Il Decreto Crescita è un boomerang: l’analisi dell’esperto

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Sulle colonne del Corriere dello Sport, l’esperto di economia applicata al calcio Alessandro Giudice ha parlato del Decreto Crescita e del suo effetto boomerang.

“L’affanno finanziario del calcio italiano è fotografato da un dato: la Serie A è oggi l’unico dei grandi campionati a mostrare un saldo attivo tra entrate e uscite di cassa. Il defcit più rilevante (660 milioni) è naturalmente quello della Premier, il campionato con maggiore potere di spesa, in testa alla classifica con 1,23 miliardi spesi parzialmente compensati da 571 milioni in entrata. Anche la Liga è compratrice netta, con un deficit di 221 milioni ma solo 371 i spesi contro 166 incassati. Bundesliga e Ligue 1 sono in pareggio mentre i club di A finora hanno speso 534 milioni contro 553 di cessioni. Rispetto alla Premier investiamo meno della metà. La tendenza più rilevante è però la prevalenza di giocatori provenienti dall’estero, a cui si applica il Decreto Crescita, con risparmio sul costo dello stipendio. Così si può realizzare colpi di mercato altrimenti impossibili da pianificare. Grazie a questo meccanismo l’Inter ha realizzato il rientro di Lukaku (che si è pure tagliato lo stipendio) garantendo al belga un netto da 9 milioni che pesa poco più di 12. La Juve ne ha approfittato per operazioni a parametro zero, ma dallo stipendio oneroso, come Pogba e Di Maria. Il Milan ha tesserato Origi, in scadenza dal Liverpool mentre la Roma sta chiudendo l’operazione Wijnaldum in cui il PSG si accollerà buona parte dell’ingaggio: il risparmio fiscale è rilevante anche in questo caso.”

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“Il contraltare di un meccanismo che consente alla Serie A di aggrapparsi a un residuo di competitività perduta sono decine di giocatori di seconda fila, avvantaggiati rispetto a quelli già presenti nel nostro campionato. I club guardano all’estero perché con gli italiani (o gli stranieri residenti) non c’è partita. Nel 2019 il governo Conte estese il Decreto Crescita agli sportivi e i club ne sperimentarono la convenienza. Lo stipendio degli atleti si negozia al netto, diversamente dai comuni mortali a cui viene offerta una retribuzione lorda su cui pagano le tasse: è una vecchia usanza del calcio ormai consolidata da decenni. Dato il netto, la società paga ritenute e contributi che raddoppiano il costo per l’azienda mentre il Decreto porta a un costo nettamente più basso. Per esempio, un atleta da 5 milioni netti costa al club 9,2/9,4 (in base alla regione) ma se proviene dall’estero, avendovi risieduto negli ultimi due anni, il lordo scende a 6,5. Quindi il Decreto distorce il mercato del talento calcistico, favorendo giocatori di altri campionati rispetto ai nostri e il risparmio di costo prevale sovente su valutazioni tecniche, penalizzando atleti magari altrettanto validi. La finestra fiscale ha portato campioni di valore, accrescendo l’appeal dei club italiani, ma pure deprezzato il valore dei nostri calciatori arrecando danni collaterali alle stesse società. Il crollo dei cartellini penalizza la struttura patrimoniale dei club, soprattutto quelli che contavano sugli utili da player trading. In Premier gli affari domestici fioriscono, certamente anche per la forza economica del campionato, mentre il nostro mercato interno langue. L’effetto più preoccupante è il deprezzamento dei nostri giocatori. Strutturalmente ne risentirebbe anche, nel lungo periodo, la qualità tecnica del campionato italiano. Il correttivo applicato di recente, limitando il beneficio a chi percepisce un ingaggio superiore a un milione, contiene la distorsione perché preserva la capacità dei top club di acquistare campioni a costi competitivi mentre protegge la fascia di calciatori più esposta. Vedremo se basterà: intanto i fari del mercato sembrano puntati oltre i confini nazionali.”

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