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#MercoledìMeteora: Nikola Kalinic, l’alfiere di Montella

#MercoledìMeteora: Nikola Kalinic, l’alfiere di Montella

Kalinic, 4-0, è finita (male)

Nell’estate dell’arrivo di Fassone e Mirabelli le aspettative dei tifosi del Milan erano molto alte. Sono arrivati tanti acquisti che hanno dato nuova speranza a tutta la tifoseria rossonera: Bonucci, Rodriguez, Çalhanoglu. Mancava solamente la punta, il finalizzatore, il bomber di razza. Si parla tanto di Aubameyang, che probabilmente sarebbe anche il preferito dai tifosi. Alla fine però si fa una scelta diversa. Non una ma due punte, interscambiabili. Arrivano il portoghese Andrè Silva, giovane di talento e di prospettiva, e Nikola Kalinic.

Del primo, per ora, c’è poco da dire. Sul secondo invece possiamo approfondire un po’. Prima del Milan ha girato l’Europa passando, tra le altre, dal Blackburn Rovers e dal Dnipro. Il miglior ricordo che abbiamo di Kalinic però è indubbiamente il suo periodo nella Fiorentina. Alla viola e con Montella segna 27 gol in due stagioni, ed è forse proprio il passaggio dell’Aeroplanino in rossonero che spinge Kalinic al Milan. È perfetto per il gioco di Montella e soprattutto è (o almeno sarebbe dovuto essere) un usato sicuro per il Campionato, che ti garantisce 15-20 gol.

Purtroppo però, non ricordiamo Kalinic per 20 gol, per un posto Champions raggiunto, per una stagione esaltante. Anzi, a dirla tutta vorremmo proprio dimenticarlo. Una stagione terribile, la barca di Montella che affonda piano piano assieme all’attaccante croato. L’ultima partita contro il Torino è emblematica: 2 gol mangiati da Kalinic di estrema facilità (per uno del suo livello) e conseguente esonero dell’allenatore.

La stagione di Kalinic, se possibile, finisce anche peggio con l’autogol in finale di Coppa Italia contro la Juventus. Quella partita e quell’autogol sono la cartolina perfetta dell’esperienza di Kalinic al Milan. Passa in Spagna all‘Atletico Madrid e dopo un anno altrettanto “rivedibile” finisce alla Roma, anche qui con scarsi risultati.

La storia tra Kalinic e il Milan non era iniziata bene, non è proseguita bene e non è finita bene. Ci ricorderemo di lui solamente come una delle tante meteore passate dal Milan.

Photo Credits: ACMilan.com

Enrico Boiani

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Thorvalsdottir saluta il Milan femminile: un amore breve ma molto, molto intenso

Thorvalsdottir saluta il Milan femminile: un amore breve ma molto, molto intenso

Si è ufficialmente conclusa l’avventura di Berglind Bjorg Thorvalsdottir con la maglia del Milan femminile: sabato 10 maggio l’islandese ha fatto ritorno in patria, come da accordi stipulati al momento del suo approdo a Milano, appena 4 mesi fa.

Stando ai patti iniziali, la vicenda non ha riservato sorprese. L’accordo è sempre stato chiaro: Berglind avrebbe lasciato il Breiðablik – la sua squadra di club in Islanda – a gennaio per vestire i colori rossoneri fino al termine della Serie A femminile, previsto per metà maggio. Tutto secondo previsione insomma, tutto tranne la pandemia che si è abbattuta sulla popolazione mondiale, concentrandosi in particolar modo proprio sulla nostra regione, la Lombardia: e dunque ferma la Serie A femminile, stop agli allenamenti, blocco degli spostamenti, blocco dei voli e infine lockdown.

La ventottenne Thorvalsdottir è dunque ricaduta tra le giocatrici di fatto “bloccate” a Milano durante la quarantena, mettendo il punto su un inizio di girone di ritorno esplosivo, durante il quale si era resa protagonista assoluta con il gravoso numero 10 sulla schiena e con 5 gol – fondamentali – in 5 partite. Un malinconico dubbio che rimarrà per molto tempo nelle menti dei tifosi milanisti continuerà a far rimuginare sul possibile futuro dell’islandese nel corso del campionato: senza lockdown, stop delle attività e sospensione del campionato, sarebbe rimasto così alto il rendimento di Berglind? Sarebbe potuta rimanere oltre maggio in maglia rossonera, cambiando le carte in tavola?
La risposta più facilmente ipotizzabile riguarda la seconda incertezza: proprio perché fin dal principio l’accordo aveva previsto il ritorno in Islanda al termine del campionato italiano, e proprio perché si tratta di un’usanza ormai consolidata, difficilmente ci sarebbero state chances di trattenere Bjorg in Italia, in ogni caso, al netto di qualsiasi tentativo offerto dal Milan.

Ora, dopo aver lasciato Milano, Thorvalsdottir prenderà parte al campionato femminile in Islanda, con data di inizio prevista per il 12 giugno. Indissolubile rimarrà tuttavia il suo legame con Milano, dove ha passato l’intero lockdown – in compagnia della compagna norvegese Stine Hovland -, con il Milan, di cui ha fatto la fortuna per il breve periodo passato in campo, e con i tifosi rossoneri, che si sono lasciati trasportare dal suo entusiasmo e dai suoi gol, arrivando a imparare a leggere, e soprattutto a scrivere, il suo cognome per intero. E se non è amore questo…

 

Photo credits: ACMilan.com

Lucia Pirola

 

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Scacco Matto – Zona Liedholm: Baresi prima di Sacchi

Scacco Matto – Zona Liedholm: Baresi prima di Sacchi

Del Nils Liedholm allenatore del Milan 1978/79, vincitore dello scudetto della stella, si ricordano tutti. Di contro, forse non molti hanno memoria dello svedese in panchina nel triennio compreso fra il 1984 ed il 1987.

Era, quello, un Milan in difficoltà, alle prese con gli ultimi anni della gestione Farina e con il passaggio al nuovo proprietario Silvio Berlusconi, avvenuto il 20 febbraio 1986.

La squadra ereditata dalla gestione precedente (Castagner – Galbiati) era reduce da un deludente ottavo posto. Col ritorno in panchina di Liddas, la società rossonera procedette ad una vera e propria rivoluzione: nell’estate del 1984   arrivarono Terraneo, Di Bartolomei (fedelissimo del Barone fin dai tempi di Roma) e Virdis, insieme ai due inglesi Wilkins e Hateley. Proprio un gol storico di Attila Hateley consentì al Milan di vincere alla 7° giornata (dopo diverse stagioni) il derby contro i cugini nerazzurri. Il campionato va bene ed i rossoneri vengono condotti da Liedholm fino al 5° posto in classifica, che significa qualificazione alla Coppa UEFA.

Nonostante le casse societarie non siano floride, per il palcoscenico europeo la rosa della stagione successiva viene arricchita dall’acquisto di Paolo Rossi, eroe del Mondiale ’82 sul viale del tramonto. Purtroppo le attese della vigilia non vengono confermate dall’andamento della stagione: in campionato la squadra arriva 7° mentre in Uefa viene sorprendentemente eliminata dai belgi del Waregem dopo la sconfitta per 1-2 patita al ritorno a San Siro. Pablito Rossi chiude l’esperienza in rossonero con appena due reti realizzate, anche se sono quelle importanti che consentono al Milan di pareggiare il derby del 1° dicembre.

La stagione 1986/87 è la prima nella quale il mercato viene fatto da Berlusconi. Arrivano Giovanni Galli, Bonetti, Donadoni, Galderisi e Massaro. La squadra parte bene, Virdis segna a raffica ma, nella primavera 1987, si assiste ad un preoccupante calo. Così, dopo 26 giornate, Liedholm viene esonerato. Al suo posto arriva Fabio Capello, che riesce a conquistare una qualificazione Uefa dopo lo spareggio con la Sampdoria, risolto da Massaro nei tempi supplementari.

Nonostante questo secondo regno del barone non sia stato a livello del primo, non bisogna comunque dimenticare che fu in questo periodo che il Milan cominciò a gettare le basi per quel ‘gioco a zona’ che poi avrebbe implementato Arrigo Sacchi.

A scanso di equivoci, le due ‘zone’ erano diverse. In un capitolo del suo famoso libro La Piramide Rovesciata, il giornalista inglese Jonathan Wilson cita Sacchi affermare che la zona di Liedholm non fosse una ‹‹vera zona››. Il punto sarebbe relativo al fatto che, nella versione di Liedholm, la zona era più orientata all’uomo che allo spazio, come invece sarà con il tecnico di Fusignano.

In termini moderni potremmo definire la zona del Barone Liedholm come una zona orientata sull’uomo. Il solo fatto che la si possa appunto tradurre in linguaggio attuale ci fa capire la modernità di un approccio che, per i tempi, era fortemente innovativo.

L’allenatore svedese aveva già fatto parlare della zona durante il periodo romano a partire dal campionato 1979-80, quando venne sperimentato il cosiddetto ‘doppio libero’, cioè la coppia centrale costituita da Santarini e Turone. I fattori chiave per l’implementazione della zona nella Capitale furono però gli arrivi di Nela e, in particolare, la decisione di spostare Di Bartolomei nella posizione di centrale difensivo. In pratica, con DiBa in difesa e Falcao a centrocampo la Roma aveva a disposizione due registi in grado di cucire il gioco e tessere quella fitta rete di passaggi che caratterizzavano la fase offensiva della compagine di Liedholm.

Il gioco predicato dallo svedese prevedeva infatti una elaborata fase di possesso, alla quale faceva seguire improvvise accelerazioni in avanti.

Inoltre, sfruttando lo strapotere fisico di Vierchowod, Liedholm poteva permettersi di usare appunto Di Bartolomei da secondo centrale e, allo stesso tempo, di avere due terzini di spinta come Nela e Maldera.

Arrivato al Milan lo svedese cercò di replicare quell’impianto di gioco. In difesa c’era Baresi a fungere da registra arretrato, cosa che permise a Liedholm di riproporre di Bartolomei a centrocampo. A fianco di Baresi venne posizionato il giovane Filippo Galli con Paolo Maldini che esordì come esterno (destro) nel 1985/86, totalizzando subito 27 presenze.

A parte la fase offensiva, interessante di quella squadra fu l’applicazione della tattica del fuorigioco. In generale, alla linea arretrata veniva chiesto di alzarsi in occasione di scarichi all’indietro degli avversari, accompagnando la risalita del pallone.

Tuttavia, con gli avversari che attaccavano la profondità, la linea difensiva arretrava fino a fermarsi nel momento in cui gli attaccanti finivano in fuorigioco oltre i giocatori milanisti (all’epoca non esisteva la differenziazione fra attivo e passivo).

Questa applicazione non impediva la rottura della linea e, a volte, la conseguenza di ciò era una difficoltà ad assorbire inserimenti da dietro.

Rispetto a quello che sarà con Sacchi, la linea di Liedholm risulterà a volte piuttosto statica, con gli interpreti che non si muovevano all’unisono.

Detto questo, i primi rudimenti di zona sono arrivati a Milanello con Liddas, in un periodo come detto non facile a livello tecnico.

Michele Tossani

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Gianluca Lapadula a Radio Rossonera: “Milan emozione forte ed indescrivibile, la Supercoppa di Doha fu un orgoglio. Gigio un campione”

Gianluca Lapadula a Radio Rossonera: “Milan emozione forte ed indescrivibile, la Supercoppa di Doha fu un orgoglio. Gigio un campione”

GIANLUCA LAPADULA A RADIO ROSSONERA – Ennesimo appuntamento con i “Face to Face” di Radio Rossonera. Protagonista del giorno è l’ex attaccante del Milan, Gianluca Lapadula. Tanti i temi trattati nel corso dell’intervista che riportiamo nelle righe sottostanti:

Innanzitutto come stai? Come sta andando la quarantena?

Bene. Passo molto tempo in famiglia, la mattina dedico 2 ore agli allenamenti e mi sto scoprendo cuoco“.

Qual è il piatto che hai cucinato che ha riscosso più successo?

Sicuramente gli arrosticini. Ho preparato anche qualche milanese con patate e zucchine. Al momento questo è il mio livello (sorride ndr).

Come passi il tuo tempo libero? Film, serie tv?

In ritiro solitamente riuscivo a vedere 5/6 episodi di una serie ma a casa è un po’ più complicato perché ci sono le bambine. La mattina sono da solo e ho molto tempo che dedico però agli allenamenti“.

Serie tv preferita?

Consiglio Peaky Binders“.

Musica?

Passo un po’ di tempo suonando al pianoforte insieme alle mie bambine. L’amore per il pianoforte me l’ha trasmesso mio padre, lui ci sa fare, suona il sax e la chitarra e ha cantato al mio matrimonio”.

È difficile tenere alta la motivazione allenandoti da solo?

Sicuramente per uno sportivo che ha come obiettivo la partita del weekend non è semplice. Mi auguro che si possa capire a breve ciò che si farà“.

24 giugno 2016 data in cui firmi con il Milan. Come è successo?

A inizio mercato c’era stato un sondaggio del Milan che però non andò avanti. Poi, quando stavo per accordarmi con un’altra squadra, mi ha chiamato il Milan e nel giro di 24 ore chiudemmo il trasferimento. La chiamata del Milan è stata un’emozione forte ed indescrivibile“.

6 novembre 2016, il tuo primo goal in maglia rossonera contro il Palermo. Che ricordi hai?

In quella partita stavo finalmente bene dopo aver avuto qualche problema fisico. Ci tenevo proprio a giocar bene e credo che in quella esultanza sono riuscito a dimostrarlo“.

Com’era il tuo rapporto con mister Montella?

Il mister mi ha sempre dato grande fiducia, ha avuto la pazienza di aspettarmi e per quello lo ringrazierò sempre“.

Che ricordi hai di quella Supercoppa italiana vinta a Doha contro la Juventus?

A Doha fu un’emozione fortissima. Sbagliai il primo rigore ma alla fine fu bellissimo poter festeggiare un trofeo vinto la maglia del Milan. Fu un orgoglio per tutti i giocatori di quell’annata“.

Com’era quel gruppo?

Era un grandissimo gruppo. Avevo ottimi rapporti con tutti specie con Kucka, Antonelli, De Sciglio, Bacca e Romagnoli“.

Cosa mancava a quella squadra per essere grande?

Il Milan che c’è stato è molto difficile da ripetere. Quest’anno vedo una squadra con un’ottima rosa e buone potenzialità, mi auguro che il Milan possa tornare sui livelli che gli competono“.

Qual è il tuo rapporto coi Social?

In questo periodo li ho usati di più essendo sempre a casa anche per mostrare a chi mi segue come mi sto allenando“.

C’è un giocatore con cui hai giocato al Milan che hai sempre pensato fosse veramente forte?

Donnarumma: uno sportivo completo a 360 gradi. Gigio quell’anno fece benissimo e si sta confermando su altissimi livelli. Mi auguro possa diventare un campione“.

Un pensiero sul Milan di oggi

È una squadra che a me piace perché ha tante soluzioni. Spero possa raggiungere i propri obiettivi“.

Molti tifosi del Milan ti ricordano con grande affetto

Questa cosa mi rende davvero orgoglioso. In quella stagione giocai un minutaggio pari a 13 partite facendo 8 goal dando così il mio contributo e mettendo in campo il carattere che mi ha sempre accompagnato“.

Perché è finita con il Milan?

La verità è che avevo offerte da altre società e il Milan non fece nulla per bloccarle come se le appoggiasse. Questa cosa mi ha fatto riflettere ed è una scelta che onestamente rifarei. La cessione del club ha inciso molto e mi sono trovato a riflettere su quale fosse per me la scelta migliore. Io al Milan mi trovavo benissimo, come fosse la mia seconda casa; è stata una scelta ponderata ma difficile“.

Parliamo un po’ della tua carriera. Come sei finito in Slovenia?

Bella domanda! Ero a Parma dove però sono stato anche fuori rosa e quando mi fu proposto questo progetto non mi dispiacque l’idea. Tra l’altro fu una bella annata: feci 14 goal e vincemmo la coppa nazionale“.

Anche a Teramo hai lasciato il segno

Andar lì fu una mia scelta. Mi piacque subito il progetto così come la società. Da lì è iniziato il mio stupendo cammino in Abruzzo“.

C’è stato un momento della tua carriera in cui hai pensato di non riuscire a fare il grande salto?

Onestamente è una cosa a cui non ho mai pensato“.

Come ti trovi a Lecce?

Benissimo. Ho la fortuna di avere per me e la mia famiglia una villa con giardino così le bambine riescono a uscire. In stagione al momento ho fatto 7 goal in campionato e 2 in coppa ma se sarò soddisfatto di come è andata chiaramente potrò dirtelo solo tra qualche giorno nell’attesa di capire quando si potrà tornare a giocare“.

Come ti trovi con mister Liverani e la sua idea di calcio?

Il mister è molto preparato. All’inizio non è stato facile comprendere la sua idea di gioco ma col tempo ci siamo riusciti e ora esprimiamo sul campo quello che vuole“.

Che idea hai di Pippo Falco?

Con lui mi trovo benissimo, è un giocatore dalle grandi qualità così come Barak, Saponara e Mancosu. Abbiamo una bella squadra“.

Quali sono le tue aspettative?

Al momento è difficile rispondere. Mi auguro che si possa riprendere a giocare in sicurezza ma senza avere alcun tipo di privilegio e senza compromettere la prossima annata. Spero venga fatta una scelta nel più breve tempo possibile perché non è semplice non avere una data“.

Quando hai capito che saresti diventato un calciatore?

Non ci ho mai pensato ma da piccolo avevo un’energia e una voglia fuori dal comune. Sono sicuro che questo nella mia vita, oltre che nella mia carriera, ha fatto la differenza. Se vuoi raggiungere un obiettivo devi essere disposto a qualsiasi cosa”.

“La maledizione della 9 del Milan”… Adesso c’è Ibrahimovic a guidare l’attacco anche se con la maglia numero 21. Avresti voluto giocare insieme a lui? La “maledizione” esiste?

Zlatan è uno dei migliori attaccanti al mondo e giocare con lui sarebbe stato un piacere. Per come vivo io lo sport la scaramanzia non esiste“.

3 goal indimenticabili della tua vita da calciatore

Sicuramente il primo è quello fatto col Ravenna contro la Salernitana, il mio primo goal tra i professionisti. In questo momento sceglierne altri due sarebbe difficile, forse anche il primo che ho fatto in Serie A. In ogni caso i goal per un attaccante sono tutti importanti“.

Com’è il tuo rapporto con il Perù?

Ho tanti amici sudamericani e ogni tanto parlo peruviano con mia mamma. Non sono mai stato in Perù ma ci andrei volentieri per conoscere gli zii ed i cugini che ho da parte di mia madre“.

C’è una squadra che ti ha particolarmente colpito in Serie A in questa stagione?

Sì, direi il Sassuolo: grande qualità, idee di gioco e giocatori importanti“.

C’è un giovane calciatore che ti ha colpito quest’anno?

Mi sta piacendo molto Locatelli. Ogni tanto lo sento, avevo un bellissimo rapporto anche con lui“.

C’è un altro Lapadula?

Non saprei, difficile rispondere. Forse Cutrone“.

Infine, ad oggi puoi dire di aver realizzato i tuoi sogni?

Ne ho ancora tantissimi da realizzare ma qualche soddisfazione me la sono sicuramente tolta“.

Photo Credits: AcMilan.com

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#MercoledìMeteora: Edgar Davids, la “mela marcia”

#MercoledìMeteora: Edgar Davids, la “mela marcia”

Un mastino, anche nell’atteggiamento, forse troppo.

Olandese, nato in Suriname, che ha vestito anche la maglia dell’Inter. No, non stiamo parlando di Clarence Seedorf, bensì di un altro olandese che in pochi sanno aver vestito la maglia del Milan. Il soggetto in questione è Edgar Davids, che tanti ricorderanno tra le file della Juventus.

Centrocampista durissimo, dotato di grande fisicità, buona corsa, una cattiveria smisurata e dei piedi, per usare un eufemismo, non proprio da étoile. Inizia la sua carriera all’Ajax, dove vive 5 anni di pura magia.

Come tante altre meteore di cui abbiamo già disquisito anche Davids arrivò al Milan nel momento sbagliato. Uno spogliatoio fatto di campioni e un brutto infortunio alla tibia hanno compromesso il suo cammino in rossonero, durato praticamente una sola stagione. Alcuni suoi compagni del tempo però, hanno spesso criticato l’olandese anche pubblicamente per i suoi comportamenti nel gruppo. Costacurta lo definì “una mela marcia”, probabilmente sintomo del fatto che a Davids non andasse proprio a genio il contesto in cui si trovava.

Proprio per questo motivo, sia per il suo bene che per quello del Milan, nel 1997 si trasferì alla Juventus. Rimase in bianconero per sette anni, fino al 2004. Chissà cosa avrà pensato nel maggio 2003, dopo quel rigore di Shevchenko, in quel di Manchester. Dopo i primi anni di alto livello alla Juve, quando il rapporto con Lippi inizia a scricchiolare finisce prima al Barcellona, poi all’Inter e infine al Tottenham, senza convincere troppo.

Dopo queste avventure brevi e poco intense Davids torna a casa, all’Ajax, dove aveva iniziato e dove era esploso, per chiudere la carriera. O meglio, così si pensava. Infatti, dopo due anni di inattività, nel 2010, firma per il Crystal Palace, salvo poi rescindere il contratto e terminare (definitivamente questa volta) la carriera al Barnet, squadra di quinta divisione inglese.

Un mastino, un “cane rognoso” (non a caso Pitbull era il suo soprannome) che non risparmiava nessuno in campo e fuori. In alcuni contesti a suo agio, in altri, come quello del Milan, molto meno.

Enrico Boiani

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Calcio femminile e ripartenze: il caso Germania e Bayern Monaco

Calcio femminile e ripartenze: il caso Germania e Bayern Monaco

Si ricomincia? Non si ricomincia? Cosa ne sarà della Serie A femminile, delle partite ancora da disputare? Le calciatrici saranno in grado di riprendere gli allenamenti nelle prossime settimane?
Tutte domande lecite che rimbombano ormai da diverso tempo, senza ottenere risposte definitive. Nel frattempo le calciatrici continuano gli allenamenti da casa, collegate in diretta con i rispettivi allenatori e preparatori atletici, organizzando sedute ed esercizi sufficienti per mantenersi in attività.

Chi invece ha avuto l’opportunità di riprendere a calcare i campi da calcio sono le squadre della massima serie in Germania: la Frauen-Bundesliga ha ripreso ad allenarsi con la prospettiva di ricominciare anche la stagione calcistica da dove era stata sospesa.

Il Bayern Monaco ha riavviato gli allenamenti in gruppo circa tre settimane fa, dopo due mesi di isolamento, e proprio il modello proposto in quel contesto potrebbe in qualche modo disegnare una strada percorribile per quei club intenzionati a mettere calciatrici e calciatori in condizioni utili per allenarsi in gruppo e presso i centri sportivi.

Racconta Simone Boye, difensore ventottenne del Bayern Monaco femminile e della nazionale danese, in una intervista rilasciata al Telegraph: «Per ora ci stiamo allenando in piccoli gruppi, presso i centri sportivi. Non possiamo fare scivolate o avere contatti tra di noi, abbiamo fatto molto lavoro tecnico e corsa. All’inizio era tutto strano, ma facendo tecnica e passaggi non hai la sensazione di perdere parte dell’allenamento. La cosa più strana è non poter abbracciare le tue compagne, dopo che non ci siamo viste per più di un mese».

Gli allenamenti si possono svolgere senza mascherine, ma per cercare di garantire l’assenza di contatto tra le giocatrici è stato imposto di mangiare, cambiarsi e fare la doccia a casa invece che in spogliatoio.

«All’inizio stavamo in piccoli gruppi – prosegue -, con un allenatore ciascuno per allenarci. Ora lavoriamo più in stazioni. Ognuna di noi passa dalle stesse stazioni, ma non tutte insieme: dopo ogni gruppo gli strumenti vengono disinfettati, in questo modo ci è stato possibile utilizzare attrezzatura».

Anche il punto di vista psicologico non è da sottovalutare per le calciatrici, e a Simone Boye è stato offerto un supporto psicologico attraverso la federazione danese. Lei però non ha voluto usufruirne, ammettendo però la difficoltà della situazione: «Ne avrei avuto bisogno se fossi stata in un club che non poteva allenarsi, dove le cose sono più complicate di qui. È difficile, una cosa nuova, un mondo nuovo. Devi abituarti, perché in tanti paesi sembra che si dovrà fare a meno del calcio per un po’».

 

Fonte: Telegraph.com

Photo credits: FCB Bayern Frauen

 

Lucia Pirola

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#MercoledìMeteora: Djamel Mesbah e quel 4-0 all’Arsenal

#MercoledìMeteora: Djamel Mesbah e quel 4-0 all’Arsenal

Una partita da fenomeno, le altre meno, molto meno.

Lo sappiamo: dopo Paolo Maldini e prima di Theo Hernandez la fascia sinistra del Milan non ha vissuto momenti felicissimi. A parte la determinazione e la grinta di alcuni, se ne salvano davvero in pochi.

Tra quelli che non si salvano possiamo tranquillamente collocare Djamel Mesbah. Il terzino algerino è arrivato in Italia nel 2008, dopo i primi passi di carriera percorsi pendolando tra Francia e Svizzera. Disputa una buona stagione all’Avellino e passa al Lecce nell’anno successivo.

Con i giallorossi è subito feeling: una promozione e la quasi piena titolarità nella prima stagione. Anche il secondo anno è piuttosto positivo, impreziosito da un gol alla Juventus, cosa che ritornerà anche a tinte rossonere nella sua carriera. A metà del terzo anno abbandona i “Lupi” per trasferirsi al Milan.

Arriva tra le più rosee aspettative. Avrebbe dovuto sostituire Emanuelson (in uscita), ma si è rivelato forse anche peggio dell’olandese. Dodici mesi in cui il Mesbah di Lecce era un ricordo lontanissimo, partite sottotono condite da svarioni difensivi e poca spinta offensiva.

Della sua esperienza al Milan, oltre al sopracitato gol alla Juve (sconfitta allo Stadium grazie a lui nei 90 minuti, partita poi persa ai supplementari di Coppa Italia), si ricorda in particolare la partita in Champions League contro l’Arsenal. Una serata magica, un 4-0 rotondo e una partita di alto livello dell’algerino, che pareva (per quei 90 minuti, sia chiaro) essersi impossessato di Roberto Carlos.

Dopo quei 365 giorni di oblio, Mesbah ha iniziato (come altri suoi colleghi) a girovagare per l’Italia alla ricerca di una meta gradita. È passato da Parma, Livorno, Sampdoria, Crotone e infine al Losanna. Non tutti sanno che prima di approdare nella sua squadra attuale, l’Étoile Carouge, ha firmato un contratto da allenatore con l’Evian, appendendo temporaneamente gli scarpini al chiodo prima di tornare sui suoi passi.

Due lampi in un anno di buio. Non sufficienti per togliersi l’etichetta di meteora del Milan.

Enrico Boiani

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Ufficiale slittamento degli Europei femminili. E il ricambio generazionale?

Ufficiale slittamento degli Europei femminili. E il ricambio generazionale?

È ufficiale lo slittamento di un anno degli Europei femminili: a darne notizia è il Comitato Esecutivo UEFA, che conferma i rumor circolati nelle ultime settimane. Dopo il rinvio di tutte le più importanti manifestazioni sportive previste per quest’anno, compresi gli Europei di calcio maschili, è ufficiale che la stessa sorte riguarderà anche UEFA Women’s EURO. Tempi e luoghi degli Europei femminili rimarranno intatti: si terranno infatti in Inghilterra dal 6 al 31 luglio 2022, e sia città ospitanti sia stadi rimarranno gli stessi già annunciati.

La motivazione di tale slittamento è proprio dovuta ai precedenti rinvii già annunciati: per garantire la massima visibilità degli Europei femminili è stato infatti scelto di evitare di disputarli nella stessa estate degli europei maschili, preferendo separare nettamente le cadenze dei due tornei.
«Quando abbiamo dovuto prendere una decisione urgente sul rinvio di UEFA EURO 2020, abbiamo sempre avuto in mente l’impatto su UEFA Women’s EURO 2021 – ha spiegato il presidente UEFA Aleksander Ceferin – ed abbiamo valutato attentamente tutte le opzioni, con l’impegno per la crescita del calcio femminile come primo punto del nostro agire. Spostando gli Europei di un anno, ci assicuriamo che il torneo di punta del calcio femminile sarà l’unico grande evento calcistico dell’estate, fornendogli così l’attenzione che merita».

Al netto della scelta e delle motivazioni ampiamente condivisibili, gli scenari che si aprono ora sul fronte del calcio femminile italiano, e non solo, prevedono le implicazioni tecniche e sportive di tale slittamento: la nazionale femminile italiana si troverà presto in una situazione delicata per quanto riguarda il possibile e prevedibile ricambio generazionale che investirà presto la rosa, per lasciare spazio alle nuove leve. Se gli Europei femminili della prossima estate potevano infatti essere la degna chiusura di un ciclo definibile come “rampa di lancio” del calcio femminile italiano, lo slittamento ora ufficiale potrebbe realmente porsi in mezzo, rischiando di incidere sui primi timidi accenni già avvenuti.

Si tratterà dunque di una scelta importante e certamente determinante per chi siederà sulla panchina della nazionale femminile al momento di tirare le somme e decidere il bene delle Azzurre. Milena Bertolini, CT della nazionale e probabile condottiera anche della prossima fase, per il momento si è detta felice della scelta fatta in merito agli Europei femminili: «È stata la scelta migliore, ha vinto il buon senso – ha dichiarato. Una decisione presa per il bene del calcio femminile e per favorirne la crescita, garantendo all’evento la migliore visibilità».

 

Photo credits: FIGC.it

Lucia Pirola

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Andres Guglielminpietro a Radio Rossonera: “Che emozione quello Scudetto e quel goal contro il Perugia. Bene i giovani ma ci vuole esperienza”

Andres Guglielminpietro a Radio Rossonera: “Che emozione quello Scudetto e quel goal contro il Perugia. Bene i giovani ma ci vuole esperienza”

ANDRES GUGLIELMINPIETRO A RADIO ROSSONERA – Altro appuntamento con i “Face to Face” di Radio Rossonera. Oggi tocca all’ex centrocampista del Milan, Andres Guglielminpietro, uno dei protagonisti dello scudetto del centenario. Qui di seguito un lungo estratto della nostra chiacchierata insieme al nazionale argentino:

Ciao Guly. Innanzitutto come stai? Dove ti trovi?

Io sto bene. Sono in Argentina,chiuso in casa come voi. Qui fortunatamente abbiamo preso in tempo la situazione e chiuso tutto avendo numeri nettamente inferiori all’Italia. Pian Piano però adesso si cercherà di riaprire qualcosa“.

Come stai passando la tua quarantena?

Fortunatamente abito in un appartamento grande e ho un terrazzo dove faccio esercizi infatti ho perso un paio di chili. In casa provo a fare tante cose anche insieme ai miei 3 figli anche se il piccolo di 7 anni sta tutto il tempo davanti alla Playstation mentre io invece non ci gioco perché non sono bravo“.

Mangi più italiano o argentino?

Non sono bravo a cucinare ma durante questa quarantena ho iniziato a preparare qualcosa come gli spaghetti italiano con pomodoro e basilico. Per il resto qui si mangia tanta carne alla griglia“.

Facciamo un salto indietro. Se oggi ripensi al Milan, qual è il primo pensiero che ti viene in mente?

Beh il primo pensiero va sicuramente allo Scudetto vinto. Mio padre ha ancora una foto di quando era a Perugia, considerate che durante quei festeggiamenti lui mi raggiunse negli spogliatoi e mi abbracciò; Ibrahim Ba non sapeva chi fosse e voleva mandarlo via (ride ndr)“.

Quand’è che hai capito che potevi veramente diventare un calciatore?

Io ho sempre giocato a calcio ma non avrei mai immaginato che un giorno avrei giocato nel Milan. Sono andato via da casa a 17 anni e il mio percorso è stato molto difficile“.

Come sei arrivato al Milan?

Feci una grande stagione dove segnai 14 goal. A quel tempo Zaccheroni allenava l’Udinese e mi voleva con lui, poi il mister andò al Milan e mandò qualcuno a visionarmi. Ecco come arrivai al Milan. All’inizio pensavo mi mandassero in prestito ma giocai la mia prima partita in rossonero, presi una traversa e rimasi in panchina per quasi tutto il girone d’andata fino alla partita contro il Perugia. Da quel momento il mister non mi tolse più dal campo. Sono arrivato al Milan in un momento della mia carriera dove in Argentina ero forte e correvo più di tutti; una volta arrivato in Italia mi sono accorto che correvo quanto gli altri e forse meno; ho subito capito che dovevo impegnarmi e migliorare”.

Che ricordo hai di Mister Zaccheroni?

Io al mister voglio tanto bene, ho un grandissimo rispetto per lui. A distanza di tempo riconosco davvero quanto mi ha aiutato“.

Com’era giocare in quel Milan dove in difesa c’era un certo Paolo Maldini?

Ho avuto la fortuna di giocare con Paolo in difesa e davanti campioni del calibro di Weah, Leonardo e Boban. Maldini riusciva a dirti tutto semplicemente con uno sguardo ed era un giocatore che in campo ti aiutava tanto. Ogni tanto io e lui scherziamo, mi ricorda che effettivamente abbiamo vinto insieme uno Scudetto“.

Ti ricordi le emozioni del tuo esordio a San Siro e quelle del tuo primo goal contro il Perugia?

Assolutamente, mi ricordo tutto! Il mio primo goal a San Siro è stato incredibile ma anche la prima volta che sono sceso in campo lì è stata fantastica, guardavi all’insù e quella vista non finiva mai. Ricordo che quando ho segnato la prima persona che ho abbracciato è stata Ayala. L’altro giorno sistemavo casa e ho ritrovato la maglietta del Milan che mi era rimasta, bellissimi ricordi“.

Prima di quelle famose ultime 7 partite mister Zaccheroni disse che le avreste vinte tutte. Puoi spiegarci?

Confermo. Nonostante eravamo a -7 dalla Lazio avevamo capito il modo di giocare per vincere. Al termine della vittoria contro l’Empoli alla penultima giornata ricordo che abbiamo visto la fine di Fiorentina-Lazio nella tv degli spogliatoi. Ricordo ancora l’urlo di gioia di Albertini nel momento in cui finì quella partita. Leonardo quando andammo a Perugia mi disse: “Stai tranquillo, domani si vince“.

Arriva il giorno di Perugia-Milan, segni di nuovo. Cosa hai provato?

Ogni volta che riguardo quel goal mi emoziono. Una volta ho riguardato anche tutta la partita e mi sono sopreso di quanto ho corso. Un ricordo bellissimo, straordinario. Ricordo anche la parata incredibile di Abbiati, una parata che ha fermato il cuore a tutti. Al nostro ritorno siamo usciti tutti insieme e abbiamo festeggiato tantissimo. Quello fu uno Scudetto davvero inaspettato“.

Secondo te quel gruppo aveva un segreto? Quale?

Direi l’esperienza. In quegli anni lì il Milan aveva grandissimi campioni“.

A quei tempi con chi eri più amico?

Con Leonardo molto. Avevo anche un grandissimo rapporto con Gattuso che abitava sopra di me, un rapporto che è rimasto perché ogni tanto ci sentiamo, Rino era fortissimo: un ragazzo in gamba e con la testa sulle spalle. Anche con Cruz e Dida ho avuto un bellissimo rapporto, per non parlare di Bierhoff o Helveg con il quale ogni tanto siamo andati insieme a giocare qualche partita”.

Leonardo o Boban? Chi era più forte?

Non saprei, erano diversi come giocatori; fortissimi entrambi. Certo il mister era in difficoltà perché solitamente tra tutti e due ne mandava in campo solo uno perché Bierhoff e Weah giocavano sempre“.

Entrambi sono tornati al Milan ma è finita… te l’aspettavi?

Aspettarmelo no, ma sia Leonardo che Boban sono due persone molto dirette con cui è difficile mediare; hanno una grande personalità“.

In dirigenza è rimasto Paolo Maldini. Secondo te il Milan deve andare avanti con lui?

Secondo me sì, non ho alcun dubbio. Il Milan in questo momento per me deve investire. Bene i giovani ma bisogna investire anche sui giocatori d’esperienza. Penso all’Inter che compra Lukaku a 80 milioni di euro mentre il Milan spende 80 milioni per tutto il mercato; chiaramente c’è una differenza. Tutte le squadre di oggi investono grandi somme di denaro, il calcio è cambiato“.

Riesci a seguire e vedere il Milan?

Sì, ho visto anche il derby. Un grandissimo primo tempo ma poi è cambiato tutto; sorprendente, ma il calcio è così“.

Al Milan è ritornato Zlatan Ibrahimovic. Lo riconfermeresti per la prossima stagione?

Ibrahimovic è fortissimo anche a 39 anni e ha un grandissimo carattere. Se è riuscito a trasmettere il suo carattere alla squadra allora bisogna andare avanti con lui. Inoltre, insieme a lui possono crescere Leao e tanti altri“.

Che ne pensi di Theo Hernandez? Altri giocatori del Milan di oggi che ti piacciono?

È un ottimo terzino, rispetto a me difende meglio ma io nascevo come attaccante. In questo Milan ci sono tanti giocatori forti ma bisogna comprare i campioni e con quelli comporre lo scheletro di squadra“.

Su Musacchio

Lo conosco bene perché l’ho allenato ai tempi del River Plate. Sa fare delle grandi partite ma, come dicevo prima, un gruppo di campioni potrebbe aiutarlo come i campioni hanno aiutato me“.

Chi era il più casinista di quel gruppo in cui hai giocato?

Direi Ibrahim Ba. Ora è molto più tranquillo ma in quel periodo lì era scatenato (sorride ndr). Anche Sebastiano Rossi era un bel personaggio anche all’interno dello spogliatoio. Il nostro spogliatoio aveva un’impronta ben precisa“.

Ti rendi conto che hai lasciato un’impronta nella storia del Milan?

“Un’impronta non lo so ma mi sono reso conto di quanto i tifosi del Milan mi vogliano ancora bene”.

Su Galliani e Braida

Galliani con me è stato sempre gentilissimo. Poco tempo fa gli ho scritto e mi ha risposto subito. Braida mi ha preso con sé come un figlio. Ho grandissimi ricordi per entrambi. Galliani alla fine di un derby pareggiato mi disse: “Qui tu hai vinto uno Scudetto, questa sarà sempre casa tua”.

Sul suo rapporto con l’Italia

Sono molto legato all’Italia, di solito vengo 2/3 volte l’anno. A Milano sono sempre a mio agio, semmai dovessi andar via dall’Argentina non avrei dubbi su dove vorrei vivere“.

Photo Credits: AcMilan.com

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#MercoledìMeteora: Urby Emanuelson, il “nullacampista”

#MercoledìMeteora: Urby Emanuelson, il “nullacampista”

Terzino? Ni. Trequartista? Boh. Mezzala? Forse.

Gullit, Rijkaard, Van Basten, Seedorf, Stam, Van Bommel, De Jong. Poi lui, Urby Emanuelson. Peccato che questi giocatori abbiano in comune tra loro solamente il paese d’origine (ovviamente l’Olanda) e non la resa di prestazione. O meglio, se ci fermiamo ai primi sette potremmo essere tutti d’accordo sul fatto che siano calciatori ad aver lasciato un segno nella storia del Milan: chi indelebile, chi fortemente marcato, chi leggero, chi un po’ sbiadito. L’ottavo invece, tale Urby Emanuelson, di segni non ne ha proprio lasciati. E pensare che è passato da San Siro due volte.

Emanuelson passa quasi un lustro e mezzo tra le fila dell’Ajax. Nasce come terzino sinistro e ci rimane fino al 2008, quando viene spostato ala da Marco Van Basten, allenatore a quei tempi. Questo cambio di ruolo è dovuto a svariate lacune difensive del ragazzo, ma anche e soprattutto dalle qualità offensive piuttosto importanti.

Arriva al Milan nel 2011, sotto la guida di Massimiliano Allegri. Poco campo nell’anno dello scudetto 2010-2011, qualche sprazzo e fiammata nella stagione successiva, ma nulla di più. Il vero problema dell’esperienza rossonera di Emanuelson è proprio la difficoltà della sua collocazione tattica. Era arrivato come “nuova linfa” per la fascia sinistra difensiva, ma fin da subito si capì che forse il Cigno di Utrecht ci aveva visto giusto e che era meglio spostarlo più avanti. Allegri nel 2012 lo schiera spesso trequartista, provando a sfruttare la sua velocità, ma anche questo è un ruolo che non gli si cucì bene addosso, forse per mancanza di visione di gioco e fisicità. In poche parole, un potenziale tuttocampista trasformato in nullacampista, un ibrido senza capo ne coda.

Dopo un anno di prestito al Fulham c’è il ritorno al Milan. Anche qui poche chance, poca roba. Vaga in Serie A nelle stagioni successive, tra Roma, Atalanta e Hellas Verona, per poi finire allo Sheffield Wednesday. Meno di 25 presenze in 3 anni, 2 gol e l’impressione di essere di fronte ad un giocatore incompiuto, una sorta di enigma per allenatori e tifosi.

Ora milita nell’Utrecht, per cui ha firmato nel 2017. Gioca con relativa continuità e sembra aver trovato la sua dimensione. Non è protagonista, non è decisivo, ma sembra aver ritrovato serenità, quella che al Milan non aveva quando era una semplice meteora.

Photo Credits: acmilan.com

Enrico Boiani

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