Sacchi: “Ho chiamato Paolo Maldini e gli ho detto che…”

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Sulle colonne della Gazzetta dello Sport di questa mattina, Arrigo Sacchi analizza le possibilità scudetto di Milan e Inter.

Sacchi, l’Inter ha davvero consegnato lo scudetto nelle mani del Diavolo?
«Diciamo che ha fatto un brutto scivolone e che adesso deve risollevarsi in fretta per essere pronto per lo sprint finale. Nella prima mezz’ora contro il Bologna i nerazzurri hanno giocato benissimo, ma dopo il pareggio hanno cambiato fisionomia».

Cosa può essere accaduto?
«Vede, un grande scrittore come George Bernard Shaw sosteneva che il calcio ha la capacità di concentrare in 90’ l’intera storia universale. È proprio così. Nei primi trenta minuti non c’era partita, poi…».

L’impressione è che la squadra di Inzaghi, in determinate circostanze, non abbia un piano B. È d’accordo?
«L’Inter è una squadra che ha valori importanti. Inzaghi lo conosco bene, è un ragazzo adorabile e sta gestendo bene la situazione. A volte, però, i nerazzurri lasciano troppo il dominio del campo all’avversario. In questo modo si perde ottimismo, non ci può basare soltanto sulle ripartenze. L’Inter ha una qualità tecnica superiore rispetto al Milan, e ha anche una maggiore esperienza, ma le manca l’interiorizzazione del gioco».

È una squadra «all’italiana» insomma.
«Sì, finché non farà il pressing e non farà un buon possesso-palla faticherà a raggiungere livelli internazionali. Ma non si devono fare drammi, l’Inter è sulla strada giusta: è necessaria un po’ più di convinzione nei propri mezzi. E poi massima attenzione alle distanze tra i giocatori. Io ripetevo sempre ai miei ragazzi: “Se stiamo in trenta metri non ci batte nessuno”. Il discorso è valido ancora oggi. Se il gruppo, invece, si sparpaglia per il campo, si perde il concetto di squadra. Ripeto: l’Inter ha un parco-giocatori superiore, ma nel calcio si vince con il gioco e con lo spirito di squadra. Il gioco ti dà tranquillità, ti fa sentire meno solo. E poi posso aggiungere un altro concetto?».

Dica pure.
«In fase difensiva non si può avere sempre uno o due giocatori in più rispetto agli avversari. Il rischio è alla base di ogni impresa. Il mio Milan faceva anche il fuorigioco, ci prendevamo dei rischi per arrivare alla vittoria. Avere successo significa non doversi rimproverare nulla. Ecco, finora il Milan deve rimproverare poco a sé stesso. L’Inter, probabilmente, qualcosa di più».

Adesso per i rossoneri si apre un’autostrada.
«È così, ma a una condizione: che siano un gruppo, una squadra, undici uomini che attacca[1]no e difendono, compatti, sinergici. Pioli, negli ultimi anni, ha aggiunto idee che vanno oltre il classico tatticismo italiano. In Europa e nel mondo si vince con la strategia, non con la tattica. E non soltanto nel calcio, ma nella vita. Il Milan ci sta provando, an[1]che se non sempre mantiene le giuste distanze. Non è la squadra più forte, ma quella che più s’avvicina a un calcio di strategia».

Sarà un finale di campionato appassionante.
«Direi di sì, le sorprese nel calcio sono all’ordine del giorno. Ho parlato recentemente con Paolo Maldini e gli ho fatto i complimenti. Gli ho detto: “Sei stato un fuoriclasse da giocatore, stai dimostrando di esserlo anche da dirigente. Ma li hai tirati fuori tutti quei giocatori che nessuno conosceva?”».

E Maldini che cosa le ha risposto?
«Che quando ci sono meno soldi bisogna fare andare il cervello e farsi venire delle idee. Be’, devo dire che al Milan sono stati bravi: hanno tenuto a bada il bilancio e hanno costruito una squadra competitiva. Pioli sta compiendo un autentico capolavoro. In Italia è sufficiente fare le cose semplici per essere considerati dei rivoluzionari, perché il nostro è un Paese vecchio. Per fortuna ci sono delle eccezioni, e il Milan è una di queste. Io sono per un football offensivo, coraggioso, creativo, bello. E per fare questo è necessario prendersi dei rischi. Il Milan lo fa»

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