Gli orchestrali (i club) suonano mentre il Titanic Italia affonda: cronaca di un fallimento che viene da lontano

Da ormai 24 ore tutta l’Italia calcistica si lecca le ferite per l’ennesima umiliante estromissione da un Mondiale di calcio. Quello che 4 anni fa apparì come il fallimento del duo Tavecchio – Ventura, oggi il sapore della sconfitta prende i contorni molto più ampi di un “è colpa di tizio o di caio”. Il calcio italiano è da rifondare.

E se oggi il focus non sarà tinto di rossonero è solo perché dalla crescita del nostro sistema calcio che il Milan può tornare competitivo ad altissimi livelli.

Tranquilli, chi vi scrive non ha tirato notte lo scorso 11 luglio con la certezza che una nuova era del calcio italico stesse per iniziare. Non abbandono nessun carro per il gusto di sputar sentenze. La gioia per il miracolo sportivo della scorsa estata è sempre stata accompagnata dalla consapevolezza che il calcio italiano era ancora lì, impantanato nei bassifondi dell’élite pallonara mondiale. Pur con un trofeo in più.

E ora? Beh, ora è dura perché il risveglio stamattina è stato un particolare e pericoloso dejà vu.

Già dopo il trionfo di Berlino nel 2006 che si promettevano cambiamenti radicali in politiche e uomini soprattutto in virtù dello scandalo di calciopoli. Ma le vittorie in Champions di Milan (2007) e Inter (2010) fece cambiare idea a tutti.

Allora si inaugurò la stagione del “indovina chi è il colpevole”.

E mentre il calcio azzurro da campione in carica arrivava ultimo nel girone della Coppa del Mondo in Sudafrica (2010) dietro Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda (!?!?!), “migliorandosi” 4 anni dopo in Brasile arrivando terzo nel girone eliminato dalla Costa Rica, l’Italia intera bollava come problemi Prandelli e l’eroe di Berlino, Marcello Lippi. Ma nel tritacarne mediatico finirono di li a poco anche i meno pubblicizzati Donadoni, reo di essere uscito all’Europeo ad opera di una Spagna che stava per dare vita ad un ciclo glorioso (2 Europei e 1 Coppa del Mondo) e Gian Piero Ventura che per la prima volta nella storia non riuscì a far qualificare l’Italia ad un Mondiale.

Quella che sembrava un’eccezione è diventata la regola. Anche Roberto Mancini si iscrive da ieri sera al club, nonostante sia Campione d’Europa in carica. Cos’altro serve per capire che il problema non sono gli uomini bensì un impianto politico sportivo fallimentare?

Le veline e gli strombazzatori mediatici hanno continuato a far baccano da luglio scorso scagliandosi contro chi Wembley lo considerava una fantastica eccezione che, dati alla mano, confermavano la regola. Ma con le loro fanfare respingevano al mittente qualsiasi analisi.

Eppure questa Nazionale la scorsa estate, nella fase ad eliminazione dell’Europeo, tolto il quarto di finale con il Belgio, non ha mai vinto entro i 90 minuti. L’incapacità a vincere una partita nei tempi regolamentari è proseguita da settembre con il doppio pareggio contro la Svizzera, la Bulgaria e l’Irlanda del Nord. E mentre ci si arrovella contro la sfortuna per i rigori sbagliati contro la Svizzera, provando a giustificare lo sciagurato cammino, ci si dimentica che sono stati proprio i rigori la nostra fonte di felicità la scorsa estate.

Adesso la fanfara mediatica, con il passare delle ore, si sta trasformando nell’orchestrina del Titanic.

Il calcio italiano va ripensato. Partendo dalle riforme dei campionati, cavallo di battaglia del Presidente Gravina durante la sua campagna elettorale nel 2018. Un campionato di Serie A a 20 squadre si dimostra sempre più, poco competitivo e allenante. Tolte le prime 8 che lottano tra scudetto e piazzamento europeo (in quelle rare stagioni di alta competitività) e le ultime 4 per la salvezza (generalmente 2 delle 3 che retrocedono iniziano a pensare alla B già a gennaio), tutte le altre vivacchiano un limbo di mediocrità.

Nell’attuale campionato italiano su 574 giocatori tesserati, solo 226 (40%) sono italiani. Il Milan capolista in Serie A, schiera il solo Calabria negli 11 titolari e in rosa ha appena 7 italiani su 23. Stesso numero per il Napoli di Spalletti su 25 in rosa. Numero di italiani che sale a 8 e 9 per Inter e Atalanta su una rosa di 25. La Juve ha qualche italiano in più, 11. Con questi numeri sicuri che facendo fare a Mancini la stessa fine dei suoi predecessori, la situazione cambierà?

Il CT dell’Under 21 Nicolato si è lamentato che su 27 convocati, appena 11 giocano in A. Come dargli torto ma finchè si lascerà che il mercato dei calciatori diventi un mezzo per drogare i bilanci senza controllo, società come il Milan preferiranno investire 400 mila euro sul Kalulu di turno piuttosto che investire 7 milioni su un Simone Muratore sparito dai radar del calcio italiano,

Questo sistema permette iper valutazioni di giocatori che oltre la provincia non vanno e allo stesso tempo concedono deroghe a società fortemente indebitate senza metterle nelle condizioni di risolverlo il problema. È un continuo rimandare sperando sempre che un “rigore entri o esca”.

Da anni sono spariti seri e produttivi centri di formazione federali. Adesso sembrano sempre più degli uffici stampa di vecchi amici ex calciatori che senza mai aver indossato una tuta e un fischietto (antica immagine di un allenatore), non perdono tempo a definirlo “maestro”.

Tornando al 2006, la Germania era espressione di un calcio vecchio eppure fu quel mondiale organizzato in casa il vero, volano per il movimento calcistico tedesco. La nostra politica, pur sapendo che la sostenibilità e l’indipendenza di un club è il primo passo verso il salto di qualità, sonnecchia sul discorso stadi di proprietà.

Juventus, Atalanta, Sassuolo, Udinese e Frosinone sono le uniche società a beneficiarne su 100 club professionistici tra A, B e Lega Pro. In Spagna il 40% degli stadi sono di proprietà, in Germania il 61% mentre in Inghilterra l’80%. Nella nostra serie A il 70% sono di proprietà comunale.

Bisogna aggiungere altro per capire che non andare ancora al Mondiale non è il problema ma la conseguenza di anni sciagurati e di gestioni al limite della regolarità sportiva e penale con la compiacenza di chi governo tutto il sistema. Sicuramente alla ripresa del campionato, tutti avranno dimenticato ma su quella nave che affonda, non ci sono solo maglie azzurre. Ci siamo tutti noi che ci lasciamo distrarre e illudere da tanto altro mentre l’orchestra del “Titanic Italia” diretta dal macedone Aleksandar Trajkovski suona l’ultimo e triste valzer.

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