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Ismael Bennacer, the story so far: il talento algerino alla conquista del Milan (Parte 2)

Ismael Bennacer, the story so far: il talento algerino alla conquista del Milan (Parte 2)

Dove eravamo rimasti lunedì scorso? Ah si, Ismael fa il suo esordio con la prima squadra dell’Arsenal in Coppa di Lega inglese, la partita va malissimo, i Gunners sono eliminati e lui torna nella “sua” squadra U21.

(leggi la prima parte del focus dedicato a Bennacer cliccano qui)

Ecco di certo non un buon inizio tra i grandi della Premier ma soltanto 7 giorni dopo quella debacle Bennacer è il titolare dei giovani inglesi contro i pari età del Bayern Monaco in Youth League. E fa anche gol! Recupera palla ai 25 metri, si libera del giocatore a cui ha appena scippato la sfera e scaglia un sinistro potente sotto l’incrocio appena fuori dall’area di rigore

Lo stiamo conoscendo Ismael, quello che non lo abbatte lo fortifica, sembra sempre ricavare energie ed insegnamenti dalle cadute personali e di squadra. Tanto che dopo un settembre-ottobre da comprimario si prende la scena della squadra Under21 e ne diventa titolare inamovibile. Chiuderà l’anno senza altre apparizioni tra i grandi ma con la fascia da capitano della squadra Under23, che dalla stagione successiva, la 2016/17, sarà stabilmente sul suo braccio sinistro.

Proprio questa doveva essere la stagione del lancio definitivo tra i grandi e invece… Ismael parte forte, è il capitano della Under23 che gioca in Premier League 2, il campionato delle squadre riserve/giovanili dei Club di Premier. È sempre nei titolari, alternandosi tra la trequarti e il centrocampo dove sempre più spesso viene arretrato rispetto al passato, ma non ha una singola occasione per mettersi in mostra con la Prima Squadra e sente che la sua crescita è in parte strozzata da quella situazione, tanto che nel gennaio 2017 valuta l’idea di andare a giocare in prestito.

Ha molte offerte da club di Ligue2, a lui non dispiacerebbe tornare nel proprio Paese e così firma per 6 mesi con il ToursFC, in quel momento ultimo in classifica e dato per quasi retrocesso. Una scelta all’apparenza inspiegabile che lo stesso Bennacer motiverà così alla fine del prestito: “Sapevo che sarebbe stato difficile, ma sapevo dove stavo andando quando ho firmato per il Tours. Ho osservato la squadra, analizzato lo stile di gioco, valutato i pro e i contro e ho accettato la sfida dopo un colloquio con allenatore e direttore sportivo. Dal momento in cui tutti mi volevano non c’era motivo di avere paura. Andando all’Arsenal ho avuto diritto ad un vero allenamento. Ho fatto progressi a tutti i livelli: tecnico, tattico, fisico e caratteriale. Sono diventato più “duro”. Non mi pento della mia scelta. Ma dopo 6 mesi nella squadra riserve avevo perso un po’ di fiducia in me stesso, sentivo il bisogno di misurarmi con un calcio diverso”.

I sei mesi al ToursFC vanno bene, molto bene. Diventa titolare dopo sole due gare e non lascia più il campo contribuendo in maniera decisiva alla insperata salvezza della squadra impreziosendo il tutto con un bellissimo gol su punizione contro il Sochaux.

Sono sei mesi importantissimi nella carriera di Ismael, costantemente sotto le luci dei riflettori e sui taccuini degli osservatori, tanto che alla fine del prestito non torna subito a Londra ma a tre giorni dall’inizio della competizione, da diciannovenne, viene convocato a sorpresa dalla Nazionale algerina per la Coppa d’Africa 2017 al posto dell’infortunato Taider. A sorpresa Bennacer si trova catapultato in Gabon, Paese ospitante delle gare: non giocherà nemmeno un minuto nella coppa ma avrà la possibilità di allenarsi con giocatori del calibro di Riyad Mahrez e Yacine Brahimi e di partecipare al suo primo torneo internazionale: “È stato fantastico anche se non ho giocato, ho acquisito esperienza allenandomi e guardando i miei compagni di squadra giocare. Nella prossima Coppa d’Africa sarò pronto”. E due anni dopo lo sarà davvero…

A fine torneo torna a Londra con in programma un colloquio con Arsene Wenger per programmare il proprio futuro. Ha soltanto un anno di contratto e gli occhi di molti addetti ai lavori addosso. Tra chi ha osservato da vicino questi ultimi mesi di Ismael ci sono Andrea Buti e Pietro Accardi, direttore generale e direttore sportivo dell’Empoli che devono sostituire i partenti Dioussè ed El Kaddouri. Per molte settimane la società toscana, forte della posizione contrattuale di Bennacer e della volontà stessa dell’algerino di giocare il più possibile, prova a strappare il ragazzo ai Gunners fino a quando a metà agosto finalmente la spunta. Ismael si trasferisce all’Empoli per 1 milione di euro ma l’Arsenal cerca comunque di non perdere qualsiasi tipo di controllo sul cartellino del giocatore riservandosi la possibilità di riprendersi il ragazzo pareggiando una futura offerta all’Empoli e ottenendo anche il 30% sulla prossima rivendita.

In Toscana saranno due anni semplicemente perfetti per Ismael: la prima stagione vince il campionato di SerieB, titolare sia con Vivarini che con Andreazzoli, è talmente fondamentale che da dicembre salta soltanto circa 180 minuti e gioca ormai stabilmente sulla linea di meta campo e non più in trequarti. Nel gennaio 2018 viene eletto anche Rivelazione dell’anno durante la premiazione del Pallone d’Oro algerino (che aveva come premiatore un certo Paolo Maldini…).
A raccontarci i suoi primi mesi toscani ci pensa il suo capitano d’allora, Manuel Pasqual: “Isma è un ragazzo molto timido, tutto campo e casa (e quando è a casa passa molto tempo alla Playstation con gli amici). Quando è arrivato ho visto subito che era molto promettente, con grandi qualità calcistiche. Ha trovato in me un compagno con cui parlare in inglese perché all’inizio ha fatto fatica con l’italiano. Anche avere un paio di compagni francofoni lo ha aiutato. Ben presto si è integrato e abbiamo iniziato a scherzare con lui sul suo abbigliamento stravagante”.
Nella stagione successiva fa il suo esordio in SerieA: l’annata per l’Empoli è altalenante, Ismael è titolare sia con Andreazzoli che con Iachini, risultando tra i migliori del suo ruolo nell’intero torneo. È ancora Pasqual a raccontarci pregi e difetti in campo di Bennacer: “Appena è arrivato andava a pressare ovunque, quasi senza ragionare, spesso si faceva portare fuori posizione. Il recupero palla è una delle sue qualità migliori, anche se piccolo e leggero è una molla, non si ferma mai, viene dal calcio inglese e si vede. Ha buone qualità nel far girare la palla anche se ha grandi margini di miglioramento nell’infilare la palla tra le linee o nel trovare i compagni in profondità”

Le statistiche finali della sua prima stagione in A sembrano confermare in pieno le parole dell’ex capitano dell’Empoli:
Alta percentuale di passaggi riusciti sopra i 10 metri (86%), ottima anche quella di passaggi riusciti sulla trequarti avversaria (75%), 5 assist-gol, 1 passaggio-chiave ogni 10. Ottima la media di palloni recuperati (11 ogni 90 minuti, nella top five del torneo) e la percentuale di dribbling riusciti (80,5%).
I margini di miglioramento di cui parla Pasqual si vedono tutti nel rapporto filtranti/passaggi semplici (1 ogni 10) e nella percentuale migliorabile di precisione dei passaggi/lanci oltre i 25-30 metri (62,3%).

La stagione per l’Empoli si chiude nel peggiore dei modi, retrocessione nella seria cadetta all’ultima giornata a causa della sfortunata sconfitta a S.Siro contro l’Inter. Allo stesso Bennacer viene imputata parte della colpa per il secondo gol dell’Inter, quello di Nainggolan. Ma la primavera del 2019 non sarà soltanto piena di amarezze. Anzi. Da qualche tempo Isma è finito sotto gli occhi di Maldini, da meno di un anno dirigente del Milan. Lo osserva, lo studia e lo promuove ancor prima dell’exploit finale di Bennacer: la Coppa d’Africa 2019.
Ismael è il titolare del centrocampo dei Fennecs (le Volpi del deserto, soprannome dei giocatori della Nazionale algerina) e a fine torneo porta a casa la coppa (con 3 assist a referto) e il premio come miglior giocatore del torneo. Durante quelle settimane in molti bussano alla porta dell’Empoli: Napoli, Lione e Milan su tutti. Ismael non vuole distrazioni in quel momento, lascia che ad occuparsi di tutto sia il suo procuratore poi al momento della decisione finale accetta l’offerta dei rossoneri, i più decisi nel volerlo portare in squadra. L’Arsenal fa sapere di non voler pareggiare l’offerta di 16 milioni di euro (più 1 di bonus) e quindi eccolo il nuovo regista del Milan, contratto di 5 anni e arrivato con un look quantomeno rivedibile (lo stesso Bennacer ha confessato che il suo procuratore dopo aver visto le foto del completo indossato alle visite mediche gli disse con un sorriso che era contento che il contratto era già stato firmato…).

Per descriverlo prendiamo ancora in prestito le parole di Gilles Grimandi, il suo scopritore da ragazzo: “ha una tecnica di base di altissimo livello, un piede sinistro eccezionale mentre il destro va ancora migliorato e molto, a volte il non usare il piede debole gli fa perdere un tempo di gioco. Ha sempre avuto il sogno di fare il calciatore di alto livello, è determinato, specie nel recupero della palla anche se deve iniziare a pensare di più in campo per poter correre meno ed esser più lucido sia in fase propositiva che in quella realizzata e soprattutto per limitare il numero di falli e ammonizioni. Sul breve ha un ottimo spunto fisico, anche se piccolo non perde i contrasti di forza per via del suo baricentro: spalle e fianchi sono molto robusti. Sul lungo invece tende a perdere il confronto, la sua accelerazione “nervosa” viene battuta spesso dalle ampie falcate, per questo deve anche ragionare di più per non farsi portare fuori posizione ed esser costretto a lunghe rincorse”.

L’inizio con la maglia del Milan non è proprio felicissimo, spesso non è tra i titolari di Giampaolo e questo primo periodo culmina con la partita interna contro la Fiorentina: causa ingenuamente due rigori e salta le due gare successive per scelta tecnica. Con l’arrivo in panchina di Stefano Pioli la stagione di Ismael ingrana definitivamente. È sempre schierato titolare, sia come vertice basso davanti alla difesa, sia in coppia con Kessiè nella seconda parte di campionato dove innalza ancor di più il livello della sue prestazioni. È grazie a Bennacer che il Milan spesso riesce a rimanere più corto, sono le sue corse lunghe a legare i reparti e a dare più equilibrio, corse che spesso però gli costano qualche cartellino giallo di troppo al netto dell’eccessiva fiscalità arbitrale nei suoi confronti. Nelle ultime 10 gare trova anche maggior confidenza con il possesso palla, è più presente nella manovra, i compagni lo cercano anche in situazioni scomode spalle al campo e lui azzarda uscite palla al piede in dribbling sotto pressione. Insomma la crescita è costante e nonostante i suoi soli 22 anni non teme il peso di S.Siro che invece ha schiacciato e schiaccia molti suoi coetanei.

Come per l’anno precedente le statistiche di questi 2/3 di stagione in maglia Milan confermano pregi e difetti di Ismael: il numero dei filtranti così come quello dei passaggi chiave sono scesi sotto l’1 ogni 10 passaggi (ricordate le parole di Pasqual di poche righe prima?), si è mantenuta alta la percentuale dei passaggi riusciti sopra i 10 metri (86%), si è innalzato il numero di dribbling riusciti a gara (terzo in classifica generale dietro Boga e Castrovilli) ed è sempre tra i migliori del campionato per km percorsi in sprint ad alta intensità. Ottimo recuperatore di palloni, è stata privilegiata questa sua caratteristica a discapito della fase offensiva dove è ancora fermo a 0 per assist e gol: se gli verrà tolta qualche incombenza difensiva e atletica di troppo possiamo esser sicuri che tornerà a sfornare assist per i compagni, a timbrare il cartellino dei marcatori e a correre meno e meglio riducendo il numero di gialli.

Con ogni probabilità il Milan ha trovato finalmente almeno uno dei due centrocampisti di livello necessari per costruire una squadra molto competitiva. Ismael lo abbiamo conosciuto: cade, si rialza e non si ferma mai. Se al suo fianco avrà l’aiuto di un altro centrocampista di pari livello anche il Milan somiglierà in tutto e per tutto al suo regista algerino: è caduto, si è rialzato e non si fermerà più.

Simone Cristao

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Marino Bartoletti a Radio Rossonera – Il giornalismo, la musica e lo sport: “Certe emozioni continuano a massaggiarmi il cuore”

Marino Bartoletti a Radio Rossonera – Il giornalismo, la musica e lo sport: “Certe emozioni continuano a massaggiarmi il cuore”

MARINO BARTOLETTI A RADIO ROSSONERA – “Lo sport è qualcosa che per me è ancora imprescindibile e che continua a massaggiarmi il cuore”. Parole e musica (è proprio il caso di dirlo vista la sua grande competenza in materia) di Marino Bartoletti: giornalista ma anche conduttore e autore televisivo; “etichette” che però non illustrano in toto il ritratto di un personaggio dai contorni eclettici. Il giornalismo (anche ai tempi dei social), la musica e lo sport le tematiche principali che abbiamo avuto il piacere di affrontare in sua compagnia – telefonica ovviamente di questi tempi –  tra ricordi del passato e sguardi rivolti a ciò che potrebbe essere. Qui di seguito l’intervista completa:

C’è stato un momento, o un episodio, particolare del passato che le ha fatto capire di voler fare il giornalista?

Ogni tanto anch’io mi sono posto questa domanda. Credo di aver realizzato quel pensiero durante le Olimpiadi di Roma che vidi in televisione da bambino quando avevo 11 anni. Quello fu il primo grande evento trasmesso con tanto impegno e dispendio di energie da parte della Rai. Guardando quelle Olimpiadi provai emozioni straordinarie perché vidi tante vittorie azzurre come ad esempio quella di Berruti nell’atletica, di Benvenuti nel pugilato, quelle del ciclismo su strada e su pista… Alla fine provai talmente tante emozioni e tanto orgoglio che probabilmente mi venne la voglia di trasmettere quelle stesse emozioni raccontando lo sport e in piccola parte credo di esserci riuscito“.

Quali sono stati i suoi modelli di riferimento nell’esercitare questa professione?

Quando ero adolescente, scoprì il Guerin Sportivo e mi innamorai professionalmente di Gianni Brera che ne era il direttore. Mai avrei pensato a quel tempo che avrei lavorato al suo fianco per anni e nemmeno che sarei diventato suo successore nella direzione del Guerin Sportivo. Poi ce ne sono tanti altri, nello sport e non, Sergio Zavoli ad esempio con il suo “Processo alla tappa” e con le grandissime lezioni di giornalismo che ci ha dato“.

Nel corso della sua carriera lei ha seguito diversi sport, oltre al calcio qual è quello che l’ha appassionata maggiormente?

Il primo sport al quale mi sono appassionato è il ciclismo che ancora adesso (oltre ad esserne un modestissimo praticante) mi dà emozioni che forse altri sport non mi danno. Durante le Olimpiadi scopri delle emozioni insospettabili: molto recentemente ho parlato con Juri Chechi e ricordo le emozioni e la commozione che provai nel vederlo vincere l’oro nelle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Cito dunque la ginnastica ma anche la scherma regala sempre fortissime emozioni concentrate in pochissimi minuti, il basket, i motori che ho seguito per anni. Ogni sport, anche il più insospettabile può nascondere quelle che io definisco come pepite di commozione. Lo sport è qualcosa che per me è ancora imprescindibile e che continua a massaggiarmi il cuore“.

C’è una squadra (un club italiano o estero oppure una Nazionale) della quale si è “innamorato” calcisticamente seguendone le imprese?

“La Nazionale azzurra del Mondiale del 1982. Certo, siamo stati campioni del Mondo anche nel 2006 ma quello del 1982  è stato il mio vero Mondiale sotto diversi punti di vista: coinvolgimento personale ed emotivo; amicizie; storie personali; l’Italia che a parte gli Europei del ’68 non vinceva nulla da prima della guerra; il mio momento anagrafico e di crescita personale; i grandi uomini con cui ho avuto a che fare come ad esempio Bearzot, Scirea, Zoff, Paolo Rossi, Conti e molti altri. Fare una classifica è difficile ma sarebbe ancor più difficile non mettere al primo posto quella squadra e quella vicenda umana e professionale“.

Una sorta di “Primo Amore” dunque….

Se ci siamo innamorati dello sport è perché qualcuno da piccoli ci ha presi per mano e portati magari a vedere una partita in uno stadio, non importa quanto grande o importante. Io sono nato in provincia in una piccola città e ricordo che quando mio padre mi portava a vedere il Forlì mi sembrava di andare al Maracanà e guardare la più grande squadra del mondo anche se non era così. A proposito, ho un ricordo nitidissimo della mia prima partita allo stadio: avevo 5 anni e mio padre a un certo punto mi disse: “Lo vedi quello con il numero 4, si chiama Sandro Ciotti”. Questo per dire che la vita presenta certe sliding doors che neanche il più fantasioso degli sceneggiatori saprebbe ideare“.

Dalla carta stampata, alla televisione passando anche per la Radio. C’è uno di questi mezzi di comunicazione con il quale ha preferito esprimersi per arrivare alla gente? Ad oggi quale dei tre reputa il più efficace?

Se si fa radio o televisione grosso modo è anche perché si sa scrivere. Raramente ho visto grandi giornalisti televisivi essere poi in grado replicare quella grandezza sulla carta stampata, il percorso inverso è molto più facile. Senza prima aver fatto quello che ho fatto a livello di impegno, scrittura, ricerca e studi non avrei potuto fare la televisione. La televisione a volte ti porta anche un po’ fuori strada perché pensi che tutto sia concentrato in quelle cose che dici e forse perdi un po’ la gioia di scrivere. Gioia che invece ho ritrovato in rete su Facebook e sono molto contento di aver in qualche modo potuto chiudere il cerchio“.

Parlando di televisione. Lei è tra gli ideatori della storica trasmissione Rai “Quelli che il calcio…”, può raccontarci com’è nata l’idea di quel programma?

Un’idea nata perché c’era un bambino che non aveva ancora i baffi, cioè io (sorride, ndr), che la radio la guardava non la ascoltava. Una volta diventato adulto, dunque dopo aver acquisito i baffi (sorride nuovamente, ndr), ho sempre avuto in mente di poter fare una trasmissione televisiva che potesse portare le emozioni della radio e che dunque potesse in qualche modo “tradurre” a livello televisivo quello che per la radio era “Tutto il calcio minuto per minuto”. Ricordo che portai il progetto all’allora direttore di Rai 3 Angelo Guglielmi, forse l’unico al tempo che capì questa mia follia. Scegliemmo Fabio Fazio come frontman e credo che effettivamente sia nata una trasmissione che nel suo piccolo ha fatto la storia nel raccontare lo sport e il calcio in particolare, forse facendolo più bello di quanto non lo sia in realtà“.

Negli ultimi tempi l’informazione viaggia molto tramite i social network. Che consiglio si sentirebbe di dare alla nuova generazione di giornalisti che, per forza di cose, si trova ad usarli giornalmente?

Il consiglio è quello di studiare e documentarsi, non si deve scrivere per istinto o per impulso: bisogna che l’opinione non possa confondersi con la competenza. Per scrivere qualcosa, per darla in pasto a tante persone, ci vuole un background culturale che però non tutti hanno la pazienza di consolidare nel tempo“.

Lei è anche un riconosciuto esperto di musica. Da dove nasce questa sua passione e quanto è stato difficile, se lo è stato, dedicarsi parallelamente a questo altro meraviglioso mondo?

Difficile non lo è stato perché la musica è una delle mie più autentiche passioni. Io della musica mi sono innamorato appena nato: mio padre suonava, avevo dei parenti musicisti e sono nato in un momento storico in cui la musica in Italia si stava espandendo per dare un linguaggio comune agli italiani. Quando è nato Sanremo c’era ancora un repertorio antico in quello che gli italiani cantavano. Negli anni seguenti, anche grazie al Festival e con la diffusione dei dischi, la musica si è affermata e io mi sono appassionato sempre più anche ascoltando i dischi di mio fratello e coltivando questa mia passione. D’altronde un adolescente degli anni ’60 non poteva certamente essere insensibile a tutto quello che il mondo stava offrendo: penso ai Beatles e a tanti cantautori italiani. Anche attraverso “Quelli che il calcio” ho avuto la possibilità di invitare i miei mostri sacri degli anni ’60 avendo così la gioia di averli vicino a me. Questa passione man mano è diventata nota e anche un lavoro. Musica e sport sono due ambiti paralleli che possono tranquillamente convivere”.

Cosa rappresenta Sanremo per lei? Qual è la sua canzone del Festival?

Sanremo è un grande evento sociale ancor prima che artistico. Uno specchio di questo paese con tutti i suoi pregi e difetti. Il Festival lo seguo sempre con grande affetto e mi dispiace per chi si mostra prevenuto, salvo poi che quelle stesse persone che dicono di non vederlo poi sono in grado di dire tutto quello che è successo. L’ho sempre detto e lo ribadisco, la mia canzone del Festival è “Io che non vivo senza te” di Pino Donaggio del 1965: mi è sempre piaciuta. Inoltre, questa è stata l’unica canzone di Sanremo che Elvis Presley ha inserito nel proprio repertorio. Elvis nel suo repertorio inserì 3 canzoni italiane: Torna a Surriento, ‘O sole mio e, per l’appunto, io che non vivo senza te“.

Insieme a Lucio Mazzi ha scritto “Almanacco del Festival di Sanremo”. Che libro è, quali contenuti si possono trovare?

Credo sia l’almanacco più completo che sia stato scritto perché c’è anche tutta una parte statistica molto curata che deriva dalla mia formazione sportiva. Non esiste un almanacco Panini del Festival di Sanremo, è stato fatto un almanacco ma è fermo a 15 anni fa e andava in qualche modo aggiornato. In questo almanacco c’è di tutto: dal racconto dei personaggi e delle singole edizioni all’elenco completo delle 2035 canzoni che sono state presentate. Inoltre, sono presenti anche dei miei ricordi personali legati alla tante edizioni che ho seguito. Un almanacco che io stesso avrei sempre voluto consultare e che ogni tanto infatti rileggo con grande piacere”.

A proposito di Sport e Musica. Scelga un evento sportivo che le è rimasto nel cuore e la colonna sonora che vorrebbe sentire in sottofondo mentre lo ricorda…

Non è facile fare una selezione del genere perché grazie allo sport ho vissuto momenti di emozione e commozione straordinari. Penso ad esempio a Italia-Brasile 3-2 del 1982 con la tripletta di Paolo Rossi. Poi però mi rendo conto forse che le emozioni più forti le ho vissute durante le Olimpiadi. Come accennavo prima, quella notte di Atlanta in cui Juri Chechi vinse la medaglia d’oro agli anelli fu bella e importante; allora ero direttore di Rai Sport e la vissi in maniera molto particolare mescolando le mie passioni personali ai miei doveri professionali. Una prova di soli 2 minuti ma di un’intensità talmente forte che mi è difficile dimenticarla. Chechi avrebbe sicuramente vinto anche le Olimpiadi precedenti del 1992 ma un infortunio al tallone d’achille gliele precluse; quell’oro vinto con 4 anni di ritardo fu un emozione molto forte: una rivincita eroica! Se dovessi abbinare una canzone a quell’evento sportivo direi Starman di David Bowie: Juri Chechi come un angelo che volava in quella specie di cielo in quel palazzetto. Ricordo ancora le parole del telecronista Andrea Fusco che per 6 volte disse “Vola, vola, vola, vola, vola, vola Juri Chechi” a quel punto era chiaro che avrebbe vinto la medaglia d’oro. Questo anche per sottolineare quanto le imprese sportive non siano disgiunte da chi le ha raccontate; penso ad esempio a Galeazzi con i fratelli Abbagnale, a Martellini o Civoli con l’Italia campione del mondo, a De Zan…”.

Quanto secondo lei i gusti musicali di un comune fruitore possono essere influenzati dalla case discografiche? Sono le case discografiche a proporre una sorta di “nuovo mercato” della musica oppure il principale potere decisionale risiede sempre nell’ascoltatore?

Le case discografiche fanno il loro mestiere ma per quanto mi riguarda, con tutto il rispetto ovviamente, visti anche i tantissimi canali alternativi che adesso tutti hanno a disposizione, la fruizione è tutt’altra cosa rispetto a quelle che possono essere le proposte. Certo, le case discografiche hanno anche investito su cantanti che altrimenti forse non avremmo mai conosciuto“.

Chiudiamo con una domanda sull’attualità. Sono state fatte tante ipotesi sulla ripresa dei campionati nazionali e delle coppe europee. Tra tutte le proposte che ha sentito (le final four, i playoff,…), qualcuna la convince?

Questo discorso è complicato considerati i “quando” e i “se” si potrà tornare a giocare. Ci sono dei giorni in cui sono più ottimista e altri in cui lo sono meno. Chiaro che dispiacerebbe moltissimo vedere quella casella vuota perché è accaduto soltanto in tempi di guerra. Io spero che i tempi consentano qualcosa che possa quantomeno assomigliare a una conclusione della stagione sul campo. So che parlare di Playoff significa urtare delle sensibilità perché le regole non vanno cambiate in corsa; credo però che le 12 giornate che restano alla conclusione della Serie A possano essere disputate: penso al campionato del 1946 che terminò il 28 luglio senza compromettere la stagione successiva. Vero è però che il vuoto di quella casella nell’albo d’oro potrebbe starci per far ricordare a tutti in futuro cos’è avvenuto in questo anno così tragico. La mia speranza comunque è che questo vuoto non ci sia e non mi indignerei se lo Scudetto fosse assegnato anche attraverso i Playoff che sono comunque una formula riconosciuta in altri sport e nel calcio stesso per altri campionati. I Playoff un po’ come i calci di rigore utilizzati al posto di una monetina. Piuttosto che non assegnare il titolo, spero si possa trovare una maniera per poterlo assegnare sul campo”.

Si ringrazia Marino Bartoletti per la cortesia e la disponibilità

Donato Boccadifuoco

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#MercoledìMeteora: Fernando Torres, l’oro che non luccicava più

#MercoledìMeteora: Fernando Torres, l’oro che non luccicava più

“Esulta, come un Torero, sotto la Kop”.

È il 2007. Un giovane ragazzino dai lunghi capelli d’oro e dalle lentiggini che ne segnano il viso firma per il Liverpool. Si chiama Fernando Torres, viene da Madrid. Ha fatto molto bene tra le file dell’Atletico ed è pronto al grande salto. Finisce in Premier League, si unisce ai Reds e il resto è storia. Un paio d’anni da puro dominatore. È veloce, agile, preciso, intelligente. Ha potenza nelle gambe, gestisce in maniera magistrale il proprio corpo. Ma soprattutto, Fernando Torres segna. Tanto. Segna di destro, di sinistro, di testa, di rapina, di precisione, da fuori area. Segna, ed esulta (appunto) come un torero, sotto la curva del Liverpool, la celeberrima Kop.

Paradossalmente, il grande problema della carriera dell’attaccante spagnolo è forse proprio il periodo a Liverpool. Negli anni a venire, col senno di poi, ci si è iniziati a chiedere se avesse semplicemente passato un lunghissimo periodo di overperforming. Dal 2011 in poi Torres non segna praticamente più, non incide più, è lento, spesso compromesso dagli infortuni. Passa al Chelsea, in cui trova probabilmente quello che è l’ultimo lampo della sua storia calcistica. La Champions League del 2011-12, con goal al Camp Nou che elimina il favoritissimo Barcellona.

Goodbye Premier League, Buongiorno Serie A. Il Milan è alla ricerca di un numero 9, le cose a Londra per Torres non vanno benissimo e il matrimonio tra il mattatore di Euro2008 e i rossoneri avviene nell’ormai lontano 2014. C’è un proverbio che dice “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova”. Fortunatamente, Fernando, la strada per lasciare Milanello se l’è ricordata e anche bene dopo quella stagione in rossonero. La parentesi al Milan è, senz’ombra di dubbio, il capitolo più amaro della sua carriera. 10 presenze e 1 gol. Numeri da spavento se ripensiamo al Torres nel suo prime (momento di massima efficacia, n.d.r.).

E come Sansone, che perse la propria forza assieme ai suoi capelli, anche a Fernando Torres il passaggio dal barbiere non porta bene. È letteralmente un altro calciatore. Niente più capelli d’oro, niente più fughe in velocità, niente più reti eccezionali, niente più.

Per sua fortuna riesce a ritrovare un po’ di serenità (i capelli no, il look da bad boy era ormai solo un ricordo) rincasando, come un figliol prodigo, all’Atletico Madrid. Tre anni di discreto livello, una Europa League in tasca e soprattutto tante emozioni. Chiuderà la carriera in Giappone, al Sagan Tosu.

È veramente triste pensare che un giocatore potenzialmente così forte abbia trascorso al Milan i suoi momenti più bui, momenti in cui ha toccato il fondo, momenti da vera e propria meteora.

Enrico Boiani

Photo Credits: Ac Milan

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Stefan Simic a Radio Rossonera: “Esordio al Milan emozione speciale. Rebic sta dimostrando il suo valore, Gattuso ci voleva bene”

Stefan Simic a Radio Rossonera: “Esordio al Milan emozione speciale. Rebic sta dimostrando il suo valore, Gattuso ci voleva bene”

STEFAN SIMIC A RADIO ROSSONERA – Protagonista di “Face to Face” sul canale Instagram di Radio Rossonera, l’ex difensore Stefan Simic ha raccontato le emozioni del suo esordio con la maglia del Diavolo ma non solo: tra gli argomenti della chiacchierata anche Rebic, Gattuso e il possibile prosieguo di questa stagione. Qui di seguito le sue parole:

Quando hai capito di poter diventare calciatore?

Quando lo Slavia Praga mi ha spostato dai 95 ai 93 ho capito che forse sarei potuto diventare un calciatore e quando mio padre iniziava a mandarmi agli allenamenti extra.

Quando sei giovane non ci pensi così tanto al calcio professionistico, spesso accade tutto velocemente.

29/11/18 – Stefan Simic esordisce con il Milan. Che ricordi hai?

Un’emozione speciale, adesso non sembra, perché tanta gente dimentica, sottovaluta e quando una squadra non va bene la butta ancora più giù, però insieme al Milan c’è solo il Real Madrid.

L’altro giorno parlavo con un mio amico, mi ha chiesto se mi manca Milano, ma in realtà al di là della città, è proprio giocare al Milan. Io faccio forse parte dell’ultima generazione che ha visto il Milan.

Come hai vissuto l’addio al Milan?

Andare via non è stato così difficile perché quando non giochi diventa pesante, ti alleni si ma tutto quello che fai lo fai per giocare. È bello però aver lasciato un ricordo positivo perché anche se giocavo poco mi impegnavo sempre.

Cosa puoi dirci su Rebic?

Ante Rebic mi piace molto, mi dispiaceva quando all’inizio la gente non parlava bene di lui ma sono contento che ora stia dimostrando il suo valore e facendo gol importanti.

Raccontaci di Gattuso allenatore …

Il mio rapporto con Gattuso era molto buono anche se non giocavo mai mi sono sempre sentito parte del gruppo, era bravo in questo, ci voleva bene, spesso urlava ma poi capivamo che lo faceva per migliorarci.

Inzaghi invece anche se faceva l’allenatore aveva ancora la fame da giocatore, giocava spesso insieme a noi. Il suo staff era molto forte, Abate, Matteucci, Fiorin, poi c’era Nava che allenava i difensori e se ero molle in allenamento mi faceva fare l’attaccante e lui da difensore mi picchiava.

Cosa manca al Milan per arrivare in Champions League?

Al Milan per arrivare in Champions forse manca un po’ di continuità, perchè quasi ogni anno cambia qualcosa, e se non cambia, sembra cambiare, quindi le persone che ci sono non possono lavorare tranquille.

A quel difensore ti ispiravi di più a Milanello?

Quando giocavo al Milan il difensore che guardavo spesso era Alex, tecnicamente e fisicamente forte, era leader, non parlava tanto ma lo era.

Secondo te finirà questa stagione?

Ovvio che il calcio deve fermarsi, il Coronavirus è una cosa seria, ora bisogna aiutare chi è in difficoltà e se tra 1 mese, massimo un mese e mezzo non si può ripartire, bisogna finire  il campionato così com’è.

Face to Face” è sul canale Instagram di Radio Rossonera. Eccovi uno stralcio della diretta video con Stefan Simic:

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Europei femminili: gli scenari del possibile slittamento al 2022

Europei femminili: gli scenari del possibile slittamento al 2022

Lo stop forzato di tutte le attività non necessarie sovrasta ormai da più di un mese il nostro presente: ciò significa anche niente attività sportive, niente partite, niente campionati, niente tornei. Niente di niente.
Questa situazione però influisce sempre più anche sugli scenari del futuro prossimo, nel quale non c’è posto allo stesso tempo per un garantito stato di salute di massa e i grandi eventi previsti già da diversi anni: e dunque rimandati gli Europei 2020, posticipate le Olimpiadi di quest’estate.

Il rinvio di questi colossali eventi si ripercuoterà inevitabilmente su ciò che avrebbe dovuto riempire anche il prossimo anno: il riferimento è in questo caso agli europei femminili, previsti per luglio 2021.

“Gli europei femminili del 2021 saranno quasi sicuramente spostati al 2022, invece di farli scontrare con il rinvio degli europei maschili” scrive The Telegraph in un articolo del 23 marzo. La decisione sembra ormai orientata verso questo destino, profilando forse la migliore soluzione possibile per la competizione femminile di punta della UEFA.

L’ipotesi di lasciare intatta la data di inizio degli europei femminili andrebbe infatti a ledere gli stessi interessi del torneo: l’organizzazione UEFA occupata con gli europei maschili non potrebbe infatti destinare la necessaria attenzione anche agli WEuro (Women’s Euro) in parte anche contemporanei, vedendo oltretutto lo staff già fisicamente impegnato con la competizione itinerante, mentre gli europei femminili si terranno unicamente in Inghilterra.
L’aspetto logistico investirebbe anche il rischio di sovrapporre gli impegni dei diversi team della stessa nazione tra europei ed Olimpiadi, inducendo ad una scelta che finirebbe inevitabilmente con il condannare o l’una o l’altra squadra.

Un ulteriore fattore da chiamare in causa è la potenziale difficoltà nel promuovere con la necessaria accuratezza un evento ancora complessivamente fragile come quello degli europei femminili: supportare la causa del torneo femminile durante lo svolgimento della fase maschile potrebbe infatti mettere in competizione partners, sponsor e attori che potrebbero risentire in maniera decisiva di una tale situazione concorrenziale.

La migliore ipotesi per tutte le competizioni sembra dunque prevedere il rinvio degli europei femminili al 2022: in tale caso si profilerebbe solo la competizione con i Commonwealth Games, previsti per lo stesso anno.
Il tanto atteso feedback della UEFA terrà certamente cont di tutti i possibili incastri degli eventi sportivi, realizzando così il puzzle più rispettoso per tutti i partecipanti.

 

Foto credits: FIGC.it – Gettyimages

Lucia Pirola
Da The Telegraph

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Ismael Bennacer, the story so far: il talento algerino alla conquista del Milan

Ismael Bennacer, the story so far: il talento algerino alla conquista del Milan

Arles è una tranquilla cittadina del sud della Francia. Di origini antichissime, fondata nel VI secolo a.C. da coloni greci della vicina Marsiglia e fiorita durante l’Impero romano che le ha lasciato in dote il suo simbolo principale – l’anfiteatro ora usato per la Course camarguaise versione incruenta della corrida – nei primi mesi estivi è attorniata dagli infiniti campi di lavanda della Provenza che ne colorano le colline dell’entroterra e riempiono i balconi delle vecchie case in pietra del centro.

È qui che il primo giorno di dicembre del 1997 nasceva Ismael Bennacer: padre marocchino, madre algerina, i genitori di Ismael faticano ad inserirsi appieno nel tessuto sociale e sigillano ancor di più il proprio nucleo familiare. Il piccolo Bennacer è un bimbo timido, riservato, con una grande passione per quella sfera che rotola: gioca a calcio nel cortile della scuola, al parco sotto casa, per le stradine di Arles che non sono poi così tanto cambiate da come le aveva dipinte Van Gogh poco più di un secolo prima.

Inizia anche a giocare per la squadra della città, i gialloblu dell’Arles-Avignon. Dai 10 ai 12 anni il suo allenatore è Max Vanel, storico dirigente della società che ricorda come “Ismael fosse un bambino chiuso capace però di trasformarsi sul campo. Lì spariva tutto e la sua vera personalità si sprigionava, smaliziato, intelligente tatticamente e con una qualità palla al piede fuori dal comune. Al primo torneo su campo ridotto stupì tutti, il talento puro era evidente a chiunque e presto società importanti come il Montpellier vennero a chiederci il cartellino di Ismael. A quel punto la decisione spettava alla famiglia ma il padre di Bennacer rifiutò sempre il trasferimento, voleva che il figlio crescesse in maniera tranquilla, vicino casa. Il padre di Ismael non si è mai perso una partita del figlio, è stato forse il primo ad accorgersi del suo potenziale e gli è sempre stato accanto, guidandolo, dando la giusta disciplina e i consigli fondamentali per provare a fare della propria passione una vera professione. Ne ho visti parecchi di bambini come Bennacer ma pochissimi hanno fatto il grande salto, la differenza spesso la fa proprio la famiglia”.

Aveva un handicap il giovane Bennacer, uno svantaggio fisico che però la qualità dei suoi piedi faceva sparire. Ismael è sempre stato sotto la media per altezza e costituzione, difetti che diventavano trascurabili quando la palla danzava tra il suo piede destro e soprattutto il suo sinistro. Talmente trascurabili che l’ultimo martedì di dicembre del 2014, ad un mese dal suo 17° compleanno, riceve la telefonata del vice allenatore della prima squadra dell’Arles-Avignon. La rosa ha molti infortuni, alle porte c’è il doppio impegno di Coupe de France e Ligue1 e l’allenatore vuole vedere alcuni giovani.

Deve esser andato molto bene Ismael in quegli allenamenti perché sabato 3 gennaio, sul sintetico di Saint-Ouen periferia occidentale di Parigi è il trequartista titolare dell’Arles-Avignon nel 32esimo di finale contro il Red Stars FC, terza serie del campionato francese. Maglia a strisce azzurre e blu, numero 6 sulle spalle, a Ismael servono soltanto 27 minuti per il suo primo gol da professionista, un bel tocco in mezzo alle gambe del portiere in uscita.
Ovviamente di sinistro.

Gioca 88 minuti al suo esordio tra i grandi ma la partita va male, perde 2-1 e l’Arles-Avignon è eliminato al primo turno. Lui però ha fatto un’ottima impressione tanto che venerdì 9 gennaio è di nuovo titolare dietro le due punte sul campo dell’Orleans per il suo esordio in Ligue2, la Serie B francese. Questa volta per Ismael non è una grande gara, all’intervallo viene sostituito e nell’intera seconda parte di stagione giocherà soltanto 290 minuti in prima squadra restando spesso in Under19.

Possono una manciata di gare con le selezioni giovanili francesi e 400 minuti da professionista in sei mesi fare da trampolino ad un giovane? La risposta è sì se prendiamo l’esempio di Bennacer. Nella primavera di quel magico 2015 sono molte le squadre che sondano il terreno con l’Arles-Avignon, nel frattempo giunto sull’orlo della bancarotta: Monaco, Lione, Marsiglia, Roma e Lazio offrono un provino a quel piccolo diciassettenne che sul campo non si ferma proprio mai. Non sono però le uniche che hanno chiesto informazioni su Ismael; da qualche settimana Gilles Grimandi, capo scout di Wenger per la Francia, visiona decine di video del ragazzo, telefona a allenatore e giocatori senior dell’Arles-Avignon per chiedere pareri e giudizi ed infine alza la cornetta per chiamare Ismael: “verresti a fare un provino per l’Arsenal?”

Il giovane algerino prende tempo, vuole parlarne in famiglia e non vorrebbe lasciare la Francia ma l’offerta è di quelle irrinunciabili come dirà in futuro lo stesso Bennacer. Dopo qualche giorno Grimandi si fa di nuovo sentire, ha fretta, anche il Manchester City si è inserito nella corsa per il ragazzo: “allora hai fatto i biglietti per Londra?”, chiede con tono scherzoso. “Sono già sul tavolo della cucina” è la risposta seria di Bennacer.

E così si parte per Londra, con tante paure legate alla nuova città, alla lontananza dalla famiglia e al Ramadan in pieno corso che gli impone il digiuno durante le ore di luce. Al suo fianco ha però già colei che diventerà sua moglie, Chaines e nella mente la convinzione che quella è l’occasione giusta, lui che fin da bambino sognava di fare il calciatore.

Si allena per una settimana con i Gunners sui campi di Shenley sotto lo sguardo dello stesso Gilles Grimandi: “si è aggregato alle squadre under17 e under19, allenandosi tutte le mattine nonostante il Ramadan e finiva ogni seduta distrutto perché oltretutto non era abituato a certi ritmi in allenamento. Eppure chiedeva di poter fare doppia seduta anche al pomeriggio, era determinato come pochi, anzi come nessuno, ho visto centinaia di provini ma mai ho visto la tenacia di Ismael”.

La settimana di prova vola via veloce, c’è da decidere il futuro di Bennacer e nel caso bisogna parlare con l’ArlesAvignon che nel frattempo è pressoché fallita.
“Cosa facciamo del ragazzo in prova?”, chiede Gilles ad Arsene Wenger che ha assistito a parecchi allenamenti di Ismael. La risposta dell’allenatore francese è breve e concisa. “Sistemate tutto con la sua società e fate firmare un contratto di tre anni al ragazzo”.

Eccolo qui quindi il nuovo talento dei Gunners, Ismael Bennacer da Arles, nato in Francia da padre marocchino e madre algerina. Tre nazionalità, un solo sogno da inseguire.

Nella stagione 2015-2016 è aggregato alla squadra Under23 dell’Arsenal che partecipa alla Youth League oltre che al campionato. L’inizio per Ismael non è semplice, Londra è ben diversa dalla piccola Arles e affiorano i primi ripensamenti ma i tanti francofoni della squadra lo aiutano, così come la sua Chaines a casa e sul taccuino del vecchio Arsene Wenger ci finisce presto, prestissimo.
È il 27 ottobre e si gioca l’ottavo di finale di Coppa di Lega inglese. Ismael è stato convocato il giorno prima complice qualche assenza di troppo tra i centrocampisti della prima squadra e siede sulla panchina ospiti dell’Hillsborough Stadium, la casa dello Sheffield Wednesday.

Dopo soli 8 minuti Oxlade-Chamberlain non  riesce a convivere con l’infiammazione al tendine del ginocchio e deve alzare bandiera bianca. Wenger guarda verso la sua panchina, osserva il piccolo algerino ma poi fa entrare il più esperto Theo Walcott. Esordio alla prima convocazione sfumato e fine della fiaba? Certo che no! Dopo altri 10 minuti Walcott ha un risentimento al polpaccio ed arriva così il momento di Bennacer.
Maglia blu e pantaloncini azzurri non dissimili da quelli dell’esordio in Coppa di Francia, numero 36 sulla spalle e scarpini arancioni ai piedi, nel 4-2-3-1 Wenger lo piazza sulla trequarti dietro l’unica punta Giroud, ai lati ha Iwobi e Joel Campbell e alle sue spalle ci sono Kamara e la nostra vecchia conoscenza Mathieu Flamini.

L’emozione è tanta, la partita invece un mezzo disastro. Lo Sheffield, squadra di Championship, travolge l’Arsenal 3-0 eliminandolo dalla Coppa e uno dei capi di accusa a Wenger è proprio l’eccessivo numero di giovani schierati in campo tanto che lo stesso Arsene nel dopo gara ammetterà che per questi ragazzi il livello era troppo alto.

È una bella “botta” per il morale di Ismael che tocca pochi palloni e torna in Under23 (non giocherà più un minuto con la maglia della prima squadra) con il morale sotto i tacchetti.
Ma ormai l’abbiamo imparato a conoscere, la dote migliore di Bennacer è la determinazione e così quella fredda serata di ottobre nel South Yorkshire invece di essere la fine del sogno diventerà l’ennesimo trampolino…

Nel prossimo e ultimo episodio la Youth League con l’Arsenal con la restante parte dell’intervista a Gilles Grimandi, il salutare prestito al Tours e lo sbarco in Italia con le dichiarazioni del suo capitano dell’epoca all’Empoli Manuel Pasqual fino alle recenti statistiche e analisi tattiche del suo primo anno di Milan

Appuntamento a venerdì 3 aprile con la seconda parte!

Simone Cristao

Photo Credits: AcMilan.com

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Scacco Matto: Zac Attack! Il 3-4-3 di Alberto Zaccheroni

Scacco Matto: Zac Attack! Il 3-4-3 di Alberto Zaccheroni

Il Milan di Silvio Berlusconi doveva vincere e convincere. Dopo l’epopea sacchiana, per il presidente rossonero due punte e difesa a quattro erano diventati parte fondamentale del dogma calcistico rossonero. Tutti gli allenatori che hanno provato ad andare oltre i consigli del presidente, si sono in qualche modo ritrovati a doversi confrontare con lui, anche a mezzo stampa.

Ne sa qualcosa Alberto Zaccheroni, il più ‘eretico’ dei tecnici rossoneri durante l’era berlusconiana. Chiamato a sostituire Fabio Capello, l’allenatore romagnolo si presentò a Milanello nell’estate del 1998 forte degli ottimi risultati conseguiti alla guida dell’Udinese.

E proprio a Udine Zac aveva maturato quella proposta tattica che prevedeva una linea difensiva composta da tre difensori centrali. Una vera difesa a tre (non a cinque camuffata) mutuata dal Barcellona di Cruijff. Rispetto ai blaugrana, Zaccheroni aveva però proposto una linea di centrocampo a quattro, con due interni affiancati da due laterali con caratteristiche prettamente offensive.

Si arriva così a quel Milan, che schierava Abbiati fra i pali (titolare dal 24 gennaio, vittoria a Bologna, in sostituzione di Seba Rossi) Maldini, Costacurta e Sala (o N’Gotty) in difesa; Helveg, Albertini, Ambrosini e Guglielminpietro a centrocampo; Boban (o Leonardo), Bierhoff e Weah in attacco. Con questa formazione tipo e con l’apporto fondamentale della panchina (soprattutto di Maurizio Ganz, autore di 5 reti che valsero 8 punti), il Milan conquistò il suo 16° scudetto, nell’anno del centenario club, dopo una fenomenale rimonta ai danni della Lazio. Rimonta che fu costituita da sette partite vinte consecutivamente e che coincise con un cambio di modulo, con i rossoneri che passarono al 3-4-1-2 con Boban trequartista alle spalle delle due punte.

Fu, quello, un momento storico durante il quale le tre punte (novità in casa Milan) erano argomento molto gettonato e il 3-4-3, forte dei successi di Zaccheroni e di Malesani (anche se il suo era più un 3-4-2-1) era sulla bocca di addetti ai lavori, fans e media.

Dal punto di vista del modello di gioco, il Milan di Zac cercava di costruire dal basso (solo 5 a partita i rinvii di piede di Abbiati, contro una media di 6.9 degli altri portieri della serie A in quella stagione), invitando i propri difensori centrali a giocare palla senza remore. La risalita del campo era affidata ai centrocampisti. Fin da subito comincia quel ‘gioco delle coppie’ che caratterizzava l’interpretazione del 3-4-3 di Zaccheroni: i movimenti infatti erano combinati, con il giocatore più vicino al portatore di palla che dettava il suo e con il compagno più vicino che ne eseguiva uno opposto.

Così, i centrocampisti centrali lavoravano sempre in corto – lungo o, nel caso dei giocatori esterni, sullo stretto largo. Ad esempio, con palla al centrocampista centrale di destra, la punta esterna poteva restare larga o venire all’interno del campo mentre il laterale di centrocampo sul lato palla si doveva muovere di conseguenza. In pratica, ogni giocatore aveva un punto di rifermento nel compagno più vicino, in modo da legare i giocatori a due a due. Lo smarcamento avveniva idealmente per linee diagonali, con tempi di gioco dati dalla presa visione del compagno in possesso palla.

Una soluzione alternativa a quanto esposto era costituita dalla palla lunga per la spizzata di Bierhoff, giocata attuata anche in transizione, tanto è vero che, al termine della stagione, Abbiati aveva giocato 51 palloni verso l’ex centravanti dell’Ascoli e Sala ben 118.

Questo anche in fase di non possesso, dove i riferimenti erano la palla, il compagno sul lato forte, l’avversario su quello debole. In generale, il Milan in fase difensiva tendeva ad aspettare gli avversari con Bierhoff appena sopra il cerchio di centrocampo, con la squadra corta e stretta, allo scopo di creare spazio oltre la linea difensiva avversaria da attaccare poi una volta riconquistata palla attraverso un’azione combinata di pressing e raddoppi.

Con questa filosofia di gioco Zaccheroni riuscì a riportare il Milan sul tetto d’Italia, dopo le deludenti stagioni precedenti, segnate dal fallito esperimento Tabárez e dai ritorni infruttuosi di Sacchi e Capello.

Michele Tossani (https://lagabbiadiorrico.com)

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#MercoledìMeteora: Michael Essien, quando l’età conta

#MercoledìMeteora: Michael Essien, quando l’età conta

Fisicità, corsa, non troppa tecnica ma tanto, tantissimo cuore.

La storia di Michael Essien è la classica favola del ragazzino che ce l’ha fatta. È partito dal continente africano e ha conquistato l’Europa, prima in Francia con il Lione e poi in Inghilterra con il Chelsea.

Arriva ai Blues per 38 milioni di Euro, diventando di fatto il calciatore africano più pagato di quei tempi. Se consideriamo le cifre del mercato attuale il gioco è sicuramente valso la candela, prendendo atto delle 7 bellissime stagioni che il “bisonte” passa alla corte di Roman Abramovich. Vince due Premier League, 4 Coppe d’Inghilterra e la Champions League 2011-2012, in quel Chelsea guidato da Roberto Di Matteo. Era un mediano duro, roccioso, prepotente fisicamente, ma talvolta riusciva anche ad andare a segno. Tutti ricordiamo il gol capolavoro in Champions League contro il Barcellona nel 2009. Un coniglio dal cilindro (date le sue irrisorie doti finalizzative) che in tanti rimembrano con piacere.

Dopo il Chelsea c’è il Real Madrid di Mourinho, quel Mourinho che tanto lo aveva voluto a Londra. Quel Mourinho che lui considera come un padre (“Daddy”, n.d.r.). Quel Mourinho che verrà scaricato a fine stagione e che inevitabilmente si proietterà anche nell’addio del centrocampista ghanese. L’età avanza, i chili aumentano, i piedi (per quanto già non graziosissimi) peggiorano.

E quale posto migliore esiste per fare un’altra figura barbina se non il Milan? Essien arriva nella Milano rossonera nel 2014. Un Milan in netta crisi, che punta ormai solamente sulle occasioni a parametro zero per aggiornare la rosa. Essien è proprio uno di loro, e come nella stragrande maggioranza dei casi, fallisce. 20 presenze: poche, brutte, insignificanti. Non un lampo, non un gol, non un assist, non una buona prestazione. Ci si chiede se a Madrid gli abbiano montato una lavatrice sulla schiena data la sua estrema lentezza nei movimenti, nelle scelte, nel gioco, in tutto.

Fortunatamente la vacanza italica di Michael Essien è durata poco. Anche per lui, come per svariati suoi colleghi maturi passati in rossonero, dopo il Milan c’è poco altro. Cerca fortuna (palesemente senza trovarla) prima in Grecia al Panathinaikos e poi in Oriente.

Un centrocampista potenzialmente da Milan, arrivato quando ormai non era più “da Milan”, in un momento in cui forse nemmeno il Milan era più “quel Milan”. È forse questo il riassunto più esauriente per giudicare Michael Essien in rossonero. Un’altra meteora delle tante passate da San Siro.

Enrico Boiani

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Coronavirus: recuperi e priorità. Cosa ne sarà della Serie A femminile?

Coronavirus: recuperi e priorità. Cosa ne sarà della Serie A femminile?

Oggi, 24 marzo 2020, è trascorso un mese dall’ultima partita di serie A femminile. In quel weekend, quello del 22/23 febbraio, le gare furono disputate senza troppe remore fino al sabato, giorno in cui tutto cambiò.

Milan-Fiorentina di quella giornata fu sospesa, nonostante le viola avessero già raggiunto Milano, ma la gravità della situazione e i nuvoloni di pericolo che si addensavano su tutta la Lombardia resero quasi inevitabile la decisione. Da quel momento in poi il calcio femminile italiano si è spostato temporaneamente in Portogallo con le Azzurre, impegnate nella Algarve Cup: l’esito ha purtroppo dato ragione ai suddetti nuvoloni neri, e quindi niente finale Italia-Germania, Azzurre faticosamente di ritorno in patria.

Con un balzo temporale arriviamo ad oggi: europei maschili rimandati, Olimpiadi rimandate, tutti i grandi eventi previsti per i mesi prima di settembre rischeduled a data da destinarsi.
Un grande interrogativo affolla i pensieri di dirigenti, sportivi e tifosi allo stesso modo: che ne sarà di questa stagione, interrotta senza preavviso? Come si può rimediare senza distorcere troppo i presupposti? Come concludere dignitosamente campionati e coppe?

Tale ragionamento è chiaramente valido per tutti i campionati di tutti gli sport, interrotti progressivamente nel corso dell’ultimo mese, ma il centro delle discussioni pubbliche e probabilmente dell’agenda setting delle autorità è e sarà intuibilmente la sorte della Serie A maschile, motore trainante non solo dal punto di vista economico ma anche sociale, e non solo.

Il peso specifico del destino di alcune categorie, giustamente più rilevanti per il grande pubblico, contrasta con le reali necessità di tutti quei soggetti che godono di minori attenzioni. E il calcio femminile è uno di questi.

Le necessità “di dare un senso” del calcio femminile sono ben assimilabili a quelle del calcio maschile: concludere il campionato, decretare chi vince, chi retrocede e chi va in Europa. Bonus: portare a termine le qualificazioni per gli europei femminili previsti per il 2021, ma anche in questo caso, ufficializzato il rinvio degli europei maschili 2020, si ricade nella nube del “e poi che ne sarà di quelli successivi?”.

Il calcio femminile richiede e merita uno sguardo particolare, dal momento che si ha a che fare con un ecosistema ancora giovane e fragile, in fase di sviluppo ma non ancora autonomo, oltre che mosso e sostenuto da una quantità infinitamente inferiore di risorse rispetto ad una Serie A maschile.

Bene dunque l’ipotesi di portare a termine i campionati in estate, contando che questo comporterebbe il prolungamento dei contratti in scadenza a giugno: ma questa soluzione può essere effettivamente attuabile con gli accordi economici in vigore in Serie A femminile? E se sì, tutte le squadre sarebbero in grado di sostenere imprevisti simili?
Se infatti sembra difficile pensare ad una via indolore per modificare gli accordi economici – che, ricordiamo, sarebbe errato chiamare contratti -, questo risulta ancora più complicato se pensiamo ai permessi di soggiorno per le giocatrici extracomunitarie. O alle più diverse situazioni legate alle giocatrici straniere e comunitarie, vincolate in qualche modo al ritorno in patria.

La confusione per il momento è di sicuro molta, e può anche essere sensato pensando alle reali priorità del nostro paese in questo momento, ben lontane dalle sorti dello sport e del calcio. Ma confidiamo, a torto o a ragione, che ad ogni circostanza sarà destinata la giusta attenzione.

Foto credits: acmilan.com

Lucia Pirola

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Samu Castillejo, il cuore dietro l’apparenza: dalla Rosaleda sulla pelle alla grinta mai persa

Samu Castillejo, il cuore dietro l’apparenza: dalla Rosaleda sulla pelle alla grinta mai persa

La storia di Samu Castillejo è una storia semplice, genuina, senza colpi di testa o troppe follie adolescenziali. Dietro al suo appariscente biondo platino e il suo abbigliamento tutto fuorché sobrio, si nasconde un ragazzo stranamente “normale”, si perché al giorno d’oggi è più strano essere normali che viceversa.

Ma torniamo alle origini …

Samuel Castillejo Azuaga nasce a Málaga, in Andalusia, il 18 gennaio 1995. Ha solo 9 anni quando muove i suoi primi passi nel mondo del calcio, l’Explanada FS infatti è la prima squadra in cui Samu inizia a capire cosa sia lo sport che caratterizzerà la sua vita.

Dopo 2 anni, nel 2006 arriva il suo primo trasferimento e continua la sua avventura nell’UD Mortadelo, club che gli permetterà di fare il suo primo vero salto. È qui infatti che verrà notato dagli osservatori del Málaga, soprannominati i “Boquerones” (le acciughe), che non persero tempo e già nel 2007 fecero vestire a un Castillejo di soli 12 anni la maglia biancazzurra. Dopo aver mostrato le sue qualità nel vivaio della società andalusa per ben 3 campionati, a soli 16 anni debutta nell’Atlético Malagueño, la seconda squadra del Málaga che gioca in Serie C.

Nella stagione 2013/14, gioca insieme a Cristian Tissone, ex centrocampista argentino dell’Atalanta, che ci ha raccontato qualche aneddoto sull’attaccante spagnolo:

“Sono stato subito sorpreso dalla sua qualità perché era uno dei più giovani di quella squadra pur avendo già un anno di esperienza in quella categoria. Parlando con i miei compagni dell’epoca mi dissero che lui qualche anno prima era già stato convocato dalla Nazionale spagnola Under 15 ed eravamo certi che in poco tempo sarebbe arrivato in prima squadra. Così è stato, l’inizio e il finale di stagione furono impressionanti, tanti gol e assist, fu decisivo per noi tanto che poi fece il ritiro precampionato con la prima squadra restandoci già nella stagione successiva”.

Proprio in quel ritiro, insieme a Samu, c’è anche Fernando Tissone, ex centrocampista di Udinese, Atalanta e Sampdoria e fratello di Cristian.

In quel periodo, quando disputammo la tournée in Australia si erano aggregati 8/9 giocatori delle giovanili e uno di loro era proprio Samu, fece molto bene e vinse il premio come miglior giocatore in uno dei tornei che disputammo. Da quel momento diventò un giocatore davvero importante per il Málaga, riuscì a prendersi il suo spazio all’interno della squadra fino a diventarne un titolare fisso”.

Ma dietro al salto di un giocatore in ascesa c’è sempre un allenatore che riveste un ruolo decisivo, e in questa storia, possiamo attribuirlo a Javi Gracia.

L’allenatore che ha saputo capire meglio Samu è stato Javi Gracia – ha rivelato ai nostri microfoni Dani Marín, giornalista spagnolo che l’ha seguito al Málaga e al Villarreal – innanzitutto perché è stato lui a dargli la possibilità di mostrarsi e da lì a un anno grazie a questa chance è esploso. Ha iniziato a pensare più velocemente ed è anche migliorato molto tatticamente, adattandosi molto bene alle richieste, soprattutto all’equilibrio che sempre chiedeva Gracia”.

Samu Castillejo fa il suo debutto in Liga, proprio grazie all’allenatore spagnolo, il 29 agosto 2014, subentrando al posto di Juanmi nel match perso 3-0 contro il Valencia. Da lì colleziona 14 presenze e 8 risultati utili consecutivi.

Ma in quale ruolo giocava lo spagnolo all’inizio della sua carriera? Successivamente è cambiato qualcosa?

All’Atlético Malagueño giocavamo con il 4-2-3-1 o con il 4-4-2 e lui faceva l’esterno offensivo sia a destra che a sinistra – precisa Cristian Tissonementre al Málaga giocava più spesso sulla fascia sinistra rispetto alla destra perché il loro modo di giocare prediligeva più il piede naturale che quello invertito”.

Al Villarreal giocava sia nel 4-4-2 che nel 4-2-3-1 – ci spiega invece Dani Marínin quest’ultima posizione non doveva scendere troppo a difendere e aveva più libertà anche perché il suo punto forte è l’uno contro uno che lo porta poi al tiro. Al Málaga giocava nel 4-4-2 ma penso che il migliore rendimento di Samu l’abbiamo visto durante il suo ultimo anno al Villarreal, stagione che gli ha permesso di essere poi notato dal Milan”.

Nel racconto di questa storia non eravamo ancora arrivati a parlare del Villarreal, squadra e società che ha contribuito a lanciare ancora di più Castillejo nel calcio europeo.

Lo spagnolo approda al cosiddetto sottomarino giallo (Submarino Amarillo) nell’estate del 2015 per 8 milioni di euro, controvoglia sì, infatti Málaga gli è sempre rimasta nel cuore – ci precisa sempre Marín – tanto da tatuarsi La Rosaleda (lo stadio dei biancazzurri) sulla pelle.

Nonostante ciò Samu non si perde d’animo e nella sua prima stagione tra Liga, Europa League e Coppa di Spagna gioca 45 partite, realizzando 2 gol. Durante il suo secondo anno cresce ulteriormente, 44 gare e 3 reti, per poi terminare la sua ultima temporada, come la chiamano in Spagna, con 6 realizzazioni (suo record personale).

Altro trasferimento e questa volta anche altro paese, Castillejo infatti cambia persino campionato, è il Milan a cercarlo e la Serie A ad attenderlo. Diventa rossonero il 17 agosto 2018, il club di via Aldo Rossi lo acquista a titolo definitivo per 25 milioni di euro e la maglia sarà la numero 7, un numero pesante su dei colori altrettanto impegnativi.

Colori che lo spagnolo conosceva già e anche bene “Conservo ancora oggi una foto di quando avevo 12 anni, ero andato a visitare lo spogliatoio del Milan prima di una partita per poi andare in Duomo con la bandiera rossonera” sottolinea in un’intervista a DAZN”.

I giornali italiani lo accolgono chiamandolo Mister Dribbling e Paolo Maldini spende parole importanti per lui: “Castillejo, per la sua personalità, il suo tipo di gioco e le sue caratteristiche potrà essere una gran sorpresa”. Circa due settimane dopo debutta nel campionato italiano, il 31 agosto, festeggiando con un’importante vittoria dei rossoneri contro la Roma.

Ma la titolarità che si era conquistato in Liga a Milano lascia un po’ a desiderare, nella sua prima stagione infatti gioca 40 gare considerando tutte le competizioni, regalando 4 gol e 4 assist, ma sono ben 24 le volte in cui il numero 7 parte dalla panchina.

Questo però non ha mai spaventato Samu: “Quando è arrivato al Milan ci siamo sentiti e lui si è un po’ confidato su questo tema – racconta Tissone io gli ho semplicemente consigliato di continuare a lavorare come ha sempre fatto anche se non era facile perché arrivava dalle stagione con il Málaga e il Villarreal in cui giocava quasi sempre, ma lui ha lavorato più di prima e in tutte le partite in cui è subentrato, anche solo per pochi minuti, ha dato il massimo. Questa è una caratteristica che gli riconoscono tutti i tifosi milanisti e ora sta raccogliendo meritatamente i frutti del suo lavoro. Anche le critiche sul suo fisico, non le comprendo, per me non è affatto un problema anzi, spesso si fa l’errore di voler irrobustire un giocatore che di per sé è magro e può mantenere una certa freschezza. La cosa importante è saper reggere i 90 minuti ad un certo livello per tante partite consecutive”.

I frutti a cui si riferiscono i Tissone, arrivano proprio nella stagione 2019/20, anche se non inizia nel migliore dei modi, sia per Casti, tra incomprensioni tattiche e infortuni, sia per la squadra, che non riesce a trovare la quadra con Marco Giampaolo, arrivato dopo l’addio di Gennaro Gattuso.

La svolta per il numero 7 è tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, complice l’arrivo di Stefano Pioli e l’addio di Jesus Suso. Il 4-4-2 dell’allenatore emiliano vede Castillejo sul versante destro, dove oltre a dare il suo contributo al reparto offensivo, corre, rincorre e cerca sempre di rendersi utile anche a quello difensivo.

Di questo se ne accorge ben presto anche il suo allenatore, che in panchina non lo vuole proprio più vedere e dopo la vittoria di Cagliari non dimentica di riservargli parole importanti: “Castillejo è un giocatore che ha messo in campo le sue caratteristiche e questo è quello che devono fare i giocatori del Milan, ha grande dinamismo, profondità e ha fatto una partita adatta alle sue caratteristiche, quello di cui avevamo bisogno oggi”.

Nel calcio come nella vita ognuno ha le proprie esigenze, e se il Milan, come sottolinea spesso Pioli, necessita di giocatori che mettano in campo le proprie caratteristiche, il numero 7 aveva bisogno di un leader, carismatico e tecnico. Chi se non Zlatan Ibrahimovic? A guardarli sono gli opposti, tecnicamente, fisicamente, forse anche caratterialmente ma l’impatto che ha avuto lo svedese sullo spagnolo è stato decisivo in questa crescita: “Ha 38 anni e ieri quando abbiamo fatto il lavoro di recupero è arrivato per primo a Milanello – racconta Samu ai microfoni di Sky – Se uno come Ibra che ha vinto tutto fa queste cose, tu che ti chiami Castillejo non lo fai? Per forza. È un giocatore molto esigente in campo, se sbagli un passaggio te lo dice, ti fa tirare fuori tutto quello che hai, stiamo giocando con un campione, un leader, che non cerca solo di fare gol ma anche di far vincere la squadra”.

Insomma una conquista dopo l’altra, senza arrendersi, senza mollare e soprattutto senza mai dimenticare da dove è iniziato tutto, a Malaga infatti insieme al fratello ha fondato la Samu Castillejo Academy, per i giovani calciatori della sua città natale, dove torna appena gli impegni glielo concedono ma anche perchè in fondo è sempre bello tornare dove iniziano i sogni, soprattutto per un ragazzo semplice e umile, come vi avevamo annunciato all’inizio di questa storia.

Beatrice Sarti

Photo Credits: AcMilan.com

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