Ibra: “Mi manca tutto del campo. Leao? Dipende da lui”

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Giacomo Mirandola
Residente in un paesino in provincia di Novara, nasce a Gallarate il 21 dicembre 1998, poche ore dopo Kylian Mbappé, con cui condivide la passione ma non il talento. Diplomato al liceo scientifico e laureato in Scienze della Comunicazione, la sua vita, alla costante ricerca di emozioni, lo ha portato a conoscere e ad appassionarsi a quasi tutti gli sport praticati sul pianeta. Giornalista, speaker e audiodescrittore all'occorrenza, fa questo lavoro per esigenza, non per scelta. Un solo obiettivo: trasmettere agli altri anche solo un parte delle emozioni che lo sport gli sa regalare ogni giorno.

Zlatan Ibrahimovic ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di Sky Sport direttamente dal ritiro a Dubai, dove si trova il Milan in preparazione della ripartenza della Serie A a gennaio.

Come stai? “Sto bene, sto migliorando. Sto seguendo il mio percorso: ogni giorno che passa faccio passi avanti”.

È passato un po’ di tempo dalla tua ultima partita. Come hai aiutato la squadra in questo periodo? “Quando ci sono le partite si vede che sono vivo dalla panchina. Sto provando ad aiutare la squadra in ogni modo, ma quando non sei in campo non è facile. Ci sto provando a dare motivazione, adrenalina, spingendo i compagni a fare meglio. Soprattutto quando sbagliano. Ma la squadra sta facendo molto bene, al momento siamo secondi e siamo cresciuti tanto: quelli che erano giovani si sono assunti più responsabilità e sono diventati più maturi, mentre chi era qua quando abbiamo vinto sa cosa si deve fare per vincere ancora”.

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Cos’è che ti è mancato in questi ultimi mesi? “Alla squadra manca Ibra e a Ibra manca la squadra. Manca tutto, quando sei in campo è tutta un’altra cosa: c’è l’adrenalina, il pubblico, l’odore del campo, i duelli. Manca sentirsi vivo dentro il campo. Non posso spiegare la sensazione che c’è in campo, quando si smette non c’è più quell’adrenalina che è difficile da trovare altrove. È tutto questo che mi manca, ma quando mi sono operato mi sono detto che devo avere pazienza perché poi la soddisfazione sarà ancora più grande e sarà tutto più bello. Al momento, però, serve solo pazienza”.

Hai deciso di operarti nel momento in cui avete vinto lo scudetto o avevi già deciso prima? “Ho deciso di operarmi per la mia salute, per stare bene, non per giocare. Non stavo bene, negli ultimi sei mesi stavo veramente male e chi è dentro la squadra e lavora con noi sapeva quale fosse la situazione. Purtroppo non si poteva parlare di questa cosa perché la squadra era in una situazione delicata, potevamo vincere lo scudetto e soprattutto io non volevo che si parlasse di questa cosa per una questione di rispetto per me e per la situazione. Non volevo che qualcosa potesse disturbare la squadra in un momento così importante o potesse portare negatività. Abbiamo deciso poi con l’allenatore, il club e lo staff medico di fare l’operazione dopo l’ultima partita. A quel punto abbiamo fissato l’obiettivo, stare bene per poi riprendere a giocare a calcio”

Quando tornerai in campo? Magari per gli ottavi di Champions? “Se fosse dipeso da me, sarei tornato per la prima partita di campionato. Ma purtroppo non è così, non c’è una data e nemmeno un obiettivo. Quando starò bene e sarò pronto, allora rientrerò. Ho già l’esperienza del mio primo infortunio. A volte quando si fissano degli obiettivi poi non si è ancora pronti. Quando sarà ancora non lo so, ma l’importante è che sto seguendo tutti gli step per rientrare e rientrare bene, perché non voglio che si faccia giocare Ibrahimovic per quello che ha fatto in passato. Voglio portare risultati quando rientro, altrimenti vado in panchina o in tribuna”

Quando sei tornato al Milan hai detto che avreste dovuto vincere lo scudetto e sembrava una follia. Adesso come vedi questa squadra? “Dal primo giorno in cui sono tornato, la squadra è molto differente. Quando sono arrivato non mi sembrava una squadra che voleva vincere lo scudetto o che era pronta a fare ciò che sta facendo oggi. La squadra di oggi, invece, ha voglia di fare, ha fame di migliorare e tutti qui hanno l’obiettivo di vincere. Prima non c’era un pensiero collettivo, ma individuale. Ora tutti hanno l’esperienza di aver vinto l’anno scorso e sanno cosa serve per farlo ancora. Se non vinci, è difficile. Il mister ha la sua filosofia: tu lo segui ma non vinci, e se non vinci perdi la tua credibilità. Noi invece abbiamo seguito la filosofia del mister e alla fine abbiamo vinto: in questo modo allora si ottiene una grande credibilità. Questa è la cosa importante, se si lavora e non ti torna qualcosa diventa difficile credere in quello che si fa, ora qui invece è entrato tutto ciò per cui abbiamo lavorato”

Sogni la seconda stella del Milan? “È un obiettivo. In base alla mia esperienza penso che è bello avere un sogno, ma questa è una cosa differente. Questo è un obiettivo: si fa, non si sogna. Altri lo sognano, noi lo facciamo”.

Potevi ritirarti dopo lo scudetto e hai deciso di continuare ancora. Qual è la sfida che ti tiene ancorato al calcio? “Per me la sfida è fare sempre di più. Non sono mai soddisfatto, voglio sempre avere di più e fare di più. Ma la mia situazione adesso è differente, non è come dieci anni fa, quando l’ego era più grande. Adesso con la mia esperienza, con l’età e con la maturità, penso a dare indietro ciò che ho ricevuto, come è successo quando sono tornato al Milan. Ero il più vecchio di tutti, quello con più esperienza e non ero lì per prendere ma per dare a tutta la squadra, per aiutarla a migliorare collettivamente e individualmente. Il mio obiettivo oggi è ripetere quello che ho fatto per vent’anni, ma in un modo differente: non sto pensando di poter fare tutto da solo, perché da giovane è normale pensare così, adesso sono più realista e sono a disposizione del mister per essere usato in maniera differente. Accetto le scelte del mister anche se non vanno sempre verso la mia direzione, ma questo è normale”.

Quanto c’è del Milan nel Mondiale che sta facendo Giroud? “Olivier è un grande e chi lo conosce lo sa. Per noi è stato fondamentale, troppo importante, soprattutto quando non riuscivo a giocare io. C’era lui che faceva il lavoro che mancava. Poi ha fatto bene, ha vinto e chi vince rimane nella storia. Come persona poi è fantastico: è un professionista, elegante e sempre disponibile. Quello che sta facendo per noi non è una sorpresa: lo sta facendo con il Milan, perché non dovrebbe farlo in Nazionale? Siamo felici per lui e speriamo possa continuare fino alla fine”.

Gli hai trasmesso tu questo elisir dell’eternità? Gli hai spiegato come si diventa determinanti? “No, Giroud è un professionista. È molto serio, sia come persona che come calciatore. E poi sono il suo idolo, anche se lui non lo dice… Sono il suo esempio, anche se non lo dice. Penso che sappia già cosa deve fare per stare bene. Un calciatore, quando arriva a quell’età, o sa già cosa fare per continuare oppure smette. Lui è un grande professionista e questo va bene per la squadra, così i più giovani hanno anche un altro esempio. Guardano lui, Kjaer, oltre che me, e questo è importante”.

Se fossi Leao, penseresti che il Milan sia l’ambiente giusto per crescere ancora? “Penso di sì. Leao per noi è molto molto importante. È uno di quelli che sta facendo la differenza. È stato il miglior giocatore della Serie A l’anno scorso e sta bene. Facendo un’altra scelta, bisogna ricominciare da zero. Non è sicuro che uno sia pronto o maturo per questo, quando è arrivato qua non era un giocatore che faceva la differenza. Poi è cresciuto e adesso ha grande fiducia. Il mister gli dà anche grande libertà di fare ciò che vuole. Queste situazioni in un altro club non è che si verificano subito: dipende da te, devi crearle queste situazioni. Da noi invece sta bene, sorride sempre, anche prima di fare gol. Deve continuare a stare bene, questa è la cosa più importante. Per le cose extra-campo, purtroppo, noi colleghi possiamo fare poco, ognuno deve pensare al suo”.

Cosa dici ai tuoi compagni quando li vuoi caricare? “Dipende dalla situazione. Ma queste cose sono segrete non posso dirle, altrimenti qualcuno prende spunto. Cosa dico a Leao? Lui è differente. Quando sta facendo bene lo massacro, gli dico che non basta quello che sta facendo. Chi fa la differenza ha più responsabilità, più pressione. Ognuno ha il suo ruolo in squadra, da Leao ci si aspetta tanto, non solo fuori ma anche dall’interno. Bisogna in un certo senso manipolarlo: non è che quando sta facendo male succede perché è scarso, in quei casi si devono trovare dei punti che permettano di attivarlo ancora di più. Con lui quindi faccio un gioco contrario. Con gli altri poi dipende. Il mister aspetta nello spogliatoio e mi dà i miei minuti per sfogarmi, ma dipende dalle situazioni, non è facile o programmato”.

In questo periodo in cui stai seguendo molte partite dalla panchina, ti si è accesa una lampadina per un futuro da allenatore? “Ah, non lo sto già facendo? (ride, ndr). Comunque no, non ci ho pensato. Sento che ho tanta responsabilità in questa squadra, sto aiutando la squadra fuori dal campo e dentro quando ci alleniamo, ma non posso dire che sto pensando a fare l’allenatore. Per il momento sto aiutando così, poi per un futuro da allenatore vedremo. Potrebbe essere ma potrebbe essere di no, perché c’è tanta responsabilità. E poi l’ho sempre detto: non è che se sei stato un grande giocatore con una grande carriera sarai anche un grande allenatore, è un’altra carriera e si inizia da zero. Non si hanno vantaggi perché si è Zidane, Ibrahimovic o Guardiola, bisogna iniziare da zero e fare un percorso step by step”.

Il 18 gennaio ci sarà la Supercoppa italiana contro l’Inter e ti incontrerai nuovamente con Lukaku. Hai qualche messaggio da mandargli? “No, per lui non ho messaggi. Spero che stia bene e che possa essere in campo, così come spero per me. Alla fine quello che vogliamo è essere in campo e giocare a calcio, anche se è difficile. Ma non ho messaggi, gli auguro il meglio. Pensare a lui non è un mio obiettivo, mi piace pensare a me. Quando sto bene io, gli altri hanno paura”.

Prima hai parlato di un Milan secondo “al momento”. Vuol dire che credi alla seconda stella già da quest’anno?

“Io credo in tutti gli obiettivi. Abbiamo la Supercoppa, il campionato, la Champions e pure la Coppa Italia. Bisogna essere concentrati su tutti gli obiettivi, perché tralasciarne uno significherebbe rilassarsi troppo. Noi invece puntiamo a tutti i trofei, poi secondo la mia esperienza, e ho vinto un po’ di scudetti, dico che nella prima parte bisogna prendere più punti possibili, ma è la seconda parte quella decisiva. Quest’anno è anche un po’ particolare, con questo Mondiale in mezzo a tutto e questa pausa lunga in mezzo al campionato. Vediamo, tutto può succedere”.

Ti aspettavi un Napoli così forte? “Sì, già con Gattuso il Napoli era forte e poi ha continuato con Spalletti. Quando una squadra sta a lungo insieme cresce e migliora, ora stanno tutti molto bene”.

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Per lo scudetto ci sono solo Napoli e Milan? “No, secondo me anche la Juventus sta tornando anche se ha fatto un inizio così e così. E poi anche l’Inter: secondo me questo non sarà un campionato deciso dalla qualità ma dalla condizione, chi starà meglio arriverà in alto”.

C’è qualcun altro in Serie A che in campo parla la tua stessa lingua? “Kvaratskhelia sta facendo molto bene. Poi mi piace molto Amrabat della Fiorentina, forte forte. Gli altri sono già conosciuti”.

Quando parli della Champions come un obiettivo, lo dici per la tua mentalità vincente o perché credi che questo Milan abbia le qualità per arrivare in fondo alla competizione? E ti interessa il fatto che con un gol saresti il marcatore più anziano nella storia della Champions? “No, questa cosa non mi interessa. Questi record non mi danno qualcosa. Se possiamo vincere la Champions? Nel calcio a volte succedono cose che possono sorprendere. Non prendo l’esempio del Marocco, perché sapevo che era una squadra forte e lo sta dimostrando, ma ci sono cose che possono succedere che non ti aspetti. Come ho già detto, questo è un anno particolare. Noi ci crediamo, la mentalità è quella, è vero che altre squadre con cui abbiamo giocato, come ad esempio il Chelsea nei gironi, sono molto forti e hanno giocatori di un altro livello, ma noi l’anno scorso abbiamo dimostrato che con il gruppo e il collettivo si può arrivare lontano. Questa è la nostra qualità. Poi abbiamo giocatori che fanno la differenza e altri che sono cresciuti, come collettivo siamo molto molto forti. Siamo forti anche individualmente, ma lo siamo di più come collettivo. Tutto può succedere, noi ci crediamo e stiamo lavorando per questo”.

Pensando al futuro, indicheresti qualcuno come giocatore fondamentale per il Milan? “La squadra è giovane, al momento direi Leao, ma non è una sorpresa. Il suo potenziale si vedeva già quando sono arrivato, si aspettava solo che crescesse. Poi c’è anche Theo Hernandez che è cresciuto tantissimo e che ha la possibilità di vincere i Mondiali. Sugli altri, dipende molto dal livello. L’ho spiegato prima, come collettivo siamo molto forti. Individualmente, se devo prendere qualcuno, direi che De Ketelaere è forte ma bisogna dargli la possibilità di crescere e di capire il campionato e i compagni. Ma arrivare al livello di Rafa è difficile perché lui è sopra il normale. Quando Leao capirà quanto è forte, farà un altro step. Fa paura. Secondo me lui oggi non sa quanto è forte”.

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