Inzaghi: “Dopo Atene 10 notti di fuoco! Io, Kakà e Zidane”

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Piero Mantegazza
Nato in provincia di Como nel 2000, laureato in Economia dei beni culturali e dello spettacolo. Ho mosso i primi passi nel giornalismo a “La Provincia di Como” per poi passare a Radio Rossonera. Raccontare lo sport è la mia passione: calcio e tennis non devono mai mancare. Fin da bambino il focus è il Milan, che è come una seconda famiglia. Innamorato delle bandiere e delle loro ineguagliabili storie, ormai sempre più in via d’estinzione

Inzaghi ripercorre la sua carriera, Zidane alla Juve, Kakà al Milan: i sogni avverati, la fine e quelle notti di Champions…

Pippo Inzaghi si racconta al Festival dello Sport organizzato da Gazzetta: il Milan la fa da padrone. Dalla prima volta a San Siro, all’ultima partita giocata segnando sotto la Curva Sud. Le finali di Champions, il parallelismo con Simone Inzaghi e i consigli per i futuri bomber.

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La ripartenza dalla Salernitana: “Il presidente Iervolino mi ha chiesto di insegnare agli attaccanti qualche movimento dei miei. Io ho detto subito che per prima cosa bisogna conoscere i compagni che sono quelli che ti aiutano a fare i gol. Su questo aspetto sono stato subito chiaro con i calciatori della Salernitana. Gli attaccanti devono capire quelle che sono le caratteristiche dei propri compagni”.

Sulla sua carriera e sulla Nazionale: “A 22 anni ho vinto la classifica marcatori con l’Atalanta e successivamente ho giocato 4 anni nella Juventus e 12 nel Milan: il massimo. Alla Juve incrociai Zidane. Insieme a Kakà è stato il trequartista ideale, il meglio del meglio. Ho fatto più di 300 gol, sono riuscito a decidere finali di Champions League e partite per lo scudetto. Al Milan tutti si ricordano Atene ma la partita della vita è la finale di Manchester del 2003. Ora facciamo fatica in Italia a produrre grandi centravanti. Ora la nazionale è in ottime mani, ci sono giovani bravi e ci vuole pazienza. Ai miei tempi c’era una qualità pazzesca e credo di aver giocato meno rispetto alle mie qualità. Si giocava con una sola punta ed era Vieri. Provammo a giocare insieme con Bobo ma poi c’erano davvero tanti altri campioni alle nostre spalle”.

I suoi sogni ed i valori dello sport:Prima la Juventus e dopo il Milan, un sogno che avevo da bambino e che si è avverato. Io ho fatto di tutto per alimentare e provare a realizzare il mio sogno. Il primo gol fatto in Europa una roba bellissima, aver raggiunto e battuto il record di Gerd Müller una cosa stupenda. Segnai con il Real Madrid partendo dalla panchina e avevo con me due maglie celebrative. I miei compagni mi presero per pazzo ma poi ho avuto ragione io. Mio fratello Simone è più bravo di me in tutto ma già dai tempi in cui giocavamo a calcio in mansarda, a casa, e il camino era la nostra porta immaginaria. Mio padre ci diceva sempre di smetterla ma noi continuavamo sempre. Un’altra porta bellissima era il garage di casa dove giocavamo con un altro nostro amico che crossava e noi tiravamo al volo. Adesso sfido tutti a trovare un ragazzo che gioca sotto casa con un garage. Il mio obiettivo ora è far avvicinare i miei figli allo sport qualunque esso sia. Perché aggrega, insegna valori e regole”.

Inzaghi, Milan, San Siro e l’addio al calcio: “Entrai la prima volta a San Siro nel 1983 per un Mundialito. Ma l’emozione più bella fu quando tornammo a casa io e Simone e per la felicità nel cuore della notte andammo a svegliare nostra madre per raccontarle tutto di quella giornata indimenticabile. L’ultima da calciatore a San Siro invece nel maggio del 2012. Io però nonostante i 39 anni pensavo di stare ancora bene. Fu bello segnare appena entrato, alla prima palla toccata, sotto la mia curva e successivamente essere premiato per le 300 presenze da Galliani. Ed allora decisi che comunque era meglio chiudere in questa maniera. Dopo qualche mese iniziai ad allenare gli allievi del Milan, mio fratello invece già guidava quelli della della Lazio. Quando allenavo a Venezia e mancava qualcuno entravo e giocavo anche io e facevo anche tanti gol”.

La sua vocazione da allenatore: “Tutte le scelte che ho fatto, sia da calciatore che da allenatore, le ho sempre fatte per passione e basta. Ciò che mi ha spinto ad allenare è la voglia di dare e insegnare qualcosa ai miei calciatori. A volte non tutto si può insegnare, alcune cose te le da Madre Natura e basta. Però si può insegnare altro e cercare di tirare fuori il meglio da ogni singolo calciatore. A proposito di passione: io lasciai il Milan per andare a Venezia in C. Andò bene anche perché l’anno dopo conobbi Angela, donna che aveva tante somiglianze con mia mamma ed ho pensato che era la donna giusta per me e la mamma dei miei figli. Infatti ne abbiamo due”.

La famosa notte di Atene nel 2007: “Atene è un luogo magico. Alla vigilia non stavo bene, solo Carlo Ancelotti poteva credere in me e farmi giocare. Ero stirato, ho giocato in condizioni critiche. Faccio un gol con l’attacco alla linea del fuorigioco, un mio gol. Poi quella palla che rotola, non l’ho presa benissimo, ma fu apoteosi vera. Non ho dormito per 10 notti di fila. Nelle due Champions League vinte i gol che reputo più importanti però sono quelli segnati nei preliminari”.

Il percorso da allenatore: “Berlusconi e Galliani mi diedero la possibilità di allenatore gli Allievi e la Primavera. Poi la prima squadra a cui non potevo dire di no. Sapevo delle difficoltà e ho provato a metterci tutto me stesso. Mi ha permesso di capire che questo lavoro è quello che più mi piace fare indipendentemente dalla categoria. Quest’anno pensavo di stare fermo ed avere la possibilità di girare per aggiornarmi. Poi è arrivata la chiamata della Salernitana ed è iniziata questa nuova sfida”.

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