Gazidis: “Così ho cambiato il Milan. I valori aiutano a vincere. Su Maldini…”

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Dopo lo scudetto e alla vigilia del passaggio di proprietà da Elliott a Red Bird, il manager della società rossonera Ivan Gazidis, racconta il “Modello Milan”. E lancia un appello ai grandi club europei: “Sediamoci a discutere una ricetta per il futuro”. Questa l’intervista completa ai microfoni di Repubblica per il settore affari e finanza:

Per Ivan Gazidis, il manager – chiamato dal fondo Elliott – che ha rivoluzionando la filosofia, lo stile, l’architettura aziendale, le strategie del Milan, è tempo di fissare qualche punto fermo nella storia recente del club e anche per una chiamata agli altri protagonisti del calcio italiano, anzi europeo: “Dobbiamo sederci a un tavolo per parlare del futuro, di come colmare quel gap enorme tra la Premier League inglese e le altre leghe europee e recuperare le condizioni minime per una competizione sana e autentica”.
Qual è il significato della parola “sostenibilità”, applicata al mondo del calcio?
“Le società di calcio non sono aziende che devono produrre utili, ma istituzioni sociali e culturali. Ragion per cui dobbiamo mettere i valori al centro del nostro modo di fare impresa. E attenzione agli aspetti economico-finanziari: il calcio dei ricchi proprietari che ogni anno riversano soldi nel club, spendono milioni nella campagna acquisti e accumulano debiti non esiste più. La necessità di mezzi finanziari è enormemente cresciuta e quel modello ha causato insolvenze, retrocessioni, drammatiche perdite di competitività dei campionati. La questione, per noi e per tutti, è ricostruire la competitività sportiva partendo da questi valori”.
Nobile intenzione, ma non rischia di essere un po’ astratta? Le società di calcio hanno stakeholders molto esigenti, la loro priorità assoluta è il risultato sul campo.
“Tutt’altro che astratta. I valori, la cultura sportiva, la disciplina finanziaria sono la condizione necessaria per i risultati. E sono i valori a tenere insieme la nostra comunità di oltre 500 milioni di tifosi in tutto il mondo”.
Tutto molto più facile quando si vince. Ma i valori e la disciplina nei bilanci non rischiano di essere uno svantaggio se non sono condivisi da tutti? Se i competitor hanno debiti multipli del vostro, se gli obblighi di rientro vengono rinviati anno dopo anno, se i giocatori avversari scendono in campo senza aver ricevuto gli stipendi?
“Al contrario, io credo che questo sia un vantaggio competitivo per noi”.
Allora mi dica cosa si dovrebbe fare, in Italia e in Europa, per far sì che ci siano regole certe e rispettate da tutti.
“Abbiamo bisogno di un quadro finanziario stabile, credibile e valido per tutti. Il Fair play finanziario dev’essere implementato in modo “fair” e rigoroso. Al di là del livello istituzionale, i tifosi devono sapere che i club possono anche continuare a spendere più di quanto possono permettersi, ma nel medio-lungo termine questo porta al disastro. I manager che comprano calciatori a cifre sconsiderate magari potranno continuare le loro carriere altrove, ma le conseguenze del loro operato, le macerie, resteranno sulle spalle del club, e quindi dei tifosi”.
Parliamo del Milan e di quello che avete fatto in questi quattro anni.
“Abbiamo ereditato una società con performance sportive deludenti e gravi difficoltà finanziarie. Abbiamo fatto scelte radicali, abbiamo ricostruito la società dalle fondamenta e l’abbiamo riportata a essere competitiva, in Italia e presto anche in Europa. Più importante ancora della strategia è il modo di fare le cose. In Italia ho trovato un approccio molto gerarchico e formale: il presidente- proprietario decide e detta, gli altri eseguono. Io ho portato un diverso stile di leadership: una squadra eterogenea, persone con background differenti, in grado di confrontare idee e prendere decisioni comuni”.
La strategia?
Primo: le performance sportive. La sfida era ridurre il monte stipendi e insieme migliorare le prestazioni. Abbiamo scelto di ingaggiare calciatori giovani e farli crescere all’interno del club. Non spese, ma investimenti per il futuro. Abbiamo deciso di puntare su uno “style of football” più fisico, aggressivo, veloce, propenso all’uno contro uno. Per questo avevamo bisogno di uno staff tecnico innovativo e molto focalizzato sugli obiettivi, coraggioso e capace di reggere alle pressioni: non c’è altro business i cui risultati vengano testati e discussi due volte alla settimana”.
Le scelte delle persone non sono state sempre facili.
Per individuare calciatori giovani e con grandi potenziali di crescita avevamo bisogno di una struttura di scouting e analytics “top class”: Geoffrey Moncada e i suoi fanno un lavoro fondamentale. Non credo servano parole per descrivere il valore culturale e manageriale che Paolo Maldini e Frederic Massara – in particolare la combinazione tra i due – hanno portato al Milan. E infine Stefano Pioli: grande capacità di comprensione del calcio moderno, grandi qualità umane, totale focalizzazione sul lavoro, senza un lamento né una polemica”.
Le cronache sportive dicono che, al termine della prima stagione con Pioli, lei avrebbe voluto fare scelte diverse (Ralf Rangnick). E anche con il management non è filato tutto liscio: l’addio polemico con Zvonimir Boban è costato come l’ingaggio di un top player (5,5 milioni), con Paolo Maldini nella primavera di quest’anno ci sono state tensioni.
“A Pioli avevo detto: ci saranno mille voci e speculazioni, ma quel che accadrà a fine anno dipenderà solo dalle tue performance. Certamente era responsabilità del club valutare possibili alternative. Ma Pioli mi ha ascoltato, i risultati sono arrivati e la sua conferma è venuta naturale. Con Boban nessun problema personale, semplicemente vale il principio per cui il club viene prima di tutto e di tutti. Paolo Maldini l’ho assunto io non una, ma due o tre volte, compreso l’ultimo rinnovo sul quale ho espresso un parere favorevole alla nuova proprietà”.
Parlavamo dei pilastri della strategia. Oltre alle performance sportive?
“La ricostruzione dell’azienda su fondamenta diverse. Quando sono arrivato non esisteva una Milan app: la digitalizzazione e la produzione di contenuti sono importantissimi per tenere insieme una community che comincia in Italia e finisce in Australia. Quando sono arrivato i due terzi dei partner commerciali erano italiani, oggi i due terzi sono internazionali. Il valore delle partnership commerciali si è moltiplicato. Tutti i ricavi sono investiti nel club: nella campagna acquisti, ma anche in strutture, infrastrutture, servizi, capacità commerciali, analisi, persone… È un circolo virtuoso: i ricavi alimentano gli investimenti, che producono performance migliori, che producono nuovi ricavi”.

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La distanza, in termini di ricavi, dai club della Premier League resta siderale. È assodato che ciò che manca alla maggioranza delle società italiane, Milan compreso, è la proprietà dello stadio. A che punto siamo?
“Sono ottimista sulla possibilità di arrivare all’approvazione del progetto finale di uno stadio moderno, capace di accogliere famiglie, donne, bambini e di generare nuovi ricavi. Dobbiamo investire per avere un nuovo stadio, i soldi sono lì, è un architrave del nostro progetto. Sul dove e quando non possiamo fare previsioni certe”.
Appunto, San Siro o Sesto San Giovanni? Insieme all’Inter o da soli? Lei sa che la stragrande maggioranza dei milanisti vorrebbe uno stadio tutto rossonero.
“Lo so, è il sogno di molti tifosi, ma bisogna fare i conti con la realtà di un investimento proibitivo per l’equilibrio finanziario di un solo club. Come ho detto resto ottimista su San Siro ma ovviamente dobbiamo avere anche un piano B”.
Quando avverrà il passaggio di proprietà tra Elliott e Red Bird?
“Io sono il Ceo del Milan, siamo oggetto di questa trattativa che compete solo agli azionisti. Venditore e compratore hanno detto che il closing è programmato entro settembre e non vedo elementi tali da modificare la tempistica”.
Elliott garantirà un supporto finanziario al compratore? Resterà nell’azionariato del Milan?
Ripeto, non conosco i dettagli del negoziato. Quello che so è che Elliott ha grande fiducia nel valore e nell’expertise che Redbird può portare nel club, con l’obiettivo condiviso di riportare il Milan ai vertici del calcio europeo. Il fondo di Paul e Gordon Singer è stato un azionista solido in tempi difficili: Avrebbe potuto stare fermo in attesa di un compratore e invece ha deciso di investire nella crescita”.
Gerry Cardinale che proprietario sarà?
“Red Bird ha grandi capacità nel business dello sport e un’alta reputazione internazionale. Il messaggio che ci hanno trasmesso è la volontà di continuare nel cammino che la nostra gestione virtuosa ha avviato in questi anni”.
E Ivan Gazidis sarà ancora in testa alla cordata o, come si dice, lascerà nel prossimo autunno?
“Il tempo giusto per discuterne con la nuova proprietà sarà dopo il closing. Quel che conta non è la mia persona ma il futuro del club”.
Torniamo al punto da cui siamo partiti: la sostenibilità del calcio europeo. La Superlega, dopo il fragoroso schianto in partenza, tornerà in qualche modo d’attualità nel prossimo futuro?
La Superlega, perlomeno nello schema annunciato nei mesi scorsi, mi sembra un progetto archiviato. Ma chi dice “abbiamo vinto” sbaglia di grosso: le tensioni che hanno generato il progetto Superlega sono ancora tutte sul tavolo. I club inglesi restano dominanti, della Superlega non hanno bisogno perché la Premier League è già una Superlega. Tutti gli altri, a cominciare dai club prestigiosi con la bacheca piena di trofei e che oggi sono in gravi difficoltà, hanno la necessità assoluta di affrontare il problema. Fino a che non si troverà il modo di risolvere le tensioni presenti nel sistema, queste continueranno a crescere. È l’ora di sedersi a un tavolo, tutti insieme, per discuterne”.

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Photocredit: acmilan.com

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