Ibrahimovic: “In trattativa con il Milan. Tonali? Non so, non pensavo…”

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Piero Mantegazza
Nato in provincia di Como nel 2000, laureato in Economia dei beni culturali e dello spettacolo. Ho mosso i primi passi nel giornalismo a “La Provincia di Como” per poi passare a Radio Rossonera. Raccontare lo sport è la mia passione: calcio e tennis non devono mai mancare. Fin da bambino il focus è il Milan, che è come una seconda famiglia. Innamorato delle bandiere e delle loro ineguagliabili storie, ormai sempre più in via d’estinzione

Zlatan Ibrahimovic ripercorre la sua carriera: lo scudetto al Milan, il caso Tonali e il futuro dopo gli incontri con Cardinale

Zlatan Ibrahimovic ripercorre le tappe della sua carriera al Festival dello Sport organizzato da Gazzetta: il Milan occupa un posto speciale, un pensiero va a Sandro Tonali visti gli ultimi avvenimenti. La leggenda svedese ha ancora molto da dire nel mondo dello sport: il punto dopo gli incontri con Cardinale.

IBRAHIMOVIC: “LEAO COME BALOTELLI? NON SCHERZIAMO! UNO IN CAMPO, L’ALTRO…”

Il primo passaggio al Milan: “Non era un momento facile per me, l’allenatore voleva vendermi a tutti i costi. Poi è arrivato il Gamper contro il Milan, il Milan parlava con Mino per capire che fare. Quando sono venuti a Barcellona, eravamo nel tunnel prima di entrare in campo. Tutti i giocatori del Milan dicevano: “Dopo la partita torni con noi”. Nesta, Pirlo, Ronaldinho, dicevano tutti: “Torni con noi”. Dopo la partita è arrivato Dinho negli spogliatoi, mi ha preso la mano e mi ha detto: “Dai, andiamo a casa”. In queste situazioni non volevo mettere ansia ad Helena. Nel calcio ci sono tante parole, Galliani invece è venuto a casa nostra. Helena non sapeva chi fosse, mi ha chiesto chi è. “È il big boss del Milan”. “E che vuole?”. “Vuole che andiamo al Milan”. E lei: “E cosa aspettiamo allora?”. E alla fine hanno trovato un accordo con il Barcellona. Alla sera siamo andati a cena, Galliani tira fuori la carta di credito ma non funzionava. Era dopo il mio transfer. Allora dico: “È già finito? Pago io”. (ride, ndr)”.

Su Berlusconi: “Avevo un buon rapporto con Berlusconi, ha un’aura. Quando entra in una stanza anche se non lo vedi capisci che c’è qualcosa. Lo stimo tanto. Ha carisma. Era mister Milan. Da quando ha preso il Milan il Milan è diventato il calcio, ha cambiato la storia del calcio e del Milan. Mi ha riportato la felicità dopo i tempi difficili di Barcellona. È grazie a lui se sono andato al Milan. Poi da lì è cresciuto un rapporto e parlavamo spesso di tante cose. Mi diceva come dovevo giocare, muovermi. Mi stimolava come persona e come calciatore”.

Il passaggio dal Milan al PSG: “Era difficile, questo primo viaggio al Milan mi aveva ridato felicità. Non volevo muovermi dal Milan. Prima di andare in vacanza, so come funziona prima dell’estate, ti arrivano chiamate, ho detto a Galliani: “Per favore posso vederti 5 minuti”. Lui mi ha detto di sì. Gli faccio: “Per favore mi prometti che non mi vendi? Non voglio andare via dal Milan, sono felice e la famiglia sta bene”. “Va bene, non ti preoccupare”. Dopo tre settimane, ero in vacanza, mi chiama Mino. Non rispondo. In un’ora 10 chiamate perse. Capivo che c’era qualcosa che non andava. Rispondo a Mino: “Non voglio andare via, da nessuna parte”. Lui: “È già tutto fatto al PSG”. “PSG? No no, sto bene al Milan”. Hanno venduto me e Thiago Silva in un pacchetto, lui aveva già un accordo. Prima di andare in un club ti immagini come sei in quella maglia, come fai gol in quello stadio. Poi parlavo con Leonardo: “Giochiamo fuori casa in uno stadio da 2mila persone, non mi arriva l’adrenalina”. Lui mi ha detto che qualche partita sarebbe stata così. Su Parigi non c’è tanto da dire. Alla fine dico di sì, però mettevo delle clausole nel contratto per far pensare che fossi scemo e non farmi firmare. Dopo 20 minuti mi dicono ok. Allora sono di parola e ho firmato. Dopo queste richieste nel contratto Mino mi fa: “Ma vuoi anche una biciletta nel contratto”. Ho detto sì. E ho avuto la bici (ride, ndr)”.

Conquistare gli inglesi: “Sono andato in Inghilterra a 35 anni. Volevo cambiare dopo 4 anni al PSG. Tutti parlavano dello United perché Mou andava lì. Mi ha chiamato, ho detto di sì. Lo United è uno dei top 5 al mondo. Chiedevo consigli ad altri, tutti i giocatori mi dicevano no: “Se fai male la allora metti la tua carriera in gioco, tutto il passato viene cancellato”. Ho chiamato 5 giocatori, 5 no. 5 no e un sì, il mio. Vado in Inghilterra. Quando la situazione è così mi carico ancora di più. Preferisco camminare sul fuoco piuttosto che sull’acqua, solo io posso farlo (ride, ndr). Tutti quei no mi stimolavano ancora di più. In Inghilterra tanti mi odiavano, che non facevo mai gol contro squadre inglesi, che ero arrogante. Dopo tre mesi sono diventati tutti miei fan”.

Il suo gol in rovesciata da 35 metri contro l’Inghilterra: “È come la situazione di Leao. Se fa gol là tutto il mondo pensa che solo lui può farlo, o solo lui può pensarlo. Quando ho visto il portiere uscire ho pensato che provavo a fare qualcosa per ingannarlo con un movimento. E poi ho pensato: “O sei un genio o non lo sei”. E poi da lì è tutto esploso. Se invece non ti riesce tutti pensano “Ma cosa fa”, come con Leao”.

Messi in America: “Sono felice per loro, possono tornare a guardare il calcio. Quando sono andato via guardavano il baseball”.

L’ultimo scudetto con il Milan, il più bello di tutti. Hai dato tutto: “È stato lo scudetto da cui ho avuto più soddisfazione. Era una situazione dove la squadra non era favorita, neanche top 4. Erano giocatori che non erano superstar. Non era una squadra in cui era abituato a giocare: ho giocato sempre in squadre favorite. In questo Milan invece era il contrario. Poi non si capiva se vendevano o no, se arrivava un nuovo dirigente o un allenatore nuovo, poi il COVID… Noi eravamo sempre uniti. Abbiamo detto che avremmo fatto passo per passo, un giorno alla volta. Poi chi era pronto mentalmente per fare il sacrificio è rimasto, chi non era pronto è andato via. Poi piano piano si è formato questo gruppo, mai avuto un gruppo così forte di collettivo. Un’atmosfera… Era troppo troppo forte. Non eravamo fenomeni, solo io dai (ride, ndr). Non erano superstar, ma tutti hanno usato la situazione per crescere e far crescere il compagno di fianco. L’anno che abbiamo giocato senza tifosi ci ha aiutato a crescere senza pressione. Avevamo più tempo per arrivare al top. Poi quando siamo arrivati al top hanno fatto tornare il pubblico che ci ha dato un extra boost. Era un gruppo che diventava più forte ogni giorno che passava. Dicevano che avevamo fortuna, bla bla bla, ma alla fine abbiamo chiuso. E quando fai una grande cosa lo vedi e lo senti negli altri. Dopo la partita con il Sassuolo siamo entrati nello spogliatoio e vado in doccia. Due-tre persone piangevano, lo staff piangeva. Da lì capisci cosa hai fatto. Era una cosa in cui nessuno ci credeva. Quando sono tornato ho detto nella prima conferenza che avrei riportato il Milan a vincere: in quel momento ho capito che ci ero riuscito. La soddisfazione è stata differente. Chiedevo quanti avevano giocato in Champions. Nessuno alzava la mano, lo stesso quando ho chiesto chi aveva vinto il trofeo. Quell’anno si sentiva che si poteva vincere. Io ho avuto un infortunio pesante, ma sono rimasto vicino alla squadra. Quando vedi quando abbiamo festeggiato in centro… C’era Tomori che aveva vinto col Chelsea, gli ho detto che vincere qua sarebbe stata un’altra cosa. Mi ha detto che avevo totalmente ragione, questo rimane nella storia per sempre”.

La crescita di Tonali al Milan: “Arrivava da Brescia. Era il suo sogno arrivare al Milan. Il primo anno era troppo tifoso. Gli ho detto: “Basta, non sei più tifoso, sei uno di noi. Qua non servono i tifosi, serve far felice i tifosi”. Poi il secondo anno si è sbloccato e volava, era troppo importante per noi. Già dal Brescia si vedeva che era forte. In tanti non capiscono che giocare in top club è una differenza troppo grande. Altra pressione, altra mentalità, altri obiettivi. Qua se perdi sono il primo che arrivo, poi l’allenatore e poi il club. Quando un giocatore non va al massimo non vuole dire che ha perso talento, ma che serve tempo. Poi dipende anche da noi compagni, anche noi dobbiamo aiutare a farlo stare bene e utilizzare le sue qualità. I dirigenti hanno visto una cosa, in una squadra ci sono allenatore e compagni: tutto va insieme. È uno sport collettivo, non individuale”.

Quanto ti ha fatto male vedere Sandro uscire da Coverciano con un avviso di garanzia? “So poco di questa storia. Mai sentito da lui, mai visto in difficoltà e mai visto che stava male. Giudicare prima di sapere non si sa. Poi se è malato di scommesse bisogna aiutare, è come una droga. Purtroppo non lo so, non pensavo… Poi bisogna capire se andava al casinò, anche io sono andato al casinò. Poi se ha fatto scommesse sul calcio da professionista è un’altra storia. Ma se uno gioca a blackjack… ognuno fa quello che vuole con i suoi soldi. Bisogna capire com’è la situazione”.

È meglio Zlatan o Leao? “Zlatan, ma Zlatan ha creato Leao (ride, ndr)”.

Ti ha stupito vedere Maldini uscire dal Milan? “Ho un buon rapporto con Paolo, dal primo giorno che sono arrivato. Era dirigente, ho giocato contro di lui in campo. Dal primo giorno ho conosciuto la persona. Cresceva come dirigente, era la sua prima esperienza. Non era una situazione facile, non si capiva bene come erano le cose. Di queste cose non portava niente nella squadra. Era sempre presente tutti i giorni a Milanello. Comunicava con mister Pioli, con i giocatori. Tutti i giorni era presente. Non so i dettagli per il mercato, c’erano budget limitato. Era un suo problema, il mio problema era in campo. Ha fatto un grande lavoro, abbiamo vinto. Quando riesci a vincere è una cosa collettiva, ognuno ha le sue responsabilità per arrivare. Non è one man show. Mi dispiace quello che è successo, è una bandiera del Milan. Papà, lui, figlio. Mi dispiace. Ma so che nel calcio le cose possono cambiare. Sono felice per lui per quello che ha fatto per il Milan, come calciatore e come dirigente”.

Il rapporto con Lukaku. Ti dispiace che non ci sia stato un altro incontro? “Mi dispiace, molto. Lo conosco, ho giocato un anno con lui. Non era così come quando è successa quella situazione. Non mi aspettavo quell’atteggiamento, lo conosco da Manchester. In Italia ti fanno diventare qualcosa che non sei, colpa vostra, dei giornalisti. Lo avete fatto sentire qualcosa che non è, allora forse lui si sente re di Milano e del campionato. Ma stava facendo bene, ma lì non ho capito. Lui fa le cose per la sua squadra, ma non era da lui. Lui non è un ragazzo cattivo, ma è successa questa cosa. Poi ho detto: “Se giochiamo un’altra partita vediamo che succede”. Non è personale. Mi ha sorpreso, quello che lui ha fatto non è da lui. Quello che ho fatto io sì (ride, ndr)”.

Sul futuro: “Quanto è passato da quando mi sono ritirato? 3-4 mesi? Ho una libertà totalmente differente. Sto facendo cose per me stesso.  Non ho un boss che mi dice cosa fare o cosa seguire. Sto prendendo tempo per capire cosa voglio fare. ci sono più offerte ore che quando giocavo. Se entro in qualcosa voglio fare la differenza, essendo me stesso. Non voglio entrare in una situazione come simbolo. Entro, inizio da zero e faccio quello che riesco a fare. Poi ovvio, c’è anche la tua immagine da personaggio. Vediamo cosa succede, qualcosa succede. Ho avuto qualche meeting col Milan. Il boss, l’altro boss. Parliamo. Vediamo dove si arriva. È il momento di conoscerci. Poi se uno può portare qualcosa fa effetto, se non può portarlo non fa effetto. Se mi danno il contratto per continuare a giocare fa effetto. Scherzo (ride, ndr). Vediamo”.

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