Kjaer: “Mai sofferto così tanto… ora voglio giocare!”

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Intervistato da Sportweek, settimanale della Gazzetta dello Sport, Simon Kjaer ha parlato di tanti temi legati al suo ultimo anno di calcio: dall’infortunio allo scudetto, passando per quello che è successo a Christian Eriksen.

Moglie e figli ti preferivano con barba e capelli lunghi, quando, dopo l’infortunio al crociato del ginocchio sinistro del primo dicembre di un anno fa, avevi deciso di non tagliarli più finché non fossi tornato in campo?
“Assolutamente no. Ma a un certo punto mia moglie ha capito che non poteva più rompermi le scatole: avevo deciso così. Se io dico una cosa, la faccio. Elina diceva: almeno sistemati un po’. Ammetto che la barba era inguardabile. Ho spuntato un po’ i baffi perché i peli ormai mi entravano in bocca”.

Ma che cos’era la tua, una sfida alla malasorte o una scommessa con te stesso sui tempi di recupero?
“No. Non avevo mai sofferto un infortunio tanto grave e per la prima volta nella mia carriera dovevo affrontare un periodo in cui avrei lavorato da solo, lontano dal resto del gruppo. Mia madre mi disse: fai finta di essere un eremita, uno di quelli che vivono nella foresta, separati da tutto e tutti. Io mi sentivo proprio così. Sì, la società mi stava vicino, i compagni mi scrivevano incoraggiandomi, ma alla fine ero io a dovermi alzare alle 8 del mattino tutti i giorni per lavorare fino alle 8 di sera: terapia, rieducazione, da solo insieme al fisioterapista. Allora mi sono detto, se sembro un eremita, che sia così: taglierò la barba solo quando tornerò a lavorare con la squadra”.

Sei rientrato col Marsiglia, una settimana fa. Hai sempre pensato positivo?
“Mai avuto dubbi. So quante ore ho messo dentro fino adesso. Ho avuto tanta pazienza, anche se ora inizia a mancarmi perché vorrei andare più veloce. Vorrei spingere, ma so di non poterlo fare troppo, perché se mi stiro adesso sto fuori quattro settimane. Non devo fare cavolate, devo rispettare i tempi e i segnali che mi trasmette il corpo. Se avessi avuto 24 o 26 anni sarebbe stato un altro discorso, ma non ho le capacità di recupero di allora”.

L’infortunio ti ha cambiato, ti ha fatto scoprire qualcosa di te che non conoscevi?
“Sì. Sottoporsi ogni giorno a esercizi pesanti e noiosi perché sai che ti serve farli, non è facile. Fossi stato più giovane, non so se ci sarei riuscito. Oggi mi rendo conto di avere l’esperienza per capire che se ti chiedono dieci ripetizioni, devi farne una in più e non in meno”.

È stata una rieducazione lunga sei mesi e dolorosa: che cosa ti ha aiutato a sopportarla?
“Ci sono stati momenti in cui dovevo mettere su la musica per tutta la durata dell’allenamento, come stimolo. E pensavo a quanto e come lavorava Kobe Bryant, che è stato un mio modello”.

E in casa?
«Quando mi feci male, dissero a mia moglie: ora te lo potrai godere un po’ di più. Vero, sono stato in casa con lei e i bambini, ma insieme a noi ha vissuto per tre mesi il mio fisioterapista, cinque giorni su sette. La mia priorità è sempre stata il ginocchio. Ma non sono mai stato incazzato”.

Ti sei scoperto guerriero oppure hai sempre avuto uno spirito così?
“Negli ultimi cinque anni, ma potrebbero essere qualcuno in più, ho sempre avuto la stessa mentalità, che mi sono costruito pian piano. Sono arrivato a un punto in cui so quello che devo fare e non ho nessun problema a soffrire. Se una cosa ha senso, la faccio. Ma deve avere senso. Se uno mi dice: fai dieci allunghi, io chiedo: perché? Dammi una buona ragione e li faccio, anche se sto morendo”.

Quando è scattata la scintilla che ti ha permesso di costruire la mentalità di cui parli?
“Quando è nato il mio primo figlio. In quel momento ho messo le cose in una prospettiva diversa e ho capito che da allora in avanti non sarei stato più la persona più importante nella mia vita, ma sarei venuto sempre dopo. Passavo dal primo posto al secondo. E adesso che i figli sono due, sono scivolato al terzo”.

Sette anni in Italia, quattro in Francia, due in Germania, Spagna e Turchia: cosa è rimasto della Danimarca dentro di te?
“La base: puntualità e lo stesso rispetto per tutti, dalla donna delle pulizie al presidente. Se un danese ti dice: siamo qua alle due, vuol dire che siamo qua alle due, non alle due e dieci”.

Ahi…
“In Italia dipende da dove sei: a Milano è un po’ meglio che a Palermo. Lì le due diventano anche le due e mezza… Ma in Sicilia sono stato benissimo, ho aperto gli occhi sul mondo”.

E girando per l’Europa, cosa hai imparato come uomo?
“Ho preso un po’ dappertutto. Mi piace molto la mentalità italiana, il gusto per il cibo, per il buon vino… La vostra è la cucina perfetta. Da voi, in Francia e in Spagna conoscete l’arte di rallentare, di prendervi tempo per i piaceri della vita. In Danimarca vivi solo il venerdì pomeriggio, il sabato e la domenica. Il resto della settimana lavori e basta. Se inviti qualcuno a cena il martedì o il mercoledì, ti guarda strano”.

Resta da parlare della Turchia.
“Un Paese che vive di passioni, nel calcio e fuori. A Istanbul è nato il mio secondo figlio: per me sarà sempre un posto speciale. È una metropoli piena di culture diverse, un corpo separato dal resto della Turchia”.

Da calciatore, invece, dove hai imparato di più?
“La maniera di difendere, il modo stesso in cui penso al calcio, sono italiani. In Francia il gioco è più fisico, in Spagna è più tecnico, ma ti adatti. Le mie basi sono qui”.

Pensando allo scudetto, cosa ti ha rubato l’infortunio? Quali emozioni e sensazioni?
“Quando mi sono fatto male ho staccato la spina dal calcio per quattro mesi. Non guardavo neanche le partite. Ero in contatto con Pioli e i compagni, nient’altro. Non andavo a Milanello perché non avevo niente da dire e niente da dare. Sono tornato più o meno a dieci partite dalla fine perché potevo ricominciare a fare qualche lavoro con la squadra e restituire qualcosa di me. I ragazzi mi hanno accolto regalandomi la maglia col mio nome firmata da tutti loro. Il Milan è davvero una famiglia e io voglio bene a tutti. Cosa mi ha rubato l’infortunio? Io so di aver dato una grande mano a vincere questo scudetto, perché è stata la conclusione di un percorso di crescita, tecnica e mentale, iniziato due anni e mezzo fa, quando sono arrivato al Milan. L’anno scorso ho giocato solo 11 partite, ma lo scudetto lo sento mio. Lo abbiamo vinto tutti insieme”.

Dopo la vittoria sul Sassuolo, decisiva per il titolo, negli spogliatoi hai festeggiato allo stesso modo degli altri?
“Certo. Abbiamo festeggiato come devono fare i campioni. Di solito mi tengo le cose dentro, ma ogni tanto sono capace di farle uscire”.

Come definiresti te stesso, in tre aggettivi?
“Professionista. Affidabile, al cento per cento. Ottimista”.

C’è invece qualcosa che vorresti cambiare?
“No. Posso sempre imparare, smetterò col calcio quando smetterò di crescere. Non sono perfetto, però sono disposto a correggere i miei errori. Ma sono come sono, e come sono mi ha permesso di arrivare fin qua. Mia moglie ogni tanto mi ricorda che per me è tutto bianco o nero, anche coi figli. Quando dico no, è no. Lei invece ha molti colori. Rispetto a mio padre, che era ancora più netto di me, ogni tanto ho qualche sfumatura di grigio, ma poco. Non mi piace il grigio”.

Che tipo di leader è Kjaer?
“In campo posso anche essere un po’ cattivo con le parole, ma fuori cerco di capire come aiutare un giovane. C’è quello che ha bisogno di una carezza e quello con cui puoi essere più duro. Noi calciatori siamo strani… Mi sono serviti i cinque anni da capitano della mia nazionale”.

In un confronto tra te e Ibra, chi ha l’ultima parola?
“Se io penso di vincere una discussione con Ibra, resto deluso. Bisogna capire chi si ha di fronte, e lui nel suo genere è unico. Ma Zlatan apprezza chi non è d’accordo con la sua opinione e lo dice. Poi, alla fine decide lui e questo non può cambiare”.

E quando lo marchi in allenamento, chi dà più botte all’altro?
“Siamo alla pari. Di sicuro parla di più lui”.

A proposito di leadership, l’hai dimostrata soccorrendo per primo Eriksen a terra, svenuto. Anche in quel caso hai agito per istinto o ragionando? E ti sei sorpreso della tua reazione?
“In casi come quello non puoi mai pensare prima di agire. Sorpreso? Spero solo che avrei agito allo stesso modo se, invece che soccorrere un compagno in una partita dell’Europeo davanti a milioni di spettatori tra stadio e tv, mi fossi trovato per strada alle prese con uno sconosciuto”.

E sei rimasto sorpreso dall’arrivo di Eriksen allo United?
“No, perché dopo quello che gli è successo è diventato più forte di prima. Sono contentissimo per lui: siamo vecchi amici e ci sentiamo ogni settimana”.

Chiudiamo col Milan. Pioli ha detto che all’inizio della scorsa stagione capì subito che Leao e Tonali erano diversi rispetto alla stagione precedente: a te è capitato lo stesso in questo ritiro osservando qualche tuo compagno?
“Daniel Maldini mi sembrava maturato, più pronto. Spero che lo possa dimostrare allo Spezia, dove è andato in prestito. La società ha fatto bene, perché ha bisogno di giocare. Su Rafa Leao e Tonali dico che voglio vederli quest’anno: non sono più ragazzi, devono crescere enormemente. Quello che hanno fatto l’anno scorso non basta più. Leao ha qualità straordinarie e perciò non può più permettersi partite in cui si vede poco: deve essere decisivo sempre. Se riesce a fare questo salto, può essere uno dei top cinque al mondo. Poi voglio vedere Origi: sono stato con lui a Lilla, era un ragazzino, adesso mi aspetto un campione che fa la differenza perché ha tutto per esserlo, velocità, fisico e piedi. Anche Bennacer deve crescere, ritagliandosi un ruolo importante”.

E Kalulu? Come farai a rispedirlo in panchina?
“Sarà una decisione del mister. Pierre ha fatto una stagione fantastica. Dal mio punto di vista, lui non è un rivale. Se io faccio il mio lavoro, se sto bene, c’è solo uno che può decidere, Pioli. Poi io posso arrabbiarmi con lui, ma non con Kalulu, Tomori o Gabbia, perché sono colleghi e uno di loro mi sarà al fianco in campo. Avrò bisogno di loro, del loro aiuto, quindi non potranno mai essere dei rivali. So che quest’anno non farò 45 partite. Ci saranno occasioni per tutti, ma ovviamente voglio giocare. Quando ci sarà il derby, voglio giocare”.

Nonostante lo scudetto, nei pronostici siete ancora dietro a Inter e Juve: cosa dovete fare per convincere gli scettici?
“Ma io li capisco. Le avversarie sono state aggressive sul mercato. Quando mancavano dieci partite alla fine, nessuno credeva nel nostro scudetto. Adesso diventa ancora più dura perché tutti vogliono battere i campioni d’Italia. Ma noi possiamo ancora crescere. Nessuno, qui al Milan, ha ancora finito di farlo. Anche noi vecchi: se il fisico inizia a crollare, la testa deve andare più veloce”.

Come hai ritrovato Pioli?
“Spinge molto per tenere svegli tutti. Ripete che dovremo soffrire. Sarà una stagione impegnativa da gestire anche per lui. Ma sarà anche una stagione molto interessante per noi. E può essere bellissima”.

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photocredits: acmilan.com

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