. Dunque serviva un grande attaccante, perché Ibrahimovic da quest’estate è un ex. Chi l’ha sostituito? Nessuno. Jovic, dopo i flop con Real e Fiorentina è arrivato sul traguardo al posto di Origi. Nella calura estiva si era molto parlato di Thuram, Lukaku, Morata e Taremi. Risultato? Zero. Giroud che ha segnato un gol su azione nelle nove partite giocate, a 37 anni resta il titolare senza un’alternativa adeguata. È così, c’è poco da discutere. Gli algoritmi avevano spostato la mira su una batteria di centrocampisti muscolari e attaccanti esterni anche nell’intento – condiviso da Pioli – di garantire più rifornimenti al centravanti della nazionale francese. Nei Bleus, Giroud convive con Mbappé, Griezmann, Dembelé. Nel Milan esiste Leao, ma non c’è un genio da ultimo passaggio e manca il regista (Krunic resta un rattoppo). Pulisic, sfiancato dalle trasferte negli Usa, ha qualche lampo però la sua dimensione è abbastanza precisa: un gol, l’anno scorso, nelle 30 presenze col Chelsea”.

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“Sembra che l’obbiettivo non sia vincere, ma stabilizzarsi tra le prime 4”

È meglio di Brahim Diaz? Più o meno siamo lì. E lo stesso vale per gli altri che sono partiti e arrivati. Il sospetto, dal mio punto di vista, è che ci sia un nodo strutturale. Sembra quasi che le urgenze principali non siano la seconda stella o una progressione nella Champions, ma piuttosto la capacità di galleggiare tra le prime quattro della A, puntando su una qualità media di giocatori da valorizzare. Anziché prenderne uno super da 80 milioni che ti cambia la vita – è successo al Napoli con Osimhen – se ne scelgono quattro da 20 milioni contando sul fatto che uno o due possano ripagare gli altri. C’è poco da stupirsi: il profitto è la ragione sociale di un fondo d’investimento, il margine che ne garantisce l’esistenza. Tutte le grandi squadre, però, nascono da una visione forte anche molto tecnica e radicata. Serve un rimedio. Questo Milan decolla quando Boban e Maldini, nel gennaio 2020, cooptano Ibra e Kjaer colmando due voragini. Ora Ibrahimovic potrebbe avere un ruolo importante nel club, a patto che ci sia una delega forte e gli algoritmi facciano un passo indietro. Altrimenti sarebbe solo fumo negli occhi, nebbia destinata a sparire”.

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