McKennie: “Io, Leao e Kean abbiamo una canzone! Che rischio con Pulisic…”

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Piero Mantegazza
Nato in provincia di Como nel 2000, laureato in Economia dei beni culturali e dello spettacolo. Ho mosso i primi passi nel giornalismo a “La Provincia di Como” per poi passare a Radio Rossonera. Raccontare lo sport è la mia passione: calcio e tennis non devono mai mancare. Fin da bambino il focus è il Milan, che è come una seconda famiglia. Innamorato delle bandiere e delle loro ineguagliabili storie, ormai sempre più in via d’estinzione

Milan-Juventus sarà una sfida tra statunitensi, uno di questi è McKennie: i ricordi con Pulisic e il feat con Leao

Weston McKennie si racconta a 360°: la vita fuori dal campo, il passato con Pulisic e l’hobby in comune con Leao. Il centrocampista della Juventus è stato intervistato da Dazn: contro il Milan si prepara ad una sfida a stelle e strisce.

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Su Weah: “Lui è un dormiglione. Va all’allenamento, poi torna a casa e va a letto. Io sono simile, è che quando vado in città o in certi posti, mi piacerebbe poterlo fare da solo e starmene per fatti miei. Però non è possibile e quindi sto a casa. In America è completamente diverso, se vai in un ristorante ben frequentato non sei nessuno”.

Qual è lo sport preferito?
“Da giocare o da vedere?”.

Entrambe.
“Sicuramente il calcio. Poi un altro che vorrei provare è il football americano. Il mio team del cuore è quello di Washington”.

Come si cresce in Texas?
“Per me è stato stupendo, avevo tutti gli amici vicini e vivevo in un quartiere sicuro. Ci vedevamo in una decina a casa di uno. Ogni volta che torno a casa passo sempre a vedere com’è il quartiere, se trovo qualcuno che conosco”.

E la Germania?
“La prima volta che ci sono andato (a 6 anni, ndr) non sapevo cosa mi avrebbe aspettato e non capivo la grandezza della cosa. Ricordo che stavamo scaricando la macchina, c’era un’ambulanza dal lato opposto. C’era un bambino che si era tipo rotto una caviglia… Quello è stato il primo incontro con il calcio. Non sapevo che ci fosse questo sport e cosa fosse. Per me le palle erano da basket, baseball, softball… E pensavo: “Wow, ma lo calciano, deve far male!”. Quindi ho preso la palla da softball e ho iniziato a scalciarla (ride, ndr). Però la Germania è stata la cosa migliore che potesse succedermi. Tutti si conoscevano e si proteggevano, come una piccola, grande famiglia”.

Che rapporto ha con suo padre?
“Mio padre era spesso via per lavoro. Mancava magari tre mesi, poi tornava per uno o due e ripartiva. Cercava di esserci, ma era mia mamma quella che c’era sempre. Se la mia squadra andava in Polonia o in Bolivia lei c’era. Io ho la mia personalità, sono sempre stato così, se vedi qualcuno con il finestrino abbassato e la musica alta, quello sono io. Quando lo faccio qui in Italia, la prima cosa che fanno è guardarmi e tirare su i finestrini”.

Sapeva che suo padre era un marine?
“Agli amici dicevo che mio papà era nell’esercito, ma non entravo nello specifico. Il villaggio era molto vicino alla Base Americana, la gente sapeva. C’era un bus che ci portava a scuola nella Base, io vivevo nel villaggio però perché mio padre voleva che entrassimo nella comunità. Volevamo vivere la vita locale, farne esperienza. Se non ci fossimo trasferiti in Germania, non sarei dove sono ora. Giocherei ad altri sport”.

Chi è il suo idolo?
“La Nazionale italiana che alza la Coppa del Mondo nel 2006. Perché ero in Germania in quel periodo e c’erano parate, festeggiamenti… Non so perché, ma amavo Del Piero, Buffon. Erano i miei due idoli. Quindi quando sono arrivato alla Juve ho pensato: ‘Che figata!'”.

Vi ha aiutato saper fare molte cose in campo?
“Lo potevo immaginare, prima di andarmene a gennaio avevo giocato quinto a destra quando era infortunato Cuadrado. Ho sempre potuto fare molti ruoli e questo è un’arma a doppio taglia. A fine carriera vorrei essere ricordato come uno grande in una posizione e non buono per tante. Mi vedo come un 8, un centrocampista, ma farò tutto ciò che serve per far vincere la Juve”.

Come arriverete al Mondiale in casa?
“Chiunque il ct sceglierà sarà pronto. Ma ad essere onesti non credo che in molti abbiano realizzato che siamo più di un team. Siamo una famiglia, è sicuramente la squadra più unita in cui sia mai stato. Gioco con Pulisic da quando ho 13 anni, lui con tanti altri da quando ne hanno 10. E poi ci siamo incrociati in Germania… Ricordo che avevamo una partita contro il Borussia di Pulisic nel giorno del Ringraziamento, le nostre famiglie hanno mangiato insieme, io feci una foto e la pubblicai, tutti volevano ucciderci. Ma è una festa americana! La trascorri con famiglia e amici…”.

Che musica ascolta?
“Hip hop e tante altre cose. In America c’è un altro tipo di vibes. Io, Leao e Kean abbiamo fatto una canzone insieme, siamo andati a Milano a registrarla”.

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