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Milan Primavera, Tonin: un alpino a Milano

Milan Primavera, Tonin: un alpino a Milano

Riccardo si è perso, si è perso e non riesce a tornare. Riccardo segnava, segnava tantissime reti” e direi che mi fermo qui con la semicitazione di De Andrè, per rispetto del grandissimo Faber e di chi leggendo le prime parole ha avuto la pelle d’oca per come ho maltrattato una poesia, ancor prima che canzone.

Ma con quelle poche parole racchiudo il primo anno di primavera di “Tonio”, o “Toni” come lo chiama Giunti, perché non voglio considerare l’anno di Gattuso come un vero anno di primavera. Partito in ritiro con la squadra, 45′ in un derby terrificante alla seconda di campionato e due panchine consecutive con Bologna e Napoli, poi il ritorno in U17, con i compagni con cui aveva appena vinto il campionato U16, e di nuovo quel feeling con il gol che lo ha accompagnato lungo tutta la sua avventura con le giovanili rossonere. Perché Riccardo è grosso, sportivamente cattivo, non molla mai su ogni pallone, sempre pronto a prenderle e darle senza farsi nessun tipo di problema, davanti è l’uomo che serve sempre. Prima punta, da solo o in coppia, lui c’è.Tonin e il gol, un rapporto forte, costante, continuo in rossonero, fino alla stagione 2018/2019.


E’ il momento del salto vero, Gattuso non c’è più sulla panchina giovanile, c’è Lupi, l’allenatore con cui ha vinto il campionato U16, ci sono i suoi compagni di squadra di sempre, la rosa è giovanissima, forse troppo per la categoria e si inceppa subito. Si affaccia al mondo primavera e quella che sembrava una prima punta fisicamente possente all’improvviso lo sembra un po’ meno, l’incontro con difensori più esperti è complicato, la sua stagione, come quella del Milan è molto negativa, segna solo un gol, a Palermo, in un momento in cui i rossoneri sembrano riuscire a riprendere in mano il loro destino.


Ma è solo un lampo nel buio, per la primavera e per Riccardo. Ma ci sono quelle annate in cui va tutto male, in cui anche i gol più semplici sembrano impossibili, l’ha vissuta Dzeko qualche anno fa, figurarsi se non può viverla un ragazzo di 18 anni. La sensazione, però, è che Tonio viva sull’orlo dell’emotività, delle prime due giocate, se riescono sfodera una grande prestazione, se non riescono, e succede spesso ad inizio stagione, poi via via si spegne e scompare.

Ho vivida nella mente ancora la seconda giornata dello scorso campionato, stadio Ossola di Varese, arriva la Roma, la scalata è ovviamente impervia, ma Tonio parte benissimo, due ottime giocate sembra la giornata buona poi uno slalom in area concluso con un errore davanti alla porta. Sono passati 10 minuti scarsi, ne mancherebbero 80 per rifarsi, ma lentamente si spegne e si fa travolgere insieme a tutta la squadra in quella che sarà la prima delle sonore ripassate che si prenderà la primavera in quella stagione. A volte invece, come a Palermo, entra cattivo, con gli occhi della tigre che lo contraddistinguono, gli riescono le prime giocate e riesce a spaccare la partita. Sono queste partite, al fianco di Frank Tsadjout che iniziano a far intravedere come Riccardo sia molto più incisivo se può agire con un’altra punta che faccia il lavoro sporco con lui che può far esplodere la potenza delle sue gambe in velocità.

Nel mentre la stagione rossonera sta andando allo sfascio, salta Lupi e arriva Giunti, i due si annusano per un po’, Giunti inizia a studiare il ruolo giusto per il suo attaccante, ma complice l’infortunio di Tsadjout non riuscirà a mettere in campo la coppia e a fine stagione arriva la retrocessione. Sportivamente un disastro, ma non così negativo per tanti ragazzi che puntano alla maturità e uno di questi è proprio Tonio.
Con l’arrivo di Pecorino e Luan Capanni in molti, me compreso, pensavano che ad accomodarsi in panchina sarebbe stato proprio Tonin e invece fin dalle prime uscite il campo dice altro: davanti si gira, ci si alterna, ma Tonin non si tocca, non più da prima punta però, un ibrido tra seconda punta ed esterno di sinistra dove può far valere la sua forza fisica, la sua corsa inesauribile, la potenza dei suoi cavalli e il suo feeling con il gol, che sta tornando.


Non siamo più ai numeri, importantissimi di qualche anno fa, ma in 9 partite di campionato sono arrivati 2 gol, tante occasioni create, tanti tiri tentati e non andati a segno, ma sempre pericolosi. Tonio non è una Ferrari, non ti lascia lì nei primi 5 metri, ma è una Jeep, un 4×4 che ti trascina anche se ti attacchi alla sua maglia. E finalmente ha ritrovato fiducia nei suoi mezzi e nelle sue capacità, anche se la palla si rifiuta di entrare. Il super gol contro il Venezia è stata una liberazione, festeggiata con un gesto, la mano portata alla fronte, che in questa situazione sociopolitica europea (questione Turchia) avrebbe potuto creare qualche polemica, ma giusto che non sia successo.


Quella mano portata alla testa come saluto alpino non so da dove arrivi, non so in onore di chi sia, prima o poi glielo chiederò. Intanto guardo sul suo Instagram e scopro che è nato ad Brogliano, in Veneto come lascia intuire il suo cognome, una cittadina in mezzo alle colline e alle montagne, probabile che sia un richiamo alla sua terra e alle sue origini.
Riccardo Tonin, un alpino a Milano, che, da quel titolo di migliore in campo che mi sono permesso di dargli contro il Venezia, ha ripreso la sua corsa, il suo percorso di crescita, mangiandosi i sentieri e le salite senza arretrare di un centimetro come un vero alpino
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Photo credits: acmilan.com

Matteo Vismara

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Daniel Maldini, Focus on: la pesante eredità di un talento che potrà diventare grande

Daniel Maldini, Focus on: la pesante eredità di un talento che potrà diventare grande

DANIEL MALDINI – Non semplice parlare di Daniel Maldini, assolutamente non semplice. Anzi, sarebbe anche meglio evitare. Perché una buona fetta di tifosi appena legge o sente il nome Maldini si mette a guscio e perde ogni tipo di obiettività, difesa oltranzista, straordinaria e inattaccabile, come era Paolo in campo.

E così è anche per Daniel, che non è solo Daniel, ma è Daniel Maldini, figlio di Paolo Cesare, nipote di Cesare, capitani del Milan e alzatori di Champions League. E se vogliamo continuare, semicitando Games Of Thrones, primo nel suo nome, secondo nella discendenza di Paolo, primo della dinastia ad attaccare la porta e non a difenderla, primo castiga portieri su calcio di punizione. Potrei andare avanti così, ma ve lo evito. Spero che abbiate saltato questo piccolo, ma tutt’altro che utile, incipit.

L’inizio di semicultura televisiva serviva solo per far capire come sarebbe molto più semplice tessere unicamente le lodi di un ragazzo di 18 anni con QUELLA famiglia alle spalle. Mi è capitato più di una volta durante la scorsa stagione di pensare e dire “Il ragazzo è forte e potrà sbancare, ma si chiama Maldini. E oggi il nome, forse, lo aiuta ad avere visibilità, domani potrebbe schiacciarlo.” Non è forte perché si chiama Maldini, se no il calcio italiano avrebbe da almeno 4/5 anni un terzino sinistro fatto e finito, Daniel è forte perché lo è davvero. E lo aiuta il fatto di giocare in zone di campo in cui il nonno e il papà si presentavano poco: la trequarti e l’attacco.

Tecnica, una buona capacità di inserimento e finalizzazione e la tipica sfacciataggine di chi si sente forte e ha il coraggio di provare la giocata. La personalità senza dubbio non gli manca. La scorsa stagione si è preso il ruolo di tiratore dei calci piazzati a discapito di Gabriele Capanni, che ha continuato a tirare solo i calci di rigore, a suon di punizioni pericolose e gol. 8 gol in campionato, 2 al Viareggio e la sensazione che decidesse di farli sempre quando contava di più. A cavallo tra dicembre e gennaio con 4 reti in fila ha provato a rianimare l’ultimo Milan di Lupi, quando a Empoli nessuno ci credeva più è arrivata la sua zampata nel finale per pareggiare la partita, cercando di portarsi dietro tutti i compagni alla ricerca del gol vittoria, che non è arrivato. È stato lui a segnare l’ultimo gol del Milan di Lupi, ad aprire le danze nella sconfitta con l’Udinese, e a segnare il primo del Milan di Federico Giunti, a Genova contro la Sampdoria. Da quando Giunti siede sulla panchina rossonera, se Daniel segna, il Milan fa punti: 4 vittorie e un pareggio, quello sciagurato di Verona (3-3 contro il Chievo, avanti 0-3).

Ma, perché c’è un grosso “ma”, non è pronto al grande salto. Oltre ad una questione fisica, che è, ovviamente, legata anche a modalità di allenamento differenti tra calcio giovanile e calcio professionistico, c’è una parte legata alla mentalità. La partita di Verona è un po’ la cartina di tornasole del Maldini attuale, stratosferico e incontenibile quando ha voglia di giocare, quando gli riescono le giocate, quando si fida dei compagni e gioca con loro (primo tempo). Testardo, solista e con quella voglia di spaccare il mondo ed essere il salvatore della patria, quando le cose iniziano a girare male e sarebbe necessario semplificare il proprio gioco, piuttosto che continuare a cercare solo la giocata difficile (secondo tempo).

L’inizio di stagione, dopo la tournée con i grandi, al netto di un fastidio fisico, è durato poco meno di un tempo. 40’ giocati tanto con il pallone e poco con i compagni, come spesso gli accade quando non è in giornata. È ancora troppo discontinuo ma è fondamentale per questa squadra primavera. Deve entrare in campo con la voglia che lo ha contraddistinto nei momenti positivi della scorsa stagione perché è il perno offensivo del calcio di Giunti, è il giocatore con più fantasia. A lui toccherà inventare per sé e per gli attaccanti (Tonin, Capanni o Pecorino poco cambierà).

Seguendo meno il flusso emotivo e cercando sempre di rimanere umile e con i piedi per terra. Nonostante si chiami Maldini, nonostante sia il più dotato tecnicamente della squadra, nonostante il precampionato con i grandi. Perché è solo rinforzando la parte mentale che potrà fare il salto vero e definitivo. Probabilmente non sarà mai grande come Paolo, ma nessuno glielo chiede. Per primo lui deve scegliere di essere solo Daniel, poi il resto verrà da sé.

Photo Credits: AcMilan.com

Matteo Vismara

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Milan Primavera, Brescianini (Focus On): colui che gioca sempre e in ogni ruolo

Milan Primavera, Brescianini (Focus On): colui che gioca sempre e in ogni ruolo

MILAN PRIMAVERA, BRESCIANINI –  C’è un filo rosso(nero) che collega Gennaro Gattuso, Alessandro Lupi e Federico Giunti. E non è unicamente quello dell’essersi seduti tutti sulla panchina del Milan Primavera nel corso dell’ultima stagione.

Oltre alla panchina c’è di più ed è la scelta degli uomini, di uno in particolare, che ha giocato sempre ed in ogni ruolo, risultando sempre tra i migliori per applicazione e risultato sul campo: Marco Brescianini.

Per raccontare Brescianini, “Brescio” per tutti, sarebbe semplice e banale raccontare che viene da un paesino della bergamasca, Calcinate, che è nel Milan praticamente da una vita, che fa la mezz’ala, che è mancino e che negli anni ha aumentato il suo legame con il gol. Ma per tutto questo basta andare su Google o qualche sito di statistiche.

Voglio provare a raccontare il “mio” Marco Brescianini, quello che ho imparato a conoscere sui campi di Solbiate, di Varese e del Vismara negli ultimi due anni, quel ragazzo che ha iniziato la sua prima avventura in primavera tra i più piccoli del gruppo, ma prendendosi da subito un ruolo di primo piano.

Complice l’infortunio di Torrasi nel precampionato, Gattuso lo butta subito nella mischia in mezzo al campo a fare da scorta a capitan El Hilali, insieme a Tommaso Pobega (oggi a Pordenone), da mezz’ala sinistra, quello che teoricamente sarebbe il suo ruolo naturale.

Da lì, nell’arco di due stagioni, è passato a fare l’esterno d’attacco, l’interno di un centrocampo a due, il play basso in un centrocampo a tre, fino al difensore centrale nei sei disastrosi mesi di gestione Lupi della scorsa stagione. E in ogni occasione si è distinto, ha sempre risposto presente, ha sempre messo il bene della squadra davanti alla sua comfort zone.

Quando lo vedi in campo lo riconosci, dinoccolato, biondissimo e bianco quasi cadaverico, non particolarmente alto, ma così magro che vengono i dubbi sul suo poter stare in campo. Poi a fine partita ti rendi conto che è tra quelli che ha corso di più, è stato l’ultimo a mollare e spesso si è portato sulle spalle la squadra nei momenti più difficili. Capitano per la prima volta lo scorso anno nel derby, ha ripreso la fascia quando Torrasi è tornato sotto i ferri per le ultime dello scorso campionato.

Sarà il capitano di quella che al Milan voglio sia la stagione dell’immediata promozione e del ritorno ai livelli che competono al settore giovanile rossonero.

Polivalenza, corsa, spirito di sacrificio e personalità. Tanta personalità. E quella capacità di essere decisivo quando serve, quel feeling con la “sindrome del supereroe”, non nel senso negativo del termine, perché Marco non forza mai, in due anni non l’ho mai visto strafare. È un supereroe buono, nel momento del bisogno lui c’è. Cinematograficamente sceglie sempre il momento perfetto, come ha fatto per il suo primo gol in primavera: in uno scontro diretto, contro il Napoli, al 93′, con un mancino da fuori a fil di palo. E si è ripetuto con il Genoa, sempre al Vismara, per dare carica, contro un’altra avversaria diretta, per provare una difficilissima rincorsa alla salvezza.

Ha chiuso segnando nel derby, ovviamente con un tiro da fuori, su punizione, suonando la carica e svegliando i compagni dal torpore, non è bastato per vincere. Non sono bastati i suoi 3 gol per la salvezza rossonera e non basterà solo un grande Brescianini per risalire in Primavera 1, ma sarà lui a dare l’esempio e indicare la via, soprattutto nelle difficoltà.

Anche facendo una delle cose che gli viene meglio: armare il suo sinistro e colpire verso la porta avversaria.

Photo Credits: AcMilan.com

Matteo Vismara

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Milan Primavera, Tiago Djalo: dal mercato, ecco il primo rinforzo per mister Giunti

Milan Primavera, Tiago Djalo: dal mercato, ecco il primo rinforzo per mister Giunti

MILAN PRIMAVERA, TIAGO DJALO – Tiago Djalo ci siamo. Sarà lui il primo rinforzo per la primavera di Federico Giunti. Un colosso d’ebano di quasi due metri (1.90 m) strappato alle big inglesi e alla Lazio di Tare, che con i giovani difficilmente sbaglia. Valutato 200 mila euro (valore Transfermarkt), perché in scadenza, ma con una valutazione esponenzialmente più alta, perché uno dei migliori prospetti della sua età (classe 2000).

Quando al Milan si parla di Tiago, la mente e il cuore rossonero corrono sempre ad uno solo: Thiago Silva. Uno brasiliano, l’altro portoghese. Li accomuna la lingua romanza e il ruolo. Foneticamente differenti, uno con la T dura (Tiago), uno più aspirata quasi una “Tch” (Thiago), fisicamente differenti, Djalo un flaco, come direbbero in Argentina, lungo e con leve infinite, Silva più basso e compatto. Qualcuno ha paragonato il giovanissimo portoghese al brasiliano. Paragone azzardato, per quello che è stato ed è Thiago Silva, e perché il Tiago Djalo è ancora decisamente all’inizio della sua carriera.

Carriera iniziata in estate quando Luis Martins, una vita da assistente allenatore più che da primo (Tottenham e Zenit con Villas Boas le ultime esperienze), lo ha preso e gli ha detto “Tiago é o seu momento” (Tiago, è il tuo momento), dandogli in mano le redini della difesa dello Sporting Lisbona B, la seconda squadra dei Leoes, dopo averlo portato in squadra già dal girone di ritorno della scorsa stagione. Un ragazzone di 18 anni con una spiccata personalità, una forza fisica importantissima associata ad un piede destro molto educato, ingredienti che lo hanno portato ad essere all’occorrenza terzino destro.

Testa alta in uscita palla al piede, perfetto tempismo in scivolata e nel colpo di testa, gran rapidità in recupero sugli avversari, fa ancora fatica a leggere alcune situazioni in fase di possesso, che lo portano a cercare di salire da solo, abbassando la testa. Carica come un toro, giù la testa e si parte, un tir di quasi 85 kg che prende rapidità. Più che a Thiago Silva, come caratteristiche ricorda il primissimo Giorgio Chiellini, quello di Livorno e di Firenze, quello che faceva il centrale e il terzino sinistro.

Non so se ha le stigmate del campione, se lo diventerà o se rimarrà una meteora, come spesso capita ai giovani portoghesi, ma tendo a fidarmi di chi, come Luis Martins, ha visto passare davanti ai suoi occhi uno come Cristiano Ronaldo in maglia verde-brancos. Se sono rose fioriranno, intanto, per non sbagliare, Leonardo e Moncada stanno per dare in mano a Federico Giunti un bocciolo di Black Baccara. Starà a Djalo, Giunti e Gattuso farlo sbocciare in primavera e trasformarlo in una meravigliosa rosa da aggiungere al bouquet rossonero.
Per oggi e per domani.

Credits Photo: Youtube

Matteo Vismara

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Milan Primavera: era la squadra di Lupi, sarà quella di Federico Giunti

Milan Primavera: era la squadra di Lupi, sarà quella di Federico Giunti

MILAN PRIMAVERA – Era la squadra di Lupi, sarà quella di Federico Giunti. Si parte da qui, dal cambio di allenatore e dall’ultimo posto in classifica in concomitanza con la neopromossa Empoli. A 8 punti, frutto di due vittorie e due pareggi.

La squadra di Lupi era costruita sul 4-3-3 e sul 4-3-1-2, con ogni probabilità lo sarà pure quella di Giunti. Per due motivi: la rosa rossonera è piena di esterni e mezze punte e perché sono i moduli che il neo tecnico ha utilizzato nella sua breve carriera da pro, dopo 5 stagioni tra i dilettanti.

Per l’ex numero 21 rossonero (Campione d’Italia 1999 e marcatore nel indimenticabile 6-0) un anno alla guida della Maceratese in Lega Pro, unica squadra imbattuta contro il Venezia di Pippo Inzaghi che dominò quel campionato, e 13 partite a Perugia, prima dell’esonero dopo la pesante sconfitta con il Cesena (24/10/2017). La quinta di fila. Sono sette nelle ultime otto, invece per la Primavera rossonera, che spera di affidarsi all’Apostolo per mantenere la categoria. Si affida al suo gioco offensivo (circa 2 gol fatti di media dalle sue squadre) piuttosto che a quello difensivo (poco meno di 1.9 quelli subiti) con la consapevolezza che è davanti dove i rossoneri devono migliorare esponenzialmente (solo 15 gol segnati). Anche perché i numeri difensivi delle prime 13 partite (34 gol subiti, con un solo clean sheet) difficilmente potranno essere peggiorabili.

Si ripartirà, quindi, dalla difesa a quattro a difesa di Soncin, che manterrà il posto vista la preferenza di Plizzari di giocare in prestito piuttosto che scendere nuovamente di categoria. Una parte della linea la farà il mercato, in entrata e in uscita. Bellanova (squalificato per le prime due del girone di ritorno) e Abanda potrebbero essere la nuova coppia di terzini dalla grande spinta, ma ancora il classe 2000 francese non è arrivato dal Monaco e Raoul non ha trovato l’accordo per il rinnovo del contratto in scadenza a giugno. Nel caso in rampa di lancio Barazzetta come vice Bellanova a destra e uno tra Basani e Sergio Sanchez a sinistra. In mezzo a fianco di Ruggeri, la speranza è di ritrovare Tommaso Merletti che in stagione ha giocato giusto una mezz’ora. Infortunatosi a Palermo ha visto tutto il girone d’andata dalla tribuna, obbligando mister Lupi all’adattamento di Brescianini o di Torchio in mezzo alla difesa. Certezza che appare granitica anche quella relativa al centrocampo: sarà a 3. Torrasi, completamente recuperato, in cabina di regia e Sala sono stati tra le poche note positive dell’ultimo trimestre Lupi, insieme al tuttofare Brescianini. A meno di sorprese saranno loro tre a comporre il centrocampo rossonero. 4-3 e altri tre. Queste sembrano le certezze, chi saranno gli ultimi tre e come si schiereranno, probabilmente lo scopriremo di partita in partita. Le prestazioni fanno pensare ad un tridente composto da Capanni, Maldini e Tsadjout, ma per l’attaccante italocamerunense dipenderà tanto, se non tutto da cosa succederà in prima squadra. 8 presenze e 5 gol (un gol ogni 144′, capocannoniere rossonero) per Frank con i pari età e tante panchine con Rino Gattuso. Averlo a disposizione costantemente potrebbe essere una delle fortune del nuovo allenatore delle giovanili.

Non sarà però con gli 11 titolari che il Milan di Giunti dovrà costruire la sua salvezza, che al momento dista soli 4 punti. Toccherà ai Brambilla, ai Torchio, ai Barazzetta, ai Mionic, ai Tonin, ai Basani, agli Haidara rispondere presente quando verranno chiamati in causa. Sono le alternative che sono mancate e hanno deluso nei momenti di difficoltà. Era necessaria la svolta in panchina ed è arrivata. Adesso servirà mantenere vuota l’infermeria e, perché no, sperare in qualche aiuto anche dal mercato. Fare punti subito a partire dalla trasferta di Genova contro la Sampdoria e dalla partita in casa contro il Napoli è l’obiettivo rossonero. Per sistemare immediatamente la classifica e per mandare un segnale, senza dimenticare che a marzo arriverà anche il Torneo di Viareggio.
La squadra è giovane, l’allenatore anche, con o senza nuove aggiunte, questa gioventù andrà sfruttata al meglio. Perché non varrà i piani alti, ma l’ultimo posto è decisamente ingeneroso per questa rosa.

Mister Lupi non è riuscito a far rendere la sua rosa come ci si aspettava. Ora toccherà a Giunti farlo. Per il Milan e per se stesso. Un allenatore e una squadra in cerca di rilancio. Il Milan è convinto di aver scelto la giusta combinazione. Toccherà al campo, e alla panchina, dimostrarlo.

Credits Photo: A.C. Milan

Matteo Vismara

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