Intervistato dal canale ufficiale del Milan su Youtube, Zlatan Ibrahimovic ha parlato del momento delicato nel quale si trova la sua carriera, dello scudetto dello scorso anno e dei sogni futuri.

Come stai? Hai un’idea su quando potrai rientrare?
“Sto bene, ogni giorno che passa sto migliorando. Sto seguendo il protocollo che devo seguire. Purtroppo non c’è una data di ritorno di Ibra, perché quando mi sento pronto, quando starò bene bene rientro. Questa è la cosa più importante. L’importante è stare bene e quando uno sta bene riesce a fare le cose. Non voglio rientrare solo perché sono Ibrahimovic. Rientro per fare la differenza quando torno, tutto la”.

Quanto è stato differente rispetto all’altro infortunio grave che hai subito mentre eri a Manchester?
“È un altro infortunio, la differenza è che sono più pronto questa volta. La prima volta mentalmente non ero pronto perché non mi è mai successo, non sono mai stato in quella situazione. Questa volta ho esperienza su cosa mi aspetta. La chiave è la pazienza, lavorare e tornare più forte di prima”.

Sul video postato su Instagram in cui mostrava il procedimento con cui si faceva aspirare il liquido dal ginocchio infortunato
“Provavo in tutti i modi, stringevo i denti e pensavo ad altre cose. Pensavo alla squadra, facevo quello che riuscivo a fare. Ti dico la verità, non riuscivo a fare tanto. Ero molto limitato nei movimenti e in tutte le cose. Il ginocchio stava veramente male, ogni volta che entravo in campo e facevo qualcosa la situazione si aggravava, ed è quello che sto pagando adesso. Se mi chiedi se ho qualche rimpianto, no. Lo rifaccio tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi e tutto l’anno se ho la possibilità di vincere lo Scudetto”.

Come hai vissuto il pre partita di Sassuolo-Milan? Ti eri preparato quel discorso oppure è stato di pancia?
“La partita di Sassuolo era una giornata molto molto importante per noi, era la partita che ci poteva far vincere lo Scudetto. In un campionato ci sono 38 partite, ne avevamo giocate 37 e ne mancava una per essere campioni. Quel giorno non si poteva sbagliare niente. La preparazione, le cose fuori dal campo, i movimenti, i trasferimenti in albergo… Tutto quanto doveva essere perfetto. Anche se c’era qualcosa che non era perfetto, era perfetto. In partita bisognava essere concentrati, giocare come sapevamo giocare, essere fiduciosi e non perdere la testa. Se ti giochi tutto in una partita non è facile mentalmente, ma la squadra era pronta, ci eravamo preparati molto bene, tutti avevano fame e voglia di vincere, ma comunque era tutto sotto controllo. Non si pensava a cosa sarebbe successo se avessimo perso, si era tutti fiduciosi e in controllo. Devo dire che il mister era un po’ stressato, ma un po’ lo capisco… Non solo l’ultimo giorno, era stressato negli ultimi tre mesi. Ma è normale, perché se non hai vinto un trofeo per cui hai lavorato per tutta la vita c’è un’importanza enorme per il tuo lavoro professionale e anche per la passione. Non è facile, non hai esperienza, non sei abituato… Alla fine però abbiamo vinto, e quando vince tutta la tensione si scioglie. Lacrime, emozione, gioia, sorrisi, godi… Tutto in uno arriva, e devi prendertelo tutto. È la cosa più bella che può succederti. I calciatori lavorano e si preparano per questo. Alla fine quando ci arrivi è la cosa più bella che può succedere. Il mio discorso non era programmato, sono me stesso e il momento lo prendo come arriva. Dopo quello che abbiamo passato da quando sono arrivato, dalla mia prima conferenza stampa che ho fatto quella promessa, poi quello che abbiamo passato durante la pandemia, il covid, giocare senza pubblico, poi è tornato il pubblico… Sono successe tante cose nel club e poi alla fine vinciamo. Allora lì volevo fare un discorso e mi veniva dal cuore, penso che i ragazzi meritavano questo e poi è esploso tutto, si vede nel video, non c’è tanto da spiegare. Quello che mi da tanta soddisfazione è quando vedo Paolo Maldini esultare, festeggiare… Sappiamo quanto è significato per noi questo trofeo, perché quello che abbiamo passato non era facile per nessuno. Era una gioia infinita”.

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Hai mai avuto paura di non tornare in campo dopo l’infortunio?
“Non ho paura, perché la paura di non tornare non esiste. Esiste essere realisti: se non riesci a tornare non riesci, ma non è una paura, è una cosa matura. Devi essere pronto, che tu riesca a tornare o no. Sono stato fortunato di poter giocare a calcio per quanti anni, 20? 25 anni? Paura, no… È destino. Tutto quello che succede e succederà è destino”.

Quante volte ti alleni per mantenere questo fisico?
“Non è quanto lavori, non c’è un orario… Mi alleno finché non mi sento bene e soddisfatto. Qualche ora al giorno e mi sento bene e vivo quando lavoro. So che quando si lavora bene e tanto ti torna sempre. Ma non solo nell’allenamento, in tutto. Sono un animale, non esiste un fisico così, solo Ibra ce l’ha. Sono forte di fuori quando mi guardi, ma sono ancora più forte dentro di me”.

Durante le partite che hai visto in tribuna ti abbiamo visto parlare con i tuoi figli. Quanti consigli gli dai?
“Tanti, tanti. Quello che tu spieghi e quello che provi a dirgli succedono in partita. E quando succedono tu provi a parlargli, a farli stare attenti. Ma un conto e se glielo spieghi a voce, invece quando succede in campo hai un esempio. Quello che dico e spiego poi si ripete nell’azione, di quello parliamo durante le partite. Io dico a Maxi: “Se Rafa sbaglia un dribbling, anche tu puoi sbagliare”. Nel loro mondo hanno questa pressione, come il papà. Anche io dico a me stesso che non posso sbagliare, ma è impossibile, sbaglio anche io. E se Ibra sbaglia tutti possono sbagliare. Ma se lo dico come papà loro non vogliono sentirlo, loro hanno altri esempi. Va bene, ci sta. E allora io dico: “Vedi, il tuo esempio ha sbagliato. Anche tu puoi sbagliare”. Tutto si ripete. Lo spieghi alle nuove generazioni, loro sono il futuro. Poi dove arrivano non si sa, però è una cosa di esperienza che trasmetto alle nuove generazioni”.

Veder giocare i tuoi figli in qualche modo ti ricordano un po’ te?
“Io penso che ognuno ha il suo carattere, il suo stile di gioco. Poi se uno è simile a me non è giusto paragonarci, perché se fai questo paragone lo metti già in difficoltà. Ognuno è se stesso, gioca come gli piace giocare. Non è giusto dire che sono uguali al papà. Sono giovani, devono stare bene ed essere felici di quello che stanno facendo”.

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Che ricordi hai della tournée a Dubai nel 2010 col Milan?
“Mi ricordo che si correva in spiaggia, si faceva allenamento duro. Tutto andava come volevamo, si lavorava. Grande esperienza, grande ricordi”.

Hai mai chiesto ai tuoi genitori il perché ti hanno chiamato Zlatan?
“No. Il cognome di papà è Ibrahimovic. Poi ha scelto il nome Zlatan, che in slavo vuol dire oro. Non ho chiesto perché, è così. Era destino”.

Hai ancora l’obiettivo di trasformare qualcosa che sembra impossibile in qualcosa di possibile?
“L’abbiamo già fatto, no? Sono venuto due anni fa, ho detto che avremmo portato il Milan al top e avremmo vinto. In tanti ridevano, non ci credevano perché la situazione era come era. Invece noi abbiamo lavorato, ci abbiamo creduto, ognuno si è preso le proprie responsabilità. Paolo e Ricky hanno fatto un grande lavoro e non era facile. Il mister ha fatto un lavoro estremo. Ognuno ha fatto il suo. Siamo dove siamo ma non dobbiamo essere soddisfatti o pensare che sia finita, è il contrario. Hai mangiato un po’ di successo, sai che feeling è. Ora questo deve continuare e avere fame di fare ancora di più. Per questo stiamo lavorando”.

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Photocredits: acmilan.com