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Riccardo Cucchi a Radio Rossonera – La radio, il personaggio, il calcio: “La passione della vita”

Riccardo Cucchi a Radio Rossonera – La radio, il personaggio, il calcio: “La passione della vita”

RICCARDO CUCCHI A RADIO ROSSONERA – “L’emozione non ha voce” cantava Adriano Celentano ma, non ce ne voglia il buon Adriano, permetteteci di dissentire. Certe emozioni “La voce” ce l’hanno, ce l’hanno davvero! E quando le emozioni si intrecciano, si mescolano, si confondono, con un pallone che rotolando sta per varcare una linea di una porta, beh allora quella voce non può che essere quella di Riccardo Cucchi, storico radiocronista di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Abbiamo già avuto il piacere e l’onore di ospitarlo all’interno di qualche nostra trasmissione in passato; oggi ci proponiamo di provare a ricalcare su “carta” i contorni della sua immensa figura professionale attraverso quest… Non vogliamo usare il termine intervista, quanto piuttosto, piccolo racconto che proverà a descrivere, senza presunzione alcuna, la radio, il personaggio e il calcio…

Iniziamo facendo un piccolo, grande passo indietro. Le chiedo di tornare bambino e descriverci quando ha iniziato a sperare e volere che raccontare lo sport diventasse la sua vita?

Nel giorno in cui ho acceso la radio, che peraltro ascoltavo sempre, e ho sentito per la prima volta “Tutto il calcio minuto per minuto”. C’erano le voci di Carosio, di Ameri, di tanti colleghi della prima generazione; con Roberto Bortoluzzi in studio, Ciotti arrivò più tardi così come anche Provenzali… Ero un bambino e chiuso nella mia stanza, evidentemente grazie alla radio, riuscivo a vedere le maglie colorate e il prato verde. Ho imparato ad amare il calcio ascoltando la radio e in quel preciso momento ho sognato di poter fare quel mestiere“.

Per molti, lei è una delle storiche voci di “Tutto il calcio minuto per minuto” ma si è mai chiesto cosa avrebbe fatto nella vita qualora non fosse esistito il calcio? Da ragazzo che altre passioni aveva?

Il mio primo sogno è sempre stato quello di fare il radiocronista ma il mio secondo sogno era fare il musicista. Amo la musica, suonavo il violino, cominciai a suonarlo da ragazzo. Se non avessi fatto altre scelte, chissà, sarei potuto diventare un musicista ma non so quanto bravo. La musica la seguo, è una mia grande passione. Ascolto musica classica e lirica ma amo tutta la musica che dopo il calcio è la mia seconda passione“.

C’è mai stato un momento in cui avrebbe potuto dedicarsi alle telecronache e non alle radiocronache? Se sì, cosa l’ha spinta a rimanere sempre fedele al mezzo radiofonico?

C’è stato un momento in cui mi è stato chiesto. In quell’occasione ho accettato di farlo per esigenze aziendali e per 2 anni, senza però lasciare la radio: ho lavorato in televisione e ho raccontato l’atletica leggera alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992. Ho proseguito fino al 1993 con altre telecronache di atletica leggera ma senza mai abbandonare la radio perché la domenica ero al mio posto in “Tutto il calcio minuto per minuto”. Durante la settimana e soprattutto durante l’estate facevo telecronache di atletica leggera. Quando mi fu chiesto di lasciare la radio e continuare a fare telecronache in televisione  risposi di no e tornai a fare la radio perché la radio è la mia vera passione. Credo che soltanto attraverso questo mezzo io sia stato in grado di esprimermi al massimo delle mie possibilità“.

Cos’è che rende unica la radio rispetto agli altri mass media?

La parola! Perché alla radio la parola è tutto. Mentre in televisione c’è l’immagine e la parola diventa in fondo una “didascalia”, in radio è la parola stessa ad essere immagine. Questo è il grande gioco che mi sono permesso di trasformare in lavoro, che ho avuto la fortuna di trasformare in lavoro: giocare con le parole per raccontare la realtà è qualcosa di affascinante, paragonabile soltanto alla scrittura o alla lettura di un libro. Credo che la radio sia il mezzo che più si avvicina alla letteratura, sono entrambe forme di comunicazione che giocano sulla parola. Attraverso la parola creano immagini in coloro che ascoltano o che leggono e ritengo che tutto ciò sia qualcosa di straordinario“.

La porto a fare un breve ma enorme viaggio tra i ricordi. Lei ha raccontato le principali imprese dell’Italia del pallone (sia come Nazionale che come squadre di club) ma anche quelle olimpiche. C’è un evento sportivo che è accaduto e non ci ha raccontato oppure che non è mai accaduto e che le sarebbe piaciuto raccontare?

Nella mia carriera sono stato molto fortunato. Ho raccontato 8 Olimpiadi e vittorie straordinarie come quelle dei fratelli Abbagnale nel canottaggio, le medaglie d’oro della scherma italiana, Dorina Vaccaroni, Cerioni… Sono tutti personaggi di sport che io ho amato tantissimo come la scherma che dopo il calcio è il mio sport preferito. Con il calcio, e grazie ad esso, ho vissuto emozioni incredibili raccontando 7 Mondiali, Europei, finali di Champions League, decine e di decine di Scudetti. Sì, sono stato molto fortunato e non ho un rammarico se non fosse quello di non aver potuto fare una radiocronaca di calcio femminile: avrei davvero vissuto con piacere quest’emozione ma purtroppo quando ho lasciato la radio il calcio femminile non era ancora esploso in tutta la sua forza così come avvenuto negli ultimi tempi. Mi sarebbe piaciuto davvero tanto raccontare una partita giocata dalle ragazze che, tra l’altro, stanno crescendo tantissimo a livello tecnico, a livello di club ma anche soprattutto a livello di Nazionale“.

A proposito di calcio femminile, secondo lei finalmente in Italia si cominciano ad abbattere certi pregiudizi su questo sport? L’attuale “boom” del calcio femminile può essere considerato figlio di un singolo momento oppure nel nostro paese siamo sulla strada giusta per continuare a seguirlo con passione nel tempo?

Non credo che questo boom sia casuale. Nello sport, specie nel calcio, nulla è mai casuale. In Italia sul calcio femminile, anche se in ritardo magari rispetto ad altre nazioni, si è fatto un gran lavoro. Apro una piccola parentesi sugli Stati Uniti: quando nel 1994, eravamo al seguito della nazionale italiana ai Mondiali, gli azzurri si allenavano in un college alle porte di New York e vi posso assicurare che nei tanti campi da calcio attorno ai quali si allenava la nostra Nazionale c’erano soltanto ragazze. Perché in America, in quegli anni, il calcio era fondamentalmente uno sport femminile. In Italia siamo un po’ in ritardo ma quello che è avvenuto in questi ultimi mesi, e il grande seguito delle azzurre nell’ultimo Mondiale l’ha dimostrato, è frutto di un grande lavoro della federazione italiana gioco calcio e delle società che hanno cercato di dare un impulso a tutto il movimento femminile. Resto convinto che quest’impulso continuerà nel tempo soprattutto se la federazione continuerà a dare attenzione al mondo del calcio femminile; la stessa attenzione che grandi club stanno dando: penso alla Juventus, al Milan, all’Inter, alla Fiorentina… Se tale processo non si fermerà e se ci sarà la giusta organizzazione, le ragazze diventeranno ancora più protagoniste di quanto non lo siano già oggi“.

Anno 2017, Inter-Empoli 2-0, la sua ultima radiocronaca per “Tutto il calcio minuto per minuto”: quali sono le emozioni che le riaffiorano pensando a quella partita?

In quel giorno ho cercato soprattutto di non far vincere le emozioni rispetto a quello che era il mio lavoro: raccontare la partita. Ho cercato di contenere tutto il mio “vulcano” emotivo ma indubbiamente c’è stato un momento nel quale mi sono tremate le ginocchia ovvero quando la curva nord dell’Inter ha mostrato uno striscione di ringraziamento e di saluto nei miei confronti. Striscione che però ho voluto immaginare come un omaggio non solo nei miei riguardi ma anche nei riguardi di chi attraverso la radio ha raccontato nel passato e continua a raccontare anche nel presente il calcio. Sono convinto che i tifosi vivano con maggiore simpatia il racconto di natura radiofonica e dunque anche di chi ne è narratore perché un radiocronista è un po’ come tutti i tifosi presenti allo stadio: usa i suoi occhi per raccontare ciò che vede, esattamente come un qualunque spettatore. Probabilmente da questo punto di vista il radiocronista è più “vicino” al pubblico dello stadio rispetto a quanto può esserlo un telecronista“.

A prescindere dal mezzo utilizzato, che consiglio si sentirebbe di dare ai giovani giornalisti?

Il mio consiglio è di essere leali! Leali con loro stessi e con i loro lettori, ascoltatori, telespettatori etc… Leali significa sinceri. Cito una bellissima definizione data dal grandissimo giornalista Enzo Biagi che definiva il nostro mestiere come l’essere testimoni della realtà. I giornalisti devono essere testimoni della realtà, devono essere leali, non dobbiamo leggere la realtà con gli occhi di chi ha un’idea preconcetta, non dobbiamo essere parziali, dobbiamo essere capaci di far sì che le persone si facciano un’opinione sulla base di una descrizione reale delle cose che vediamo. Sono contrario al giornalismo di parte, che si tratti di politica o di calcio o di qualsiasi altra natura; il giornalista deve rimanere “terzo”, essere un imparziale mediatore tra la realtà e tra coloro che ascoltano, leggono e/o vedono“.

Cosa ha significato e continua a significare il calcio per lei?

Il calcio è la passione della mia vita. Fin da quando a 6/7/8 anni iniziavo a sentire la radio, nei momenti in cui mio papà mi accompagnò all’interno di uno stadio e vidi per la prima volta quel meraviglioso campo verde che catturò il mio sguardo. Una passione che per 40 anni è stata un’emozione da vivere davanti a un microfono ma che è assolutamente tale ancora oggi. La mia vita si è identificata con il calcio e lo stadio per me è un luogo naturale dove vivere. Ancora oggi mi piace entrare in uno stadio, salire i gradini, fermarmi a guardare l’erba del campo, godermi la partita, i gesti tecnici, vivere il tifo delle persone che sono allo stadio. Al termine della mia carriera da radiocronista ho dichiarato il mio essere tifoso della Lazio, mi sono concesso più di una volta il privilegio di andare a vedere la squadra biancoceleste in mezzo ai tifosi. Essere tifoso tra i tifosi dopo tanti anni in cui da ruolo ero obiettivo e terzo. Adesso posso permettermi di essere anche un po’ tifoso ma fondamentalmente come diceva Eduardo Galeano, grande scrittore sudamericano innamorato del calcio, mi sento un “mendicante” quando entro in uno stadio: un mendicante di bellezza, di poesia di gesti tecnici e di passioni. Questo per me è il calcio”.

Chiudiamo con uno piccolo spaccato d’attualità sui prossimi scenari futuri riguardanti le competizioni nazionali ed europee: Le eventuali “final four” per le coppe europee o i “Playoff e Playout” per i campionati possono essere dei cambiamenti che potrebbero risultare formule vincenti per le prossime stagioni o lei è più un “tradizionalista” in merito?

Sono assolutamente un tradizionalista. Non ritengo che il calcio sia uno sport adatto per i Playoff, lo dico con estrema sincerità: a me non piacciono neanche quelli della Serie B. I Playoff vanno bene per il basket, che naturalmente ha un’altra dinamica, un’altra tradizione e un’altra storia rispetto al calcio, ma non credo siano adatti al calcio. Al momento non esistono regole scritte rispetto ad una situazione come quella che stiamo vivendo. Non è mai sostanzialmente successo, nemmeno durante la prima e la seconda guerra mondiale, che un campionato venisse interrotto. Successe nel 1915 e solo dopo qualche anno, 4/5 se non ricordo male, la federazione decise di assegnare lo scudetto al Genoa malgrado non si fosse mai disputata la finale di quel campionato. Nel 1943 il campionato si concluse regolarmente con la vittoria del Torino prima dello scoppio della guerra. Innanzitutto credo che allo stato attuale delle cose sia importante scrivere delle regole. Sarebbe davvero importante scriverle adesso, ovvero prima di sapere se si potrà o no chiudere il campionato. Mi auguro come tutti che si possano giocare le ultime 12 giornate, perché naturalmente significherebbe che siamo usciti da questa grande emergenza che ci circonda tutti, ma se ciò non fosse possibile a causa di quest’emergenza sanitaria, sarebbe importante che nel momento in cui ci fosse questa certezza ci siano già delle regole scritte per evitare polemiche, dietrologie e sospetti; vorrei davvero che ciò non avvenisse“.

*Si ringrazia Riccardo Cucchi per la grande disponibilità e gentilezza.

Donato Boccadifuoco

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Esclusiva, Riccardo Cucchi: “Lazio-Milan non sarà decisiva. Ibrahimovic utile ma nel breve periodo”

Esclusiva, Riccardo Cucchi: “Lazio-Milan non sarà decisiva. Ibrahimovic utile ma nel breve periodo”

ESCLUSIVA, RICCARDO CUCCHI – Intervista esclusiva di Radio Rossonera a Riccardo Cucchi: voce storica del calcio italiano. Tra i temi trattati non poteva mancare un commento sull’imminente big match di campionato tra Lazio e Milan. Qui di seguito l’intervista completa:

Iniziamo dalla Nazionale, Mancini sta trovando la strada giusta del gioco e della qualità?

Sì, il grande problema della Nazionale italiana forse è quello di riuscire a trovare un attaccante con grande capacità realizzativa. Consideriamo inoltre che per Mancini non è certamente facile ricostruire dopo la grande delusione del Mondiale mancato; in più gli è stato chiesto di provare a lanciare qualche giovane e lo sta facendo. La strada è quella giusta: piacevole dal punto di vista del gioco ma sarà importante trovare maggiore concretezza. Auguro comunque al nostro Commissario Tecnico tutto il successo che merita“.

Domenica Lazio-Milan, scontro diretto per la Champions?

Sono dell’avviso che il campionato è ancora lungo e da qui a maggio si possono conquistare e perdere tanti punti. Lazio-Milan sarà sicuramente una sfida bella ed affascinante ma non decisiva per il quarto posto. Si affronteranno due squadre in grado di divertirsi e divertire e con ambizioni simili“.

Corsa Champions. Sarà una poltrona per 3: Milan, Lazio e Roma?

Sicuramente sì, a meno che non accada qualcosa di poco prevedibile. Juventus, Inter e Napoli hanno già dimostrato di avere maggiore qualità. Milan-Lazio e Roma se la giocheranno e sarà una sfida interessante; attenzione ai giallorossi: stanno rendendo al di sotto delle aspettative e credo che dal punto di vista dell’organico abbiano qualcosa in più rispetto alle altre due contendenti ma come sempre sarà il campo in qualità di giudice supremo a dare il verdetto a fine stagione“.

Secondo lei come mai la Lazio fa così fatica contro le big?

Il verdetto del campo è sempre attendibile. La Lazio in questo campionato ha perso contro squadre più forti. Rispetto all’anno scorso però non ha ancora recuperato appieno giocatori che sono stati fondamentali come Milinkovic-Savic e Luis Alberto; viceversa mi sembra invece che Acerbi abbia sostituito ottimamente De Vrij. La Lazio dell’anno scorso era una squadra difficilmente prevedibile, ora è conosciuta dagli avversari; forse Inzaghi potrebbe pensare di poterla rendere meno prevedibile“.

Complici gli infortuni, il momento del Milan non è proprio positivo. Quando dovrà essere bravo Gattuso nel tentativo di rimediare a tale problematica?

Milan sfortunatissimo! Il lavoro di Gattuso, del quale ho grande stima, sarà complicato. Il tecnico rossonero ha fatto bene e potrà sicuramente far bene ma dovrà far ricorso a tutta la fantasia e l’esperienza maturata. Personalmente il Milan mi piace perché è una squadra che ha dimostrato di potersela giocare anche se non è il Milan al quale i tifosi erano abituati: quello che fino a qualche anno fa vinceva tanti trofei. Ad ogni modo il Milan si trova in un periodo di transizione e credo che il percorso di crescita per tornare grande prima o poi verrà concluso“.

Ibrahimovic può essere utile a questo Milan?

Ibrahimovic, così come Cavani ed altri grandi campioni che sono già passati per i nostri campi, può essere importante anche oggi nonostante qualche anno in più sulle spalle. Credo però, pur con tutto il rispetto per un campione straordinario come lo svedese, il Milan abbia la necessità di costruire una squadra forte capace di durare nel tempo; il contributo di Ibrahimovic potrebbe durare pochi mesi“.

Ci racconta cos’è “Radiogol. Trentacinque anni di calcio minuto per minuto”?

Non è un’autobiografia, è un libro che esprime la mia storia d’amore con la radio mediante la complicità del calcio. Un libro di narrativa, un romanzo che vive intorno alle passioni di noi tutti che raccontiamo, viviamo e vediamo il calcio. Il mio è un libro emotivo nel quale spero che le parole scritte possano riuscire ad emozionare“.

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Esclusiva, Riccardo Cucchi: “Gattuso ha bisogno di tempo. Per fortuna è subentrato Elliott. Berlino e Manchester indimenticabili”

Esclusiva, Riccardo Cucchi: “Gattuso ha bisogno di tempo. Per fortuna è subentrato Elliott. Berlino e Manchester indimenticabili”

ESCLUSIVA, RICCARDO CUCCHI – Intervista esclusiva di Radio Rossonera ad una delle voci storiche del calcio italiano: Riccardo Cucchi. Tantissimi i temi trattati: dall’imminente match di campionato tra Milan e Roma, alla nuova proprietà rossonera, passando anche a questioni legate alla comune passione per il calcio. Qui di seguito le sue dichiarazioni:

Sulla passione che ci accomuna, ovvero la radio: “La radio è un mezzo straordinario  perché è capace di unire tutte le diverse passioni calcistiche“.

Il Milan ha sfiorato il colpaccio al San Paolo contro il Napoli, cos’è mancato alla squadra rossonera?

Credo che il Milan abbia comunque dato segnali importanti, dei segnali relativi alla squadra che potrebbe diventare. Ci vuole pazienza ma è anche vero che i tifosi un po’ l’hanno persa considerate le grandi vittorie del passato. Anche Gattuso avrà bisogno di tempo per sviluppare le capacità tecniche della rosa a sua disposizione. Ai rossoneri probabilmente è mancata la mentalità di squadra ma arriverà col tempo“.

Gattuso è davvero l’uomo giusto per riportare il Milan in alto?

Faccio una premessa: ancora siamo al calcio d’agosto, il campionato finirà a maggio e tanti attuali equilibri potrebbero cambiare nelle prossime settimane. Detto ciò, Gattuso avrà sicuramente del lavoro da fare come inserire i nuovi giocatori nel proprio organico. Lo ammetto, sono di parte: adoro Gattuso per la sua storia, l’ho amato come calciatore sia della Nazionale che del Milan; è un ragazzo straordinario di grande umiltà e qualità umane. Diamogli tempo: bravi allenatori si diventa, non si nasce“.

Paolo Maldini è ritornato al Milan: saprà farsi valere anche da dirigente?

Lo scopriremo: non è detto che un bravo calciatore diventi anche un bravo dirigente ma Maldini, oltre alle qualità tecniche, ha sempre dimostrato grande intelligenza nel cogliere i significati importanti dei piccoli gesti. Lui, insieme con papà Cesare, hanno rappresentato e rappresentano il dna milanista. L’impressione sul suo ritorno è questa: un Maldini che negli ultimi anni ha girovagato sotto la casa paterna in attesa che qualcuno gli dicesse di entrare. È chiaro comunque che dovrà imparare a fare il dirigente ma sono convinto che lo farà nel migliore dei modi“.

Che idea ti sei fatto sulla precedente proprietà cinese e sulla nuova proprietà di Elliott?

Per fortuna è successo quello che è successo, ovvero l’ingresso di Elliott come nuovo proprietario del Milan. Reputo quello che è accaduto nei mesi precedenti come poco trasparente: il vero proprietario del Milan non era certo Yonghong Li che chissà come ha operato e per conto di che oltre che non avere le capacità manageriale e le risorse economiche per guidare un club come il Milan. Personalmente avevo parlato del possibile ingresso di Elliott come nuovo proprietario già nello scorso marzo e così è stato: sicuramente la soluzione migliore per il club perché garantisce sicurezza. Vero è che i risultati si ottengono sul campo ma è vero anche che per ottenerli serve una società competente alle spalle e che sappia mantenere i bilanci in ordine. La strada intrapresa è sicuramente quella giusta e vorrei non succedessero più cose simili come le prese in giro nei riguardi dei tifosi rossoneri. Adesso è tempo che il Milan marci per la sua strada, una strada attraverso la quale è destinato a tornare grande“.

La nostra Radio sta portando avanti un progetto di azionariato diffuso. Questo nuovo calcio del “Risiko finanziario”le piace o no?

Il calcio italiano ha dimostrato la sua enorme fragilità da questo punto di vista: troppi i casi di fallimenti di club italiani importanti come Avellino, Cesena, Bari… La grande difficoltà del calcio italiano è legata ad un vizio di fondo, ovvero basarsi sui diritti tv come unica fonte di ricchezza; una sorta di gigante con i piedi d’argilla. In altri paesi come Inghilterra o Francia, i ricavi dei diritti tv rappresentano solo una parte del fatturato e non maggioritaria. Per quanto riguarda l’azionariato, penso che in Italia sia difficile cambiare direzione anche se ovviamente per giocare a pallone non si può certo fare a meno dei soldi. Credo che i tempi non siano ancora maturi per esperienze di azionariato come quelle, ad esempio, di Real Madrid e Barcellona. La cosa importante adesso è che nel calcio italiano ci sia trasparenza: da un’indagine della FIGC risulta che almeno 12 società non sono riconducibili ad una proprietà chiara. Ecco, la mancanza di trasparenza è una mancanza di rispetto verso i tifosi. Il calcio è un’industria ma non produce prodotti di consumo, produce passione; senza passione il giocattolo si rompe“.

Il calcio a volte è visto in maniera troppo “sacrale” dai tifosi. Lei che ne pensa?

Essendo un giornalista di vecchia generazione sono nato con la passione per il calcio calcio: l’unico grande rito domenicale secondo una citazione di un grande poeta sudamericano. Non mi meraviglierò mai di vedere tifosi che si imbarcano in viaggi lunghissimi soltanto per poter tifare la propria squadra nei 90′ di gioco e magari in una città lontana. La passione non mi meraviglia: non mi meraviglio nemmeno dell’arrabbiatura social riguardante la spartizione dei diritti tv e dunque il dover spendere cifre che a volte non sono alla portata di una famiglia italiana per poter vedere tutte le partite. Il calcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti, però sono anche convinto che la passione debba essere sempre rispettata e spero che non sia più concesso ad avventurieri di produrre investimenti disastrosi“.

Venerdì sera è prevista una grande cornice di pubblico per Milan-Roma. Che partita si aspetta?

Bene così. Auspico un grande ritorno di pubblico negli stadi: meglio divani vuoti e tribune piene.Ho vissuto 40 anni dentro gli stadi per mia fortuna e so perfettamente cosa significa il calore che emana uno stadio pieno. L’adrenalina e le emozioni si trasferiscono sia in chi gioca e sia in chi racconta le partite. Milan e Roma sono due squadre che apprezzo moltissimo. entrambe secondo me sono uscite da  una campagna acquisti/cessioni che ha creato qualche malumore a Roma ed aspettative importanti per il Milan, specie considerato l’acquisto di Higuain. Sono due squadre in formazione: sia Di Francesco che Gattuso hanno dei problemi che però possono risolvere. Mi aspetto una partita apertissima e ho molto apprezzato la tendenza di queste prime due giornate di campionato nelle quali abbiamo assistito a rimonte e partite non definite che avvicinano il nostro campionato per filosofia al campionato inglese. Credo inoltre che Milan e Roma possano dar vita ad una gara ricca di goal“.

Qual è la partita più bella alla quale ha assistito?

Per mia fortuna ne ho viste molte di belle partite. Difficile ricordarsene una in particolare ma ho avuto la fortuna di raccontare la finale mondiale del 2006 tra Italia e Francia a Berlino: tutte le mie emozioni concentrate per una sola notte in una partita che sognavo da tempo e che mi ha permesso di pronunciare la frase “L’Italia è campione del mondo” prima di me solo 2 grandi radiocronisti  erano riusciti a farlo: Nicolò Carosio ed Enrico Ameri alla Radio e Nando Martellini in tv; due immensi telecronisti come Bruno Pizzul e Sandro Ciotti invece non sono riusciti a gridarlo. Altra partita che ricordo è stata la finale di Champions League tutta italiana del 2003 tra il Milan e la Juventus all’Old Trafford. La cosa straordinaria entrando in quello stadio è stata la possibilità di vedere una partita del genere insieme ad un pubblico inglese; sembra sia passato un secolo invece è successo poco tempo fa“.

Ultima domanda (di un nostro ascoltatore): il Cucchi di oggi cosa vorrebbe insegnare al Cucchi di ieri?

Ho avuto la fortuna di avere grandi maestri e  di poter muovere i primi passi professionali cercando di rubare i segreti del mestiere ai grandi narratori del calcio come Enrico Ameri, Sandro Ciotti ed Alfredo Provenzali. Sono stato capace, credo,  di rubare pezzi di mestiere come si faceva nelle botteghe artigiane. Oggi credo sia cambiato molto il racconto del calcio ma ho sempre cercato di mantenere un filo conduttore cercando di adeguare il linguaggio ai tempi moderni. Quello che insegnerei ad un giovane Cucchi, parlando di radio, è di non staccare mai gli occhi dal racconto della partita. In tv sento colleghi giovani bravissimi ma i commenti ed i dati di contorno alla gara servono a poco: bisogna raccontare quello che si vede“.

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