Kessie a SW: “Se qualcuno cammina, gli dico: “Dai, corriamo, che dobbiamo vincere!”

KESSIÉ

Franck Kessie, ha rilasciato una lunga intervista al settimanale sportivo SportWeek, toccando diverse tematiche, ecco alcune delle sue dichiarazioni.

Sull’essere chiamato Presidente
“Mi piace. È un nomignolo dato per scherzare, ma finché me lo dicono e nel frattempo lavoriamo duro, va bene. Un giorno, a Milanello, ho parcheggiato la macchina nel posto riservato a Gazidis e uno della security mi fa: “Franck, ma perché hai messo la macchina lì”? E io: “Lasciala, da oggi sono il nuovo capo del Milan”. E Ugo Allevi dell’ufficio stampa, che aveva assistito alla scena, dice: “Perché lui è il presidente! Però poi non l’ho più fatto altrimenti prendo la multa. Quando vinciamo anche mister Pioli mi chiama così”.

Sul modo di essere leader di Kessie
“Se ho qualcosa da dire a un compagno non lo faccio davanti a tutti perché non so come lui possa reagire. Lo prendo da parte e gli spiego. In partita è più difficile, perciò può capitare che cacci un urlo. Se qualcuno cammina, gli dico: “Dai, corriamo, che dobbiamo vincere!”. Nelle rappresentative giovanili della mia nazionale, la Costa d’Avorio, sono sempre stato il capitano. Sono abituato a essere il primo a mettere la faccia, in campo e fuori.
Parlo con tutti, a cominciare dai più giovani: Hauge, Daniel Maldini, persino i ragazzi della Primavera che ogni tanto si allenano con noi, come Mionic”.

Sulla coppia di centrocampo Kessie-Bennacer
“Parliamo entrambi il francese. Mi succede pure con gli altri di esprimermi nella stessa lingua e solo dopo mi viene in mente che non mi capiscono. Allora mi sforzo di trovare la parola corrispondente in italiano, ma ormai l’avversario è andato”.

Sui leader che parlano di più 
“Parlano soprattutto i più anziani, Ibra e Kjaer. Loro e il capitano, Romagnoli”.

Sul rapporto tra Franck Kessie e Hakan Calhanoglu
“Siamo arrivati insieme nella stessa estate quattro anni fa. Io vado a casa sua, lui viene da me. Ci assomigliamo come carattere. Quando abbiamo il giorno libero stiamo quasi sempre insieme: andavamo al ristorante quando si poteva, a fare shopping al Duomo. Ma frequento anche Bennacer, Meite, Leao e Saelemaekers”.

Sui consigli a Rafa Leao
“Gli parlo. Lui ha quasi tutto. È molto forte, ha qualità, dribbling, a volte fa gol. Gli dico di restare concentrato, di mantenere sempre lo stesso livello di attenzione in partita”.

Sui padre, purtroppo scomparso, centrocampista anche lui
“Direi di sì. Ho seguito la sua strada, anche se sono arrivato più lontano, perché papà non ha mai giocato in Europa. Anche il mio ruolo è più o meno il suo. All’inizio mi è venuto naturale per sentirmi vicino a lui, anche se poi ho giocato anche in difesa. Se lo è portato via una malattia. La sua morte mi ha fatto crescere in fretta, anche se ero il più piccolo di sette figli, quattro maschi e tre femmine. Sono rimasto con i miei fratelli e mia madre. Il calcio mi ha aiutato a sopportare il dolore. Il dolore non passa mai, però la vita va avanti.
Quando faccio gol mi metto sull’attenti per salutarlo, glielo vedevo fare certe volte, quando arrivava un ospite a casa”.

Sul suo tifo da bambino
“Il Milan era anche la mia squadra alla Playstation. Era facile tifare per loro: a quei tempi vincevano tutto. Quando ho indossato per la prima volta la maglia rossonera non ci credevo. Pensai che avrei dovuto sudare per quella maglia, perché del Milan io ero anche tifoso. È quello che cerco di fare a ogni partita. Giocare la Champions col Milan sarebbe grandioso”.

Sul rinnovo di contratto
“Ora sono concentrato sul lavoro che dobbiamo finire e che deve portarci in Champions. A fine stagione parleremo col club”.

Sull’approccio all’Italia di Kessie
“Mi videro ad Abu Dhabi, al Mondiale Under17. Mandarono una lettera al mio agente, George Atangana, e mi fecero arrivare in Italia a gennaio. Sbarcai alla Malpensa. Nevicava e io non avevo mai visto la neve. Dissi a George: io torno indietro, mi sa che in queste condizioni non riesco a giocare. E lui: vedrai che passa. All’Atalanta ebbi come allenatore prima Colantuono e poi Reja. Il mister diceva una cosa, io facevo il contrario e lui mi mandava ad allenarmi coi giovani: “Vai lì, che secondo me capisci”.

Sui suoi ex allenatori
“Gattuso secondo me urla di più. È molto attaccato ai giocatori, è fantastico, ha un rapporto fisico con loro: abbraccia, tira un pugno sulla spalla, schiaffeggia dietro alla nuca. È il suo modo di essere dentro all’allenamento. Si incazza quando uno sbaglia, ma alla fine gli passa tutto”.
Rino mi diceva di non aver paura di sbagliare, di giocare con la testa più libera. Io sapevo di avere qualcosa dentro che dovevo far uscire. Oggi è più facile perché Pioli ha aiutato tanto la squadra e ora la squadra aiuta me”.

Sul suo ruolo
“Il ruolo per me non cambia. Centrale giocavo a Bergamo con Freuler o Cristante. Al Milan, già Montella mi disse che avremmo giocato a tre e io risposi che lo avevo già fatto al Cesena. È vero che da centrale è più facile attaccare venendo da dietro, perché hai di fronte solo il trequartista avversario. Superato lui, hai spazio davanti. Da mezzala sei più vicino ai difensori avversari, devi dribblare di più”.

Su quello che manca al Milan
“La continuità nei risultati. Le grandi squadre non si accontentano mai, vogliono vincere tutte le partite. Questa deve essere la nostra mentalità. Sappiamo che non è possibile vincere sempre, ma dobbiamo provarci. Ma siamo già una grande squadra”.

Su Milano
“È la città della moda, si mangia bene… Quando ho tempo, mi piace giocare a bowling”.

Sulla sua capigliatura
“Ci impiego due ore e mezza. Bisogna farne una alla volta. Poi, per due notti almeno, devi dormire con un cappello che aderisce su tutta la testa, altrimenti si scompigliano”.

photocredits acmilan.com

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