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Interviste

Shevchenko al Corriere della Sera: “Il successo del Milan non era dovuto al talento ma alle qualità umane dei singoli”

Tommaso Cherubini | 29 Aprile 2021

Andriy Shevchenko ha rilasciato una lunga intervista a Marco Imarisio per il magazine del Corriere della Sera “7”, ripercorrendo tutta la sua vita e la sua lunga carriera. Una chiacchierata volta anche a promuovere l’autobiografia dell’ucraino “Forza Gentile” scritta con Alessandro Alciato.

 

Come è stato crescere a 200 chilometri da Chernobyl?

«Spero di non scandalizzare nessuno se dico che mi sembrava tutto normale. Avevo dieci anni. Mi divertivo come un pazzo giocando a calcio ovunque, facendo qualunque sport. Mi avevano preso all’accademia della Dinamo Kiev, mi sembrava di cominciare a vivere un sogno. Poi saltò in aria il reattore 4, e ci portarono via, tutti».

Cosa ricorda di quella esperienza?

«Chiusero subito le scuole. Arrivavano pullman da tutta l’Urss, caricavano i giovani tra i 6 e i 15 anni e li portavano via. Io mi ritrovai da solo al Mar d’Azov, sul Mar Nero, lontano 1.500 chilometri da casa. Eppure ancora oggi non provo angoscia. Mi sentivo come in un film, vissi quell’esperienza come una gita. Ero un bambino». I suoi ricordi dell’Unione Sovietica? «Vivere in Urss non era male. Era tutto uguale, per tutti. Tanta scuola e sport ovunque. Un Paese chiuso, che ti rendeva chiuso. Non immaginavi neppure che ci potesse essere una vita diversa da quella».

Quando ha scoperto che c’era un altro mondo?

«In Italia, si vede che ce l’avevo nel destino. Avevo 12 anni e ci fecero disputare un torneo in una città che si chiamava Agropoli. Noi eravamo ripiegati su noi stessi, istruiti a non dare confidenza. Invece ci sciogliemmo come neve al sole. La gente ci sorrideva, ci accoglieva con gentilezza. Ricordo di aver pensato che un giorno mi sarebbe piaciuto tornarci».

Con i suoi amici di Kiev?

«Nel mio quartiere cominciavo ad averne sempre meno. Sono morti tutti. Non per le radiazioni, ma per l’alcol, la droga, le armi. Le crepe nel muro dell’Urss erano sempre più evidenti. Stava venendo giù tutto, il mondo dove eravamo nati si stava disfacendo. I miei amici, come tutta la mia gente, hanno smesso di credere in qualcosa, e si sono persi».

E lei come si è salvato?

«Con l’amore e la dedizione di mamma e papà. E con il mio amore per il calcio».

Si sente cittadino del mondo o ancora ucraino?

«Non importa dove vai, il tuo passato ti trova sempre. Vivo a Londra, mia moglie è americana, i miei figli hanno doppio passaporto. Ma resto profondamente ucraino. E sono molto preoccupato per quel che negli ultimi anni sta accadendo nel mio Paese».

Che uomo era il colonnello Lobanovski?

«Lui ha fatto e fa ancora parte della mia vita. Mi è stato vicino nel periodo tra i 18 e i 21 anni, che per me è il momento più difficile e importante nella vita di un calciatore».

Un maestro severo?

«Anche qualcosa di più. Ci faceva fare decine e decine di ripetute su quella che chiamavamo la salita della morte. Pendenza del sedici per cento. Chi non vomitava, giocava da titolare. Se vomitavamo tutti, giocava chi lo aveva fatto di meno. La mia resistenza durante la corsa veloce viene da quella sofferenza che ci imponeva. Era un uomo durissimo, ma di una integrità che ti metteva alla prova».

Mai pensato di mollare?

«Neppure una volta. Avevo fame. Non di soldi, tutto sommato non stavamo male, ma di successo. Io volevo avere successo in quel che amavo fare. La prima volta che firmai con il Milan, il mio primo contratto vero, mi rifiutai di guardare la cifra che c’era scritta sopra».

Come ci arrivò?

«Grazie ad Ariedo Braida. Lui vide qualcosa in me che non sapevo neppure di avere. Quando portò Galliani in Ucraina per vedermi, giocai una partita orrenda, ma lui mi difese. E quando venne a casa mia per convincermi a firmare, mi diede una maglia rossonera con sopra il mio nome. “Ci vincerai il Pallone d’oro, con questa” mi disse. Io e mio padre ci mettemmo a ridere. Aveva ragione lui».

Cosa rendeva speciale il suo Milan?

«Il nostro successo non era dovuto al talento ma alla qualità umana dei singoli individui. Era un gruppo di persone intelligenti. Infatti siamo finiti tutti a fare gli allenatori o i dirigenti».

Su chi non ha mai avuto dubbi?

«Filippo Inzaghi è ossessionato dal calcio. La mattina della finale di Manchester mi sveglio presto e alzo le tapparelle. Eravamo in un albergo che dava su un campo da golf. Mi affaccio e vedo una persona che corre da sola, mima i movimenti di attacco, si gira a vedere se un arbitro invisibile ha fischiato il fuorigioco, si incita, indica una porta immaginaria. Era Pippo».

Le dico solo una parola. Istanbul.

«La ferita sanguina ancora. Scrissero che tra il primo e il secondo tempo ci lasciammo andare a festeggiamenti anticipati. Tutte balle. Anzi. Paolo Maldini fu il primo a dire di fare attenzione, che il Liverpool non avrebbe mollato, anche se era sotto 0-3. Ce lo ripetemmo l’uno con l’altro. Nei primi tre mesi dopo quella sconfitta in finale di Champions così acida mi svegliavo gridando nella notte e cominciavo a pensarci. Mi capita di pensarci ancora oggi che sono passati sedici anni»

Come avete fatto a perdere quella finale di Champions già vinta?

«Nei primi tre mesi dopo quella sconfitta così acida mi svegliavo gridando nella notte e cominciavo a pensarci. Mi capita di pensarci ancora oggi che sono passati sedici anni. Tanti miei compagni non hanno più voluto rivedere quella partita. Io la so a memoria».

E che risposta si è dato?

«Ancora la sto cercando. Eravamo la squadra migliore. Stavamo giocando benissimo. Mi viene in mente il loro capitano, Jamie Carragher. Alla fine dei tempi regolamentari gli vado via, sono più giovane e veloce di lui. Mi rincorre, sbuffa, non ce la fa più, ha i crampi. Ma non so come, arriva a toccarmi la palla. Avevano una sola chance su 100, ci si sono aggrappati con tutte le forze che avevano. Bravi loro».

C’è qualcosa che rifarebbe in modo diverso?

«Adesso che sono allenatore, penso che forse avremmo dovuto spezzare quei maledetti sei minuti in cui ci fecero tre gol. Fermare il gioco, cambiare qualcuno. Ma non è una critica a Carlo Ancelotti, che ci aveva preparato benissimo. So che qualche mio tifoso mi manderà a quel Paese, ma quel Liverpool-Milan è una prova della bellezza del calcio. Certe volte, è una bellezza crudele».

Le piace il calcio di oggi?

«Ho smesso nel 2012. Anche ai miei tempi giravano tantissimi soldi. Sono sempre le persone, calciatori e dirigenti, che fanno la differenza. Non altro». Si è mai pentito di essere andato via dal Milan? «Galliani e Berlusconi provarono a tenermi in ogni modo. Milano era casa mia, ancora oggi sento un legame fortissimo con la città, anche se vivo lontano. Ma io avevo scelto, erano tre anni che Roman Abramovic mi corteggiava. Avevo trent’anni, era il momento giusto per fare una nuova esperienza. Mi sono perso la rivincita con il Liverpool. E al Chelsea non è andata bene, troppi problemi fisici. Ma non è stato un errore. Si ricorda il rigore di Manchester. Quando hai preso una decisione, non cambiare idea. È tutta la vita che faccio così. E non mi è andata poi così male».

photocredits: Wikipedia 

Scritto da Tommaso Cherubini

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