Sacchi: “Milan, la formula è giusta! In Italia siamo rimasti alla furbizia…”

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Arrigo Sacchi ha commentato alla Gazzetta dello Sport il grande lavoro della società rossonera: “Le idee contano più dei soldi”.

L’argomento è alla base di molti suoi ragionamenti, perché?
“Vi racconto un aneddoto. Alla mia prima stagione da allenatore al Fusignano mi mancava il libero. Andai da un dirigente e gli spiegai il problema, mi disse: ‘che numero di maglia ha il libero?’. ‘Il 6’. Andò a prendere la maglia e dandomela concluse: ‘adesso, se sei bravo, il libero lo costruisci con il lavoro e con le idee’. Non c’erano soldi e dunque non c’erano alternative. Quell’anno vincemmo il campionato.”

Se non hai soldi devi aguzzare l’ingegno: questa è la norma?
“Proprio così. Dovrebbe esserci una regola che dice alla società: non si possono fare debiti. Per essere competitivi è importante avere intuizioni, passione, spirito di sacrificio. Ma in Italia siamo rimasti alla furbizia come qualità principale…”

E’ questo il vero problema?
“Secondo me sì. Qui da noi bisogna vincere a ogni costo, anche facendo debiti, anhe giocando male, anche fregando l’avversario. Ma non è giusto. In Spagna se vinci giocando male il pubblico ti fischia, l’ho provato sulla mia pelle. In Italia invece ti applaudono. E la colpa è di tutti: presidenti, dirigenti, allenatori, giocatori, tifosi e giornalisti. Con questo andazzo, però, non si cresce: bravo il Milan che ha invertito la rotta e sta cercando di diventare una squadra di livello internazionale attraverso il rispetto di banali regole economiche, che applicherebbe ogni buon padre di famiglia.”

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E’ vero che lei una volta fece vendere due giocatori che pensavano soltanto ai soldi?
“Mi capitò a Parma, erano due ragazzi con me da cinque anni ma ormai nelle loro teste c’era solo l’ingaggio, non più il calcio. Li mandammo via e non ci furono conseguenze negative sul piano dei risultati, anche perché per me il leader è sempre stato il gioco, non il singolo giocatore.”

Arrivato al Milan, allontanò un giocatore che non si comportava da professionista e non chiese rinforzi.
“Già, dissi a Berlusconi che andava benissimo la riserva di quello che avevamo mandato via. Prima di scegliere un giocatore guardo la persona perché sono stato convinto che i piedi li puoi migliorare ma la testa no.”

Anche lei quando fu ingaggiato dal Milan firmò il contratto in bianco, vero?
“Esatto. Non volevo dei giocatori avidi e dovevo dimostrare che non lo ero neanche io. Il Milan scegliendo elementi giovani e poco conosciuti ha preso una direzione precisa: si punta sul gioco, se si fa male uno entra un altro e non si fanno drammi, conta il collettivo e non il singolo. Questa è la strada per arrivare lontano, altro che spendere soldi per acquistare questo o quel campione, che poi magari non è neanche un campione…”

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