Ibrahimovic si racconta: “Io, il ritiro, James Bond e i fischi”

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Davide Giovanzana
Nato in provincia nel 1997, Laureato in scienze della comunicazione. Ho studiato e lavorato con un solo obiettivo nella testa, rendere una passione il mio lavoro: raccontare il Milan alla gente del Milan. Ho un debole per le storie difficili e per gli underdog in tutti gli sport

Nella lunga chiacchierata tra Piers Morgan e Zlatan Ibrahimovic, lo svedese è tornato sul ritiro dal calcio giocato e sulla sua vita senza l’adrenalina del campo

Nella serata di ieri, sull’emittente inglese Talk TV è andata in onda una lunga intervista del format “Uncensored” tra Piers Morgan, celebre personaggio televisivo britannico, e Zlatan Ibrahimovic. In quasi due ore di chiacchierata, i due hanno affrontato tantissimi temi: il ritiro dal calcio, la vita di Zlatan, la famiglia, il calcio in Arabia Saudita, il rapporto con Guardiola, quello con Mourinho e tanto altro. Nella prima parte dell’intervista, Zlatan Ibrahimovic è tornato a parlare del suo ritiro, ricordando i momenti dell’addio al Milan e a San Siro con i fischi dei tifosi del Verona.

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Il ritiro, la ricerca di attenzioni e… la carriera da attore

Per rompere il ghiaccio nella lunga chiacchierata, il primo argomento di conversazione tra Piers Morgan e Zlatan Ibrahimovic non poteva che essere il ritiro dai campi dello svedese, avvenuto nel finale della scorsa stagione.

“Mi sono ritirato solo 3 mesi fa e l’ho accettato perché alla fine non mi sentivo bene. Avrei potuto continuare a soffrire fisicamente e proseguire in campo, ma volevo sentirmi bene e non volevo avere conseguenze sul mio futuro, dove magari finivo a zoppicare mentre faccio qualcosa con i miei figli… ho scelto di fermarmi e penso di averlo fatto nel momento giusto. Ma per essere onesto con te, quando vedo gli attaccanti là fuori, dico che potrei ancora giocare perché farei molto di più e molto meglio di loro. Potrei darti i nomi, ma dico… il 95% di loro”.

“Penso di non aver più bisogno di sentire la folla intorno a me. Ho giocato per 20, 25 anni di fronte a 90mila spettatori. Li ho fatti applaudire, li ho fatti fischiare, li ho portati ad odiarmi, li ho portati ad amarmi. Dopo aver fatto tutte queste cose sento che non ho bisogno di essere quell’aquila che cerca attenzione, perché ora so chi sono. Sono ricordato per ciò che ho fatto in campo, quindi non sto cercando attenzione. Non sto cercando di essere riconosciuto in tutte queste cose, perché se l’avessi voluto avrei scelto di fare il commentatore o l’opinionista. Tantissimi ex giocatori lo fanno perché sentono ancora la mancanza dell’attenzione: vogliono essere visti davanti alla telecamera e lo capisco, perché quando sei in campo ti senti vivo e quando ci torni provi la stessa adrenalina, senti l’erba, senti i duelli, senti il calore, senti l’atmosfera”.

C’è il cinema nel futuro di Zlatan Ibrahimovic? L’ex Milan ha risposto così:

“Ora sono passati 3 mesi, e sto facendo più cose ora di quanto non facessi quando ero attivo. Ho le mie collaborazioni, faccio cose diverse e ho tanti progetti. Sono un po’ curioso riguardo al mondo del cinema perché ho provato a fare alcune cose davanti alla telecamera, non sono timido e voglio capire se sono un bravo attore. Io nel ruolo di cattivo in un film di James Bond? Sì, mi ci vedo, lui potrebbe vincere in quella situazione e va bene così, ma durante il film lo piccherei e poi probabilmente vivrei da qualche parte nel sottosuolo… Mi ci vedo anche perché dal mio inglese sembro anche io un tipo criminale dell’est europa, quindi potrebbe essere una bella idea: sono curioso di vedere come funziona, sto cercando di provare cose diverse… perché no”.

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L’addio al calcio al modo di Ibrahimovic: Milan-Verona e l’adrenalina da trasferta

Piers Morgan torna su un particolare dell’addio al calcio di Zlatan Ibrahimovic: i ringraziamenti al Milan dopo l’ultima in casa e i fischi dei tifosi del Verona. Alle domande, lo svedese ha risposto così.

Nella tua ultima partita per il Milan i tifosi sono impazziti per te, è stata una cosa molto emozionante, commovente e ad un certo punto è stata interrotta dai tifosi del Verona che ti hanno fischiato. Tu hai smesso di parlare ai tuoi tifosi e ti sei rivolto a loro, dicendogli di continuare perché sarebbe stato il momento più grande del loro anno. L’ho adorato.

“Quello ero io, ero me stesso! Sono esattamente così, per loro è stato il momento dell’anno perché vedermi non è per tutti, quindi è stato il modo in cui se lo sono goduto. Ricordati, se ti fischiano e dicono cose cattive su di te e perché sei il numero uno”.

Giocavi meglio quando avevi i tifosi di casa che ti sostenevano o quando eri in trasferta, ad esempio contro i rivali dell’Inter?

“Quando giochi al massimo livello, devi trovare i “trigger point” perché ovviamente ti abitui a una cosa e quando ti abitui a una cosa poi col tempo non ti scateni allo stesso modo. Anche se sei un professionista, che esce sul campo e deve fare il suo lavoro, per me si trattava di trovare i “trigger point”. Avevo bisogno di adrenalina e giocando in casa potevo trovarla nella difesa, poteva essere l’avversario. Dovevo trovarli per scatenarmi e diventare più attivo, ma devo ammettere che nelle partite in trasferta mi sono sempre sentito più vivo, soprattutto in trasferta contro l’Inter: è ancora la mia casa, il mio stadio e con tutte quelle persone che mi fischiavano, mi sentivo vivo”.

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