Inzaghi ospite al “Club” di Sky Sport: tutte le dichiarazioni

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Giacomo Todisco
Nato a Milano nel 1998, muove i primi passi nel mondo del giornalismo all' età di 20 anni. Con esperienza in campo sportivo in generale, sfrutta la sua passione per informarsi su gran parte del panorama calcistico. Appassionato di Premier League e Liga spagnola. Tifoso del Milan da sempre.

Ospite a Sky SportFilippo Inzaghi è intervenuto nello studio televisivo del programma “Sky Calcio Club” con Fabio Caressa e i suoi ospiti. Di seguito, tutte le dichiarazioni di “Pippo”, ex numero 9 del Milan.

Sull’esperienza da allenatore rossonero: “Quell’anno è stato fondamentale per capire che potevo fare questo mestiere. Al di là che col Milan fino a gennaio eravamo anche nei primi 3 posti. Giocavamo un calcio che non è da Milan, ma non avevamo la squadra… Infatti negli anni, anche con qualche acquisto, si è fatta molta fatica. In un anno intero nessun giocatore mi ha mai mancato di rispetto. Per come è andata e per aver deluso i tifosi ci sono stato male, anche perché per me il Milan è la vita. Io ci ho provato, ma da lì ho capito che questo lavoro mi piaceva e mi divertivo. Ripartire dalla C poi va bene, la categoria a me interessa poco”.

Sul suo modo di giocare: “Conoscere i miei compagni ha sempre fatto la differenza. Tante volte ripeto che l’anno al Milan in cui ho fatto 30 gol, io giocavo da solo. Avevo Serginho da una parte e Cafù dall’altra. Uno mi crossava e l’altro mi imbucava. Per cui, anche per caratteristiche, ero uno che preferiva giocare solo”.

Poi, Inzaghi racconta un aneddoto su Gattuso: “In finale di Supercoppa con il Siviglia a Montecarlo, c’era Rino che fece un cross con il difensore davanti. Mi sono detto «Adesso prende quello davanti e a palombella il pallone arriva a me». E poi è arrivato davvero lì. Con questa cosa qui ci sono nato. È solo grazie a madre natura. Mi ha dato i tempi di gioco, quelli non si possono insegnare. E poi la memoria fotografica, che per me ha inciso tanto. Faccio fatica a rivedere le mie partite, perché le so a memoria“.

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Su suo fratello allenatore dell’Inter, Simone: “Lui ha tante più tensioni di me. Non è semplice perché quando perdi non capisci niente, ti danno tutti addosso. Ci salvano lavoro e passione. Mio papà e mia mamma ci hanno dato begli insegnamenti. Adesso, tra l’altro, faremo anche un’amichevole a Reggio Calabria il 22 dicembre contro l’Inter”.

Cosa ne pensa dello stop della Serie A? “Fermarsi così tanto non è mai successo, forse solo in Germania. Con la Serie B noi ci fermiamo tre settimane, non è la stessa cosa. Sono curioso di capire come la gestiranno, ho visto che tutte hanno messo amichevoli importanti”.

Su Raspadori: “Di lui mi piace la faccia, non lo conosco ma mi sembra un bravo ragazzo, che non si lamenta. È completo. Nel Napoli mi piace molto questa cosa qui degli attaccanti che danno tutto quando giocano, a prescindere dal minutaggio. Hanno creato un gruppo che può far vincere qualcosa di importante. Vedere come giocano per noi allenatori è bello. Il Napoli poi può variare modulo e può giocare in diversi modi. Anche per l’avversario non è semplice”.

Sugli attaccanti che gli somigliano: “Ognuno ha le proprie caratteristiche. A me sinceramente piace Immobile, perché fa gol in tutti i modi: è completo. In Italia penso che sia lui il migliore”.

Su Cristiano Ronaldo: “Io dico sempre che per noi è dura smettere. Accettare, come è successo per ognuno di noi, la fine. Non sai mai cosa ti aspetta dopo e sai che quello che stai facendo ti dà delle emozioni difficilmente ripercorribili. Non so cosa passa per la sua testa, non è facile la sua gestione per un allenatore. A me per fortuna mi hanno fatto smettere, sarei andato avanti a 39 anni, ma certi giocatori meritano di finire a dei grandissimi livelli”.

Poi, un aneddoto sul 2006: “Stavamo andando fuori dalla Champions, allora il Milan ha forzato il mio rientro. Eravamo ottavi, dissi ad Ancelotti che non ce la facevo e lui invece mi mandò con la Primavera. Gioco il primo tempo con un dolore atroce, con mio padre in tribuna, e a quel punto arriva Ancelotti e mi dice «Stai molto bene». Poi ho segnato, sono andato da loro per esultare e ci siamo messi a ridere. Ma il ginocchio non c’era, infatti mi è uscita la rotula al Mondiale. Poi è andata bene e va bene così”.

Sugli attaccanti: “Puoi fare tanti gol, anche 300 come me. Ma poi devono essere anche decisivi”.

Inzaghi si toglie anche un sassolino dalla scarpa: “Galliani mi dice che probabilmente gli italiani non mi hanno mai riconosciuto abbastanza. Effettivamente ho fatto 2 gol ad Atene, 2 a Yokohama e uno a Montecarlo nello stesso anno (finale di Champions, Mondiale per Club e Supercoppa Europea, ndr). Però questa cosa, cioè che si è sempre fatto fatica a esaltarmi, mi ha sempre dato grande forza. Fastidio? No, sicuramente c’erano giocatori più belli da vedere di me. Questa cosa mi ha sempre dato fame e voglia di dimostrare che qualcuno sbagliava. Capisco che agli esteti potessi non piacere, ma il lavoro quotidiano deve essere riconosciuto. Dava quasi fastidio che uno come me potesse fare tutti quei gol. La critica non è mai stata benevola nei miei confronti. Non ero né Ronaldinho né Del Piero, però quel che ho fatto l’ho fatto per passione e lavoro, ce l’ho messa tutta. È questo il messaggio da far passare”.

Infine, sulla maledizione del numero 9 e Giroud: “Bisogna ammettere che in quegli anni non è stato il Milan di prima… Giroud è molto intelligente. Benzema con la Francia avrebbe giocato più fuori dall’area, invece la presenza dentro l’area dà giovamento. A lui e alla squadra”.

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