Inzaghi: “Sognavo la Bellucci! Ho un interista come… portafortuna”

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Davide Giovanzana
Nato in provincia nel 1997, Laureato in scienze della comunicazione. Ho studiato e lavorato con un solo obiettivo nella testa, rendere una passione il mio lavoro: raccontare il Milan alla gente del Milan. Ho un debole per le storie difficili e per gli underdog in tutti gli sport

Donne, musica e scaramanzia: Filippo Inzaghi si racconta ai microfoni del Corriere, tra un rapporto “freudiano” e un “cugino” portafortuna

Il nuovo protagonista della rubrica Italiani del Corriere della Sera è Filippo Inzaghi, ex leggendario attaccante del Milan e uno dei pochi calciatori ad essere rimasti nel cuore di ogni tifoso rossonero. Oltre ad aver parlato di calcio, tra ricordi, sogni e modelli, Superpippo ha affrontato anche argomenti più leggeri come le donne, la musica e la superstizione. Di seguito, alcuni stralci dell’intervista a Filippo Inzaghi.

L’addio al calcio di Filippo Inzaghi vissuto da Filippo Inzaghi

Ancora una volta, Superpippo ha risposto alla domanda: com’è stato l’addio al calcio di Filippo Inzaghi? Tra gli aneddoti su Berlusconi e Ancelotti, l’ex attaccante del Milan torna sul momento più difficile della sua carriera.

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BERLUSCONI, ANCELOTTI E L’ADDIO AL CALCIO: «Mi manca Berlusconi? Molto. Ma di quel Milan mi mancano tante persone. Carlo Ancelotti, per dire. È un uomo intelligente, umano, presente. Una volta per il mio compleanno, che cade il 9 agosto, lasciò libera tutta la squadra per farci festeggiare. Compivo trent’anni: nessuno ci pensa mai, ma la tensione per un calciatore aumenta con l’età. Io ho smesso a 39 anni, oggi un’età ancora molto giovane, ma per noi non è così. Ricordo quando rimasi in Belgio un mese perché mi ero fatto male a una gamba. Il compleanno peggiore di sempre. Ma Ancelotti mi mandò un sms: “Tornerai grande”, diceva. Chissà, pensavo io. Non si è mai sicuri di niente quando si gioca a quei livelli. Ricordo benissimo i miei ultimi quattro minuti in campo. Era il 13 maggio 2012, ore 16.45. In verità, per me quelli dovevano essere gli ultimi minuti con il Milan, poi si sono trasformati nei definitivi ultimi. La cosa buffa è che pensavo al ritiro da tempo, come ogni uomo coscienzioso: farò altro, ho vinto tanto, mi dicevo. La verità amara è che la tristezza non la puoi controllare e così, dopo, sono stato malissimo. Per fortuna che c’era la mia famiglia: mamma, papà, Simone».

La compagna Angela, Monica Bellucci, la canzone portafortuna e Laura Pausini

Nella lunga intervista, Filippo Inzaghi si è concesso anche a dei momenti di leggerezza: alle domande sulla compagna, sul fratello, sulla musica e sulle superstizioni, Superpippo ha risposto così.

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DONNE, SUPERSTIZIONI E MUSICA: «Un caso come ho conosciuto Angela. Quando ero a Venezia non uscivo mai e, se uscivo, indossavo la tuta. Quella sera non so come andai a una festa. La notai non solo perché è bellissima, ma anche perché era l’unica, insieme a me, ad avere in mano un bicchiere d’acqua. Dopo qualche settimana, venne a stare da me. Dopo due figli e una convivenza ormai rodata, ci sposeremo. Altre storie importanti? Quella con Alessia Ventura, durata tre anni. Oggi lei ha una sua famiglia, abbiamo un bellissimo rapporto di amicizia. Il sogno erotico da ragazzo era Monica Bellucci, mi sono sempre piaciute le more e poi mi sono innamorato di una bionda che sto per sposare: ci sarà qualcosa di freudiano. […] Non sono superstizioso, ma avevo una canzone-talismano, che cantavo sempre durante il tragitto fino allo stadio, prima di una partita: “Certe Notti”, di Ligabue. Lo so che tifa Inter, ma mi ha sempre portato fortuna. Laura Pausini è una grande amica. Quando, nel 2003, festeggiammo la vittoria della Supercoppa Europea ci ritrovammo tutti intorno a un pianoforte, con lei che suonava e io, Galliani, Ambrosini e gli altri che cantavamo le sue canzoni. Molte delle mie vittorie sono state accompagnate da messaggini affettuosi di Laura».

IL FRATELLO SIMONE: «Cosa significa per me? Potrei rispondere “tutto”. Sa che non abbiamo mai litigato? Cosa rarissima tra fratelli. Ogni volta che uno dei due finisce una partita, la prima telefonata è per l’altro. Ci somigliamo? La verità è che adesso lui è quello famoso e per strada capita che mi chiamino Simone. Non può che farmi piacere, anche perché so bene che cosa vuol dire allenare una squadra a grandi livelli».

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