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#MercoledìMeteora: Fernando Torres, l’oro che non luccicava più

#MercoledìMeteora: Fernando Torres, l’oro che non luccicava più

“Esulta, come un Torero, sotto la Kop”.

È il 2007. Un giovane ragazzino dai lunghi capelli d’oro e dalle lentiggini che ne segnano il viso firma per il Liverpool. Si chiama Fernando Torres, viene da Madrid. Ha fatto molto bene tra le file dell’Atletico ed è pronto al grande salto. Finisce in Premier League, si unisce ai Reds e il resto è storia. Un paio d’anni da puro dominatore. È veloce, agile, preciso, intelligente. Ha potenza nelle gambe, gestisce in maniera magistrale il proprio corpo. Ma soprattutto, Fernando Torres segna. Tanto. Segna di destro, di sinistro, di testa, di rapina, di precisione, da fuori area. Segna, ed esulta (appunto) come un torero, sotto la curva del Liverpool, la celeberrima Kop.

Paradossalmente, il grande problema della carriera dell’attaccante spagnolo è forse proprio il periodo a Liverpool. Negli anni a venire, col senno di poi, ci si è iniziati a chiedere se avesse semplicemente passato un lunghissimo periodo di overperforming. Dal 2011 in poi Torres non segna praticamente più, non incide più, è lento, spesso compromesso dagli infortuni. Passa al Chelsea, in cui trova probabilmente quello che è l’ultimo lampo della sua storia calcistica. La Champions League del 2011-12, con goal al Camp Nou che elimina il favoritissimo Barcellona.

Goodbye Premier League, Buongiorno Serie A. Il Milan è alla ricerca di un numero 9, le cose a Londra per Torres non vanno benissimo e il matrimonio tra il mattatore di Euro2008 e i rossoneri avviene nell’ormai lontano 2014. C’è un proverbio che dice “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova”. Fortunatamente, Fernando, la strada per lasciare Milanello se l’è ricordata e anche bene dopo quella stagione in rossonero. La parentesi al Milan è, senz’ombra di dubbio, il capitolo più amaro della sua carriera. 10 presenze e 1 gol. Numeri da spavento se ripensiamo al Torres nel suo prime (momento di massima efficacia, n.d.r.).

E come Sansone, che perse la propria forza assieme ai suoi capelli, anche a Fernando Torres il passaggio dal barbiere non porta bene. È letteralmente un altro calciatore. Niente più capelli d’oro, niente più fughe in velocità, niente più reti eccezionali, niente più.

Per sua fortuna riesce a ritrovare un po’ di serenità (i capelli no, il look da bad boy era ormai solo un ricordo) rincasando, come un figliol prodigo, all’Atletico Madrid. Tre anni di discreto livello, una Europa League in tasca e soprattutto tante emozioni. Chiuderà la carriera in Giappone, al Sagan Tosu.

È veramente triste pensare che un giocatore potenzialmente così forte abbia trascorso al Milan i suoi momenti più bui, momenti in cui ha toccato il fondo, momenti da vera e propria meteora.

Enrico Boiani

Photo Credits: Ac Milan

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Stefan Simic a Radio Rossonera: “Esordio al Milan emozione speciale. Rebic sta dimostrando il suo valore, Gattuso ci voleva bene”

Stefan Simic a Radio Rossonera: “Esordio al Milan emozione speciale. Rebic sta dimostrando il suo valore, Gattuso ci voleva bene”

STEFAN SIMIC A RADIO ROSSONERA – Protagonista di “Face to Face” sul canale Instagram di Radio Rossonera, l’ex difensore Stefan Simic ha raccontato le emozioni del suo esordio con la maglia del Diavolo ma non solo: tra gli argomenti della chiacchierata anche Rebic, Gattuso e il possibile prosieguo di questa stagione. Qui di seguito le sue parole:

Quando hai capito di poter diventare calciatore?

Quando lo Slavia Praga mi ha spostato dai 95 ai 93 ho capito che forse sarei potuto diventare un calciatore e quando mio padre iniziava a mandarmi agli allenamenti extra.

Quando sei giovane non ci pensi così tanto al calcio professionistico, spesso accade tutto velocemente.

29/11/18 – Stefan Simic esordisce con il Milan. Che ricordi hai?

Un’emozione speciale, adesso non sembra, perché tanta gente dimentica, sottovaluta e quando una squadra non va bene la butta ancora più giù, però insieme al Milan c’è solo il Real Madrid.

L’altro giorno parlavo con un mio amico, mi ha chiesto se mi manca Milano, ma in realtà al di là della città, è proprio giocare al Milan. Io faccio forse parte dell’ultima generazione che ha visto il Milan.

Come hai vissuto l’addio al Milan?

Andare via non è stato così difficile perché quando non giochi diventa pesante, ti alleni si ma tutto quello che fai lo fai per giocare. È bello però aver lasciato un ricordo positivo perché anche se giocavo poco mi impegnavo sempre.

Cosa puoi dirci su Rebic?

Ante Rebic mi piace molto, mi dispiaceva quando all’inizio la gente non parlava bene di lui ma sono contento che ora stia dimostrando il suo valore e facendo gol importanti.

Raccontaci di Gattuso allenatore …

Il mio rapporto con Gattuso era molto buono anche se non giocavo mai mi sono sempre sentito parte del gruppo, era bravo in questo, ci voleva bene, spesso urlava ma poi capivamo che lo faceva per migliorarci.

Inzaghi invece anche se faceva l’allenatore aveva ancora la fame da giocatore, giocava spesso insieme a noi. Il suo staff era molto forte, Abate, Matteucci, Fiorin, poi c’era Nava che allenava i difensori e se ero molle in allenamento mi faceva fare l’attaccante e lui da difensore mi picchiava.

Cosa manca al Milan per arrivare in Champions League?

Al Milan per arrivare in Champions forse manca un po’ di continuità, perchè quasi ogni anno cambia qualcosa, e se non cambia, sembra cambiare, quindi le persone che ci sono non possono lavorare tranquille.

A quel difensore ti ispiravi di più a Milanello?

Quando giocavo al Milan il difensore che guardavo spesso era Alex, tecnicamente e fisicamente forte, era leader, non parlava tanto ma lo era.

Secondo te finirà questa stagione?

Ovvio che il calcio deve fermarsi, il Coronavirus è una cosa seria, ora bisogna aiutare chi è in difficoltà e se tra 1 mese, massimo un mese e mezzo non si può ripartire, bisogna finire  il campionato così com’è.

Face to Face” è sul canale Instagram di Radio Rossonera. Eccovi uno stralcio della diretta video con Stefan Simic:

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Europei femminili: gli scenari del possibile slittamento al 2022

Europei femminili: gli scenari del possibile slittamento al 2022

Lo stop forzato di tutte le attività non necessarie sovrasta ormai da più di un mese il nostro presente: ciò significa anche niente attività sportive, niente partite, niente campionati, niente tornei. Niente di niente.
Questa situazione però influisce sempre più anche sugli scenari del futuro prossimo, nel quale non c’è posto allo stesso tempo per un garantito stato di salute di massa e i grandi eventi previsti già da diversi anni: e dunque rimandati gli Europei 2020, posticipate le Olimpiadi di quest’estate.

Il rinvio di questi colossali eventi si ripercuoterà inevitabilmente su ciò che avrebbe dovuto riempire anche il prossimo anno: il riferimento è in questo caso agli europei femminili, previsti per luglio 2021.

“Gli europei femminili del 2021 saranno quasi sicuramente spostati al 2022, invece di farli scontrare con il rinvio degli europei maschili” scrive The Telegraph in un articolo del 23 marzo. La decisione sembra ormai orientata verso questo destino, profilando forse la migliore soluzione possibile per la competizione femminile di punta della UEFA.

L’ipotesi di lasciare intatta la data di inizio degli europei femminili andrebbe infatti a ledere gli stessi interessi del torneo: l’organizzazione UEFA occupata con gli europei maschili non potrebbe infatti destinare la necessaria attenzione anche agli WEuro (Women’s Euro) in parte anche contemporanei, vedendo oltretutto lo staff già fisicamente impegnato con la competizione itinerante, mentre gli europei femminili si terranno unicamente in Inghilterra.
L’aspetto logistico investirebbe anche il rischio di sovrapporre gli impegni dei diversi team della stessa nazione tra europei ed Olimpiadi, inducendo ad una scelta che finirebbe inevitabilmente con il condannare o l’una o l’altra squadra.

Un ulteriore fattore da chiamare in causa è la potenziale difficoltà nel promuovere con la necessaria accuratezza un evento ancora complessivamente fragile come quello degli europei femminili: supportare la causa del torneo femminile durante lo svolgimento della fase maschile potrebbe infatti mettere in competizione partners, sponsor e attori che potrebbero risentire in maniera decisiva di una tale situazione concorrenziale.

La migliore ipotesi per tutte le competizioni sembra dunque prevedere il rinvio degli europei femminili al 2022: in tale caso si profilerebbe solo la competizione con i Commonwealth Games, previsti per lo stesso anno.
Il tanto atteso feedback della UEFA terrà certamente cont di tutti i possibili incastri degli eventi sportivi, realizzando così il puzzle più rispettoso per tutti i partecipanti.

 

Foto credits: FIGC.it – Gettyimages

Lucia Pirola
Da The Telegraph

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Ismael Bennacer, the story so far: il talento algerino alla conquista del Milan

Ismael Bennacer, the story so far: il talento algerino alla conquista del Milan

Arles è una tranquilla cittadina del sud della Francia. Di origini antichissime, fondata nel VI secolo a.C. da coloni greci della vicina Marsiglia e fiorita durante l’Impero romano che le ha lasciato in dote il suo simbolo principale – l’anfiteatro ora usato per la Course camarguaise versione incruenta della corrida – nei primi mesi estivi è attorniata dagli infiniti campi di lavanda della Provenza che ne colorano le colline dell’entroterra e riempiono i balconi delle vecchie case in pietra del centro.

È qui che il primo giorno di dicembre del 1997 nasceva Ismael Bennacer: padre marocchino, madre algerina, i genitori di Ismael faticano ad inserirsi appieno nel tessuto sociale e sigillano ancor di più il proprio nucleo familiare. Il piccolo Bennacer è un bimbo timido, riservato, con una grande passione per quella sfera che rotola: gioca a calcio nel cortile della scuola, al parco sotto casa, per le stradine di Arles che non sono poi così tanto cambiate da come le aveva dipinte Van Gogh poco più di un secolo prima.

Inizia anche a giocare per la squadra della città, i gialloblu dell’Arles-Avignon. Dai 10 ai 12 anni il suo allenatore è Max Vanel, storico dirigente della società che ricorda come “Ismael fosse un bambino chiuso capace però di trasformarsi sul campo. Lì spariva tutto e la sua vera personalità si sprigionava, smaliziato, intelligente tatticamente e con una qualità palla al piede fuori dal comune. Al primo torneo su campo ridotto stupì tutti, il talento puro era evidente a chiunque e presto società importanti come il Montpellier vennero a chiederci il cartellino di Ismael. A quel punto la decisione spettava alla famiglia ma il padre di Bennacer rifiutò sempre il trasferimento, voleva che il figlio crescesse in maniera tranquilla, vicino casa. Il padre di Ismael non si è mai perso una partita del figlio, è stato forse il primo ad accorgersi del suo potenziale e gli è sempre stato accanto, guidandolo, dando la giusta disciplina e i consigli fondamentali per provare a fare della propria passione una vera professione. Ne ho visti parecchi di bambini come Bennacer ma pochissimi hanno fatto il grande salto, la differenza spesso la fa proprio la famiglia”.

Aveva un handicap il giovane Bennacer, uno svantaggio fisico che però la qualità dei suoi piedi faceva sparire. Ismael è sempre stato sotto la media per altezza e costituzione, difetti che diventavano trascurabili quando la palla danzava tra il suo piede destro e soprattutto il suo sinistro. Talmente trascurabili che l’ultimo martedì di dicembre del 2014, ad un mese dal suo 17° compleanno, riceve la telefonata del vice allenatore della prima squadra dell’Arles-Avignon. La rosa ha molti infortuni, alle porte c’è il doppio impegno di Coupe de France e Ligue1 e l’allenatore vuole vedere alcuni giovani.

Deve esser andato molto bene Ismael in quegli allenamenti perché sabato 3 gennaio, sul sintetico di Saint-Ouen periferia occidentale di Parigi è il trequartista titolare dell’Arles-Avignon nel 32esimo di finale contro il Red Stars FC, terza serie del campionato francese. Maglia a strisce azzurre e blu, numero 6 sulle spalle, a Ismael servono soltanto 27 minuti per il suo primo gol da professionista, un bel tocco in mezzo alle gambe del portiere in uscita.
Ovviamente di sinistro.

Gioca 88 minuti al suo esordio tra i grandi ma la partita va male, perde 2-1 e l’Arles-Avignon è eliminato al primo turno. Lui però ha fatto un’ottima impressione tanto che venerdì 9 gennaio è di nuovo titolare dietro le due punte sul campo dell’Orleans per il suo esordio in Ligue2, la Serie B francese. Questa volta per Ismael non è una grande gara, all’intervallo viene sostituito e nell’intera seconda parte di stagione giocherà soltanto 290 minuti in prima squadra restando spesso in Under19.

Possono una manciata di gare con le selezioni giovanili francesi e 400 minuti da professionista in sei mesi fare da trampolino ad un giovane? La risposta è sì se prendiamo l’esempio di Bennacer. Nella primavera di quel magico 2015 sono molte le squadre che sondano il terreno con l’Arles-Avignon, nel frattempo giunto sull’orlo della bancarotta: Monaco, Lione, Marsiglia, Roma e Lazio offrono un provino a quel piccolo diciassettenne che sul campo non si ferma proprio mai. Non sono però le uniche che hanno chiesto informazioni su Ismael; da qualche settimana Gilles Grimandi, capo scout di Wenger per la Francia, visiona decine di video del ragazzo, telefona a allenatore e giocatori senior dell’Arles-Avignon per chiedere pareri e giudizi ed infine alza la cornetta per chiamare Ismael: “verresti a fare un provino per l’Arsenal?”

Il giovane algerino prende tempo, vuole parlarne in famiglia e non vorrebbe lasciare la Francia ma l’offerta è di quelle irrinunciabili come dirà in futuro lo stesso Bennacer. Dopo qualche giorno Grimandi si fa di nuovo sentire, ha fretta, anche il Manchester City si è inserito nella corsa per il ragazzo: “allora hai fatto i biglietti per Londra?”, chiede con tono scherzoso. “Sono già sul tavolo della cucina” è la risposta seria di Bennacer.

E così si parte per Londra, con tante paure legate alla nuova città, alla lontananza dalla famiglia e al Ramadan in pieno corso che gli impone il digiuno durante le ore di luce. Al suo fianco ha però già colei che diventerà sua moglie, Chaines e nella mente la convinzione che quella è l’occasione giusta, lui che fin da bambino sognava di fare il calciatore.

Si allena per una settimana con i Gunners sui campi di Shenley sotto lo sguardo dello stesso Gilles Grimandi: “si è aggregato alle squadre under17 e under19, allenandosi tutte le mattine nonostante il Ramadan e finiva ogni seduta distrutto perché oltretutto non era abituato a certi ritmi in allenamento. Eppure chiedeva di poter fare doppia seduta anche al pomeriggio, era determinato come pochi, anzi come nessuno, ho visto centinaia di provini ma mai ho visto la tenacia di Ismael”.

La settimana di prova vola via veloce, c’è da decidere il futuro di Bennacer e nel caso bisogna parlare con l’ArlesAvignon che nel frattempo è pressoché fallita.
“Cosa facciamo del ragazzo in prova?”, chiede Gilles ad Arsene Wenger che ha assistito a parecchi allenamenti di Ismael. La risposta dell’allenatore francese è breve e concisa. “Sistemate tutto con la sua società e fate firmare un contratto di tre anni al ragazzo”.

Eccolo qui quindi il nuovo talento dei Gunners, Ismael Bennacer da Arles, nato in Francia da padre marocchino e madre algerina. Tre nazionalità, un solo sogno da inseguire.

Nella stagione 2015-2016 è aggregato alla squadra Under23 dell’Arsenal che partecipa alla Youth League oltre che al campionato. L’inizio per Ismael non è semplice, Londra è ben diversa dalla piccola Arles e affiorano i primi ripensamenti ma i tanti francofoni della squadra lo aiutano, così come la sua Chaines a casa e sul taccuino del vecchio Arsene Wenger ci finisce presto, prestissimo.
È il 27 ottobre e si gioca l’ottavo di finale di Coppa di Lega inglese. Ismael è stato convocato il giorno prima complice qualche assenza di troppo tra i centrocampisti della prima squadra e siede sulla panchina ospiti dell’Hillsborough Stadium, la casa dello Sheffield Wednesday.

Dopo soli 8 minuti Oxlade-Chamberlain non  riesce a convivere con l’infiammazione al tendine del ginocchio e deve alzare bandiera bianca. Wenger guarda verso la sua panchina, osserva il piccolo algerino ma poi fa entrare il più esperto Theo Walcott. Esordio alla prima convocazione sfumato e fine della fiaba? Certo che no! Dopo altri 10 minuti Walcott ha un risentimento al polpaccio ed arriva così il momento di Bennacer.
Maglia blu e pantaloncini azzurri non dissimili da quelli dell’esordio in Coppa di Francia, numero 36 sulla spalle e scarpini arancioni ai piedi, nel 4-2-3-1 Wenger lo piazza sulla trequarti dietro l’unica punta Giroud, ai lati ha Iwobi e Joel Campbell e alle sue spalle ci sono Kamara e la nostra vecchia conoscenza Mathieu Flamini.

L’emozione è tanta, la partita invece un mezzo disastro. Lo Sheffield, squadra di Championship, travolge l’Arsenal 3-0 eliminandolo dalla Coppa e uno dei capi di accusa a Wenger è proprio l’eccessivo numero di giovani schierati in campo tanto che lo stesso Arsene nel dopo gara ammetterà che per questi ragazzi il livello era troppo alto.

È una bella “botta” per il morale di Ismael che tocca pochi palloni e torna in Under23 (non giocherà più un minuto con la maglia della prima squadra) con il morale sotto i tacchetti.
Ma ormai l’abbiamo imparato a conoscere, la dote migliore di Bennacer è la determinazione e così quella fredda serata di ottobre nel South Yorkshire invece di essere la fine del sogno diventerà l’ennesimo trampolino…

Nel prossimo e ultimo episodio la Youth League con l’Arsenal con la restante parte dell’intervista a Gilles Grimandi, il salutare prestito al Tours e lo sbarco in Italia con le dichiarazioni del suo capitano dell’epoca all’Empoli Manuel Pasqual fino alle recenti statistiche e analisi tattiche del suo primo anno di Milan

Appuntamento a venerdì 3 aprile con la seconda parte!

Simone Cristao

Photo Credits: AcMilan.com

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Scacco Matto: Zac Attack! Il 3-4-3 di Alberto Zaccheroni

Scacco Matto: Zac Attack! Il 3-4-3 di Alberto Zaccheroni

Il Milan di Silvio Berlusconi doveva vincere e convincere. Dopo l’epopea sacchiana, per il presidente rossonero due punte e difesa a quattro erano diventati parte fondamentale del dogma calcistico rossonero. Tutti gli allenatori che hanno provato ad andare oltre i consigli del presidente, si sono in qualche modo ritrovati a doversi confrontare con lui, anche a mezzo stampa.

Ne sa qualcosa Alberto Zaccheroni, il più ‘eretico’ dei tecnici rossoneri durante l’era berlusconiana. Chiamato a sostituire Fabio Capello, l’allenatore romagnolo si presentò a Milanello nell’estate del 1998 forte degli ottimi risultati conseguiti alla guida dell’Udinese.

E proprio a Udine Zac aveva maturato quella proposta tattica che prevedeva una linea difensiva composta da tre difensori centrali. Una vera difesa a tre (non a cinque camuffata) mutuata dal Barcellona di Cruijff. Rispetto ai blaugrana, Zaccheroni aveva però proposto una linea di centrocampo a quattro, con due interni affiancati da due laterali con caratteristiche prettamente offensive.

Si arriva così a quel Milan, che schierava Abbiati fra i pali (titolare dal 24 gennaio, vittoria a Bologna, in sostituzione di Seba Rossi) Maldini, Costacurta e Sala (o N’Gotty) in difesa; Helveg, Albertini, Ambrosini e Guglielminpietro a centrocampo; Boban (o Leonardo), Bierhoff e Weah in attacco. Con questa formazione tipo e con l’apporto fondamentale della panchina (soprattutto di Maurizio Ganz, autore di 5 reti che valsero 8 punti), il Milan conquistò il suo 16° scudetto, nell’anno del centenario club, dopo una fenomenale rimonta ai danni della Lazio. Rimonta che fu costituita da sette partite vinte consecutivamente e che coincise con un cambio di modulo, con i rossoneri che passarono al 3-4-1-2 con Boban trequartista alle spalle delle due punte.

Fu, quello, un momento storico durante il quale le tre punte (novità in casa Milan) erano argomento molto gettonato e il 3-4-3, forte dei successi di Zaccheroni e di Malesani (anche se il suo era più un 3-4-2-1) era sulla bocca di addetti ai lavori, fans e media.

Dal punto di vista del modello di gioco, il Milan di Zac cercava di costruire dal basso (solo 5 a partita i rinvii di piede di Abbiati, contro una media di 6.9 degli altri portieri della serie A in quella stagione), invitando i propri difensori centrali a giocare palla senza remore. La risalita del campo era affidata ai centrocampisti. Fin da subito comincia quel ‘gioco delle coppie’ che caratterizzava l’interpretazione del 3-4-3 di Zaccheroni: i movimenti infatti erano combinati, con il giocatore più vicino al portatore di palla che dettava il suo e con il compagno più vicino che ne eseguiva uno opposto.

Così, i centrocampisti centrali lavoravano sempre in corto – lungo o, nel caso dei giocatori esterni, sullo stretto largo. Ad esempio, con palla al centrocampista centrale di destra, la punta esterna poteva restare larga o venire all’interno del campo mentre il laterale di centrocampo sul lato palla si doveva muovere di conseguenza. In pratica, ogni giocatore aveva un punto di rifermento nel compagno più vicino, in modo da legare i giocatori a due a due. Lo smarcamento avveniva idealmente per linee diagonali, con tempi di gioco dati dalla presa visione del compagno in possesso palla.

Una soluzione alternativa a quanto esposto era costituita dalla palla lunga per la spizzata di Bierhoff, giocata attuata anche in transizione, tanto è vero che, al termine della stagione, Abbiati aveva giocato 51 palloni verso l’ex centravanti dell’Ascoli e Sala ben 118.

Questo anche in fase di non possesso, dove i riferimenti erano la palla, il compagno sul lato forte, l’avversario su quello debole. In generale, il Milan in fase difensiva tendeva ad aspettare gli avversari con Bierhoff appena sopra il cerchio di centrocampo, con la squadra corta e stretta, allo scopo di creare spazio oltre la linea difensiva avversaria da attaccare poi una volta riconquistata palla attraverso un’azione combinata di pressing e raddoppi.

Con questa filosofia di gioco Zaccheroni riuscì a riportare il Milan sul tetto d’Italia, dopo le deludenti stagioni precedenti, segnate dal fallito esperimento Tabárez e dai ritorni infruttuosi di Sacchi e Capello.

Michele Tossani (https://lagabbiadiorrico.com)

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#MercoledìMeteora: Michael Essien, quando l’età conta

#MercoledìMeteora: Michael Essien, quando l’età conta

Fisicità, corsa, non troppa tecnica ma tanto, tantissimo cuore.

La storia di Michael Essien è la classica favola del ragazzino che ce l’ha fatta. È partito dal continente africano e ha conquistato l’Europa, prima in Francia con il Lione e poi in Inghilterra con il Chelsea.

Arriva ai Blues per 38 milioni di Euro, diventando di fatto il calciatore africano più pagato di quei tempi. Se consideriamo le cifre del mercato attuale il gioco è sicuramente valso la candela, prendendo atto delle 7 bellissime stagioni che il “bisonte” passa alla corte di Roman Abramovich. Vince due Premier League, 4 Coppe d’Inghilterra e la Champions League 2011-2012, in quel Chelsea guidato da Roberto Di Matteo. Era un mediano duro, roccioso, prepotente fisicamente, ma talvolta riusciva anche ad andare a segno. Tutti ricordiamo il gol capolavoro in Champions League contro il Barcellona nel 2009. Un coniglio dal cilindro (date le sue irrisorie doti finalizzative) che in tanti rimembrano con piacere.

Dopo il Chelsea c’è il Real Madrid di Mourinho, quel Mourinho che tanto lo aveva voluto a Londra. Quel Mourinho che lui considera come un padre (“Daddy”, n.d.r.). Quel Mourinho che verrà scaricato a fine stagione e che inevitabilmente si proietterà anche nell’addio del centrocampista ghanese. L’età avanza, i chili aumentano, i piedi (per quanto già non graziosissimi) peggiorano.

E quale posto migliore esiste per fare un’altra figura barbina se non il Milan? Essien arriva nella Milano rossonera nel 2014. Un Milan in netta crisi, che punta ormai solamente sulle occasioni a parametro zero per aggiornare la rosa. Essien è proprio uno di loro, e come nella stragrande maggioranza dei casi, fallisce. 20 presenze: poche, brutte, insignificanti. Non un lampo, non un gol, non un assist, non una buona prestazione. Ci si chiede se a Madrid gli abbiano montato una lavatrice sulla schiena data la sua estrema lentezza nei movimenti, nelle scelte, nel gioco, in tutto.

Fortunatamente la vacanza italica di Michael Essien è durata poco. Anche per lui, come per svariati suoi colleghi maturi passati in rossonero, dopo il Milan c’è poco altro. Cerca fortuna (palesemente senza trovarla) prima in Grecia al Panathinaikos e poi in Oriente.

Un centrocampista potenzialmente da Milan, arrivato quando ormai non era più “da Milan”, in un momento in cui forse nemmeno il Milan era più “quel Milan”. È forse questo il riassunto più esauriente per giudicare Michael Essien in rossonero. Un’altra meteora delle tante passate da San Siro.

Enrico Boiani

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Coronavirus: recuperi e priorità. Cosa ne sarà della Serie A femminile?

Coronavirus: recuperi e priorità. Cosa ne sarà della Serie A femminile?

Oggi, 24 marzo 2020, è trascorso un mese dall’ultima partita di serie A femminile. In quel weekend, quello del 22/23 febbraio, le gare furono disputate senza troppe remore fino al sabato, giorno in cui tutto cambiò.

Milan-Fiorentina di quella giornata fu sospesa, nonostante le viola avessero già raggiunto Milano, ma la gravità della situazione e i nuvoloni di pericolo che si addensavano su tutta la Lombardia resero quasi inevitabile la decisione. Da quel momento in poi il calcio femminile italiano si è spostato temporaneamente in Portogallo con le Azzurre, impegnate nella Algarve Cup: l’esito ha purtroppo dato ragione ai suddetti nuvoloni neri, e quindi niente finale Italia-Germania, Azzurre faticosamente di ritorno in patria.

Con un balzo temporale arriviamo ad oggi: europei maschili rimandati, Olimpiadi rimandate, tutti i grandi eventi previsti per i mesi prima di settembre rischeduled a data da destinarsi.
Un grande interrogativo affolla i pensieri di dirigenti, sportivi e tifosi allo stesso modo: che ne sarà di questa stagione, interrotta senza preavviso? Come si può rimediare senza distorcere troppo i presupposti? Come concludere dignitosamente campionati e coppe?

Tale ragionamento è chiaramente valido per tutti i campionati di tutti gli sport, interrotti progressivamente nel corso dell’ultimo mese, ma il centro delle discussioni pubbliche e probabilmente dell’agenda setting delle autorità è e sarà intuibilmente la sorte della Serie A maschile, motore trainante non solo dal punto di vista economico ma anche sociale, e non solo.

Il peso specifico del destino di alcune categorie, giustamente più rilevanti per il grande pubblico, contrasta con le reali necessità di tutti quei soggetti che godono di minori attenzioni. E il calcio femminile è uno di questi.

Le necessità “di dare un senso” del calcio femminile sono ben assimilabili a quelle del calcio maschile: concludere il campionato, decretare chi vince, chi retrocede e chi va in Europa. Bonus: portare a termine le qualificazioni per gli europei femminili previsti per il 2021, ma anche in questo caso, ufficializzato il rinvio degli europei maschili 2020, si ricade nella nube del “e poi che ne sarà di quelli successivi?”.

Il calcio femminile richiede e merita uno sguardo particolare, dal momento che si ha a che fare con un ecosistema ancora giovane e fragile, in fase di sviluppo ma non ancora autonomo, oltre che mosso e sostenuto da una quantità infinitamente inferiore di risorse rispetto ad una Serie A maschile.

Bene dunque l’ipotesi di portare a termine i campionati in estate, contando che questo comporterebbe il prolungamento dei contratti in scadenza a giugno: ma questa soluzione può essere effettivamente attuabile con gli accordi economici in vigore in Serie A femminile? E se sì, tutte le squadre sarebbero in grado di sostenere imprevisti simili?
Se infatti sembra difficile pensare ad una via indolore per modificare gli accordi economici – che, ricordiamo, sarebbe errato chiamare contratti -, questo risulta ancora più complicato se pensiamo ai permessi di soggiorno per le giocatrici extracomunitarie. O alle più diverse situazioni legate alle giocatrici straniere e comunitarie, vincolate in qualche modo al ritorno in patria.

La confusione per il momento è di sicuro molta, e può anche essere sensato pensando alle reali priorità del nostro paese in questo momento, ben lontane dalle sorti dello sport e del calcio. Ma confidiamo, a torto o a ragione, che ad ogni circostanza sarà destinata la giusta attenzione.

Foto credits: acmilan.com

Lucia Pirola

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Samu Castillejo, il cuore dietro l’apparenza: dalla Rosaleda sulla pelle alla grinta mai persa

Samu Castillejo, il cuore dietro l’apparenza: dalla Rosaleda sulla pelle alla grinta mai persa

La storia di Samu Castillejo è una storia semplice, genuina, senza colpi di testa o troppe follie adolescenziali. Dietro al suo appariscente biondo platino e il suo abbigliamento tutto fuorché sobrio, si nasconde un ragazzo stranamente “normale”, si perché al giorno d’oggi è più strano essere normali che viceversa.

Ma torniamo alle origini …

Samuel Castillejo Azuaga nasce a Málaga, in Andalusia, il 18 gennaio 1995. Ha solo 9 anni quando muove i suoi primi passi nel mondo del calcio, l’Explanada FS infatti è la prima squadra in cui Samu inizia a capire cosa sia lo sport che caratterizzerà la sua vita.

Dopo 2 anni, nel 2006 arriva il suo primo trasferimento e continua la sua avventura nell’UD Mortadelo, club che gli permetterà di fare il suo primo vero salto. È qui infatti che verrà notato dagli osservatori del Málaga, soprannominati i “Boquerones” (le acciughe), che non persero tempo e già nel 2007 fecero vestire a un Castillejo di soli 12 anni la maglia biancazzurra. Dopo aver mostrato le sue qualità nel vivaio della società andalusa per ben 3 campionati, a soli 16 anni debutta nell’Atlético Malagueño, la seconda squadra del Málaga che gioca in Serie C.

Nella stagione 2013/14, gioca insieme a Cristian Tissone, ex centrocampista argentino dell’Atalanta, che ci ha raccontato qualche aneddoto sull’attaccante spagnolo:

“Sono stato subito sorpreso dalla sua qualità perché era uno dei più giovani di quella squadra pur avendo già un anno di esperienza in quella categoria. Parlando con i miei compagni dell’epoca mi dissero che lui qualche anno prima era già stato convocato dalla Nazionale spagnola Under 15 ed eravamo certi che in poco tempo sarebbe arrivato in prima squadra. Così è stato, l’inizio e il finale di stagione furono impressionanti, tanti gol e assist, fu decisivo per noi tanto che poi fece il ritiro precampionato con la prima squadra restandoci già nella stagione successiva”.

Proprio in quel ritiro, insieme a Samu, c’è anche Fernando Tissone, ex centrocampista di Udinese, Atalanta e Sampdoria e fratello di Cristian.

In quel periodo, quando disputammo la tournée in Australia si erano aggregati 8/9 giocatori delle giovanili e uno di loro era proprio Samu, fece molto bene e vinse il premio come miglior giocatore in uno dei tornei che disputammo. Da quel momento diventò un giocatore davvero importante per il Málaga, riuscì a prendersi il suo spazio all’interno della squadra fino a diventarne un titolare fisso”.

Ma dietro al salto di un giocatore in ascesa c’è sempre un allenatore che riveste un ruolo decisivo, e in questa storia, possiamo attribuirlo a Javi Gracia.

L’allenatore che ha saputo capire meglio Samu è stato Javi Gracia – ha rivelato ai nostri microfoni Dani Marín, giornalista spagnolo che l’ha seguito al Málaga e al Villarreal – innanzitutto perché è stato lui a dargli la possibilità di mostrarsi e da lì a un anno grazie a questa chance è esploso. Ha iniziato a pensare più velocemente ed è anche migliorato molto tatticamente, adattandosi molto bene alle richieste, soprattutto all’equilibrio che sempre chiedeva Gracia”.

Samu Castillejo fa il suo debutto in Liga, proprio grazie all’allenatore spagnolo, il 29 agosto 2014, subentrando al posto di Juanmi nel match perso 3-0 contro il Valencia. Da lì colleziona 14 presenze e 8 risultati utili consecutivi.

Ma in quale ruolo giocava lo spagnolo all’inizio della sua carriera? Successivamente è cambiato qualcosa?

All’Atlético Malagueño giocavamo con il 4-2-3-1 o con il 4-4-2 e lui faceva l’esterno offensivo sia a destra che a sinistra – precisa Cristian Tissonementre al Málaga giocava più spesso sulla fascia sinistra rispetto alla destra perché il loro modo di giocare prediligeva più il piede naturale che quello invertito”.

Al Villarreal giocava sia nel 4-4-2 che nel 4-2-3-1 – ci spiega invece Dani Marínin quest’ultima posizione non doveva scendere troppo a difendere e aveva più libertà anche perché il suo punto forte è l’uno contro uno che lo porta poi al tiro. Al Málaga giocava nel 4-4-2 ma penso che il migliore rendimento di Samu l’abbiamo visto durante il suo ultimo anno al Villarreal, stagione che gli ha permesso di essere poi notato dal Milan”.

Nel racconto di questa storia non eravamo ancora arrivati a parlare del Villarreal, squadra e società che ha contribuito a lanciare ancora di più Castillejo nel calcio europeo.

Lo spagnolo approda al cosiddetto sottomarino giallo (Submarino Amarillo) nell’estate del 2015 per 8 milioni di euro, controvoglia sì, infatti Málaga gli è sempre rimasta nel cuore – ci precisa sempre Marín – tanto da tatuarsi La Rosaleda (lo stadio dei biancazzurri) sulla pelle.

Nonostante ciò Samu non si perde d’animo e nella sua prima stagione tra Liga, Europa League e Coppa di Spagna gioca 45 partite, realizzando 2 gol. Durante il suo secondo anno cresce ulteriormente, 44 gare e 3 reti, per poi terminare la sua ultima temporada, come la chiamano in Spagna, con 6 realizzazioni (suo record personale).

Altro trasferimento e questa volta anche altro paese, Castillejo infatti cambia persino campionato, è il Milan a cercarlo e la Serie A ad attenderlo. Diventa rossonero il 17 agosto 2018, il club di via Aldo Rossi lo acquista a titolo definitivo per 25 milioni di euro e la maglia sarà la numero 7, un numero pesante su dei colori altrettanto impegnativi.

Colori che lo spagnolo conosceva già e anche bene “Conservo ancora oggi una foto di quando avevo 12 anni, ero andato a visitare lo spogliatoio del Milan prima di una partita per poi andare in Duomo con la bandiera rossonera” sottolinea in un’intervista a DAZN”.

I giornali italiani lo accolgono chiamandolo Mister Dribbling e Paolo Maldini spende parole importanti per lui: “Castillejo, per la sua personalità, il suo tipo di gioco e le sue caratteristiche potrà essere una gran sorpresa”. Circa due settimane dopo debutta nel campionato italiano, il 31 agosto, festeggiando con un’importante vittoria dei rossoneri contro la Roma.

Ma la titolarità che si era conquistato in Liga a Milano lascia un po’ a desiderare, nella sua prima stagione infatti gioca 40 gare considerando tutte le competizioni, regalando 4 gol e 4 assist, ma sono ben 24 le volte in cui il numero 7 parte dalla panchina.

Questo però non ha mai spaventato Samu: “Quando è arrivato al Milan ci siamo sentiti e lui si è un po’ confidato su questo tema – racconta Tissone io gli ho semplicemente consigliato di continuare a lavorare come ha sempre fatto anche se non era facile perché arrivava dalle stagione con il Málaga e il Villarreal in cui giocava quasi sempre, ma lui ha lavorato più di prima e in tutte le partite in cui è subentrato, anche solo per pochi minuti, ha dato il massimo. Questa è una caratteristica che gli riconoscono tutti i tifosi milanisti e ora sta raccogliendo meritatamente i frutti del suo lavoro. Anche le critiche sul suo fisico, non le comprendo, per me non è affatto un problema anzi, spesso si fa l’errore di voler irrobustire un giocatore che di per sé è magro e può mantenere una certa freschezza. La cosa importante è saper reggere i 90 minuti ad un certo livello per tante partite consecutive”.

I frutti a cui si riferiscono i Tissone, arrivano proprio nella stagione 2019/20, anche se non inizia nel migliore dei modi, sia per Casti, tra incomprensioni tattiche e infortuni, sia per la squadra, che non riesce a trovare la quadra con Marco Giampaolo, arrivato dopo l’addio di Gennaro Gattuso.

La svolta per il numero 7 è tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, complice l’arrivo di Stefano Pioli e l’addio di Jesus Suso. Il 4-4-2 dell’allenatore emiliano vede Castillejo sul versante destro, dove oltre a dare il suo contributo al reparto offensivo, corre, rincorre e cerca sempre di rendersi utile anche a quello difensivo.

Di questo se ne accorge ben presto anche il suo allenatore, che in panchina non lo vuole proprio più vedere e dopo la vittoria di Cagliari non dimentica di riservargli parole importanti: “Castillejo è un giocatore che ha messo in campo le sue caratteristiche e questo è quello che devono fare i giocatori del Milan, ha grande dinamismo, profondità e ha fatto una partita adatta alle sue caratteristiche, quello di cui avevamo bisogno oggi”.

Nel calcio come nella vita ognuno ha le proprie esigenze, e se il Milan, come sottolinea spesso Pioli, necessita di giocatori che mettano in campo le proprie caratteristiche, il numero 7 aveva bisogno di un leader, carismatico e tecnico. Chi se non Zlatan Ibrahimovic? A guardarli sono gli opposti, tecnicamente, fisicamente, forse anche caratterialmente ma l’impatto che ha avuto lo svedese sullo spagnolo è stato decisivo in questa crescita: “Ha 38 anni e ieri quando abbiamo fatto il lavoro di recupero è arrivato per primo a Milanello – racconta Samu ai microfoni di Sky – Se uno come Ibra che ha vinto tutto fa queste cose, tu che ti chiami Castillejo non lo fai? Per forza. È un giocatore molto esigente in campo, se sbagli un passaggio te lo dice, ti fa tirare fuori tutto quello che hai, stiamo giocando con un campione, un leader, che non cerca solo di fare gol ma anche di far vincere la squadra”.

Insomma una conquista dopo l’altra, senza arrendersi, senza mollare e soprattutto senza mai dimenticare da dove è iniziato tutto, a Malaga infatti insieme al fratello ha fondato la Samu Castillejo Academy, per i giovani calciatori della sua città natale, dove torna appena gli impegni glielo concedono ma anche perchè in fondo è sempre bello tornare dove iniziano i sogni, soprattutto per un ragazzo semplice e umile, come vi avevamo annunciato all’inizio di questa storia.

Beatrice Sarti

Photo Credits: AcMilan.com

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Stefano Eranio a Radio Rossonera: “Non assegnerei lo scudetto. Al Milan serve continuità. Boban doveva aspettare, ma Gazidis…”

Stefano Eranio a Radio Rossonera: “Non assegnerei lo scudetto. Al Milan serve continuità. Boban doveva aspettare, ma Gazidis…”

STEFANO ERANIO A RADIO ROSSONERA – La nostra redazione ha contattato telefonicamente l’ex centrocampista del Milan, Stefano Eranio e abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lui su diverse tematiche d’attualità.

Qui di seguito l’intervista completa:

Calcio – Coronavirus: quali saranno le ripercussioni?

“Il Coronavirus è un problema arrivato in maniera inaspettata, è una situazione di emergenza che non ricordo di aver visto prima, quindi attualmente si sta navigando a vista. Si stanno dando delle date ma per ora ovviamente non c’è nulla di certo. Quello che mi auguro è prima di tutto vincere questa battaglia, poi che si possa terminare nel miglior modo possibile le competizioni anche se non si può dire che quest’annata non sia falsata. Diventa difficile capire come gli stessi atleti possano riprendere dopo un momento così scioccante per tutto il paese”.

Il mondo del calcio poteva gestire meglio l’organizzazione nella fase iniziale di questa situazione?

“È difficile dare delle colpe. Già a livello medico le informazioni erano diverse all’inizio, si diceva fosse poco più di un’influenza e quando arrivano notizie del genere la vita poi continua in maniera normale. Il problema era in Cina, a tanti km da noi, nessuno pensava si arrivasse a una situazione del genere. Parlare da fuori è molto più semplice ma prendere delle decisioni senza sapere di cosa stai parlando non lo era. L’importante in questo momento è essere uniti e gestirla nel miglior modo possibile, anche se siamo di fronte a qualcosa che ci farà navigare nel dubbio finché non uscirà un vaccino e sarà debellato del tutto”.

La Uefa ha provato a stabilire il 24-27 giugno le finali delle coppe europee, per lei è uno scenario credibile razionalmente visto che il virus sta avendo tempistiche diverse nei vari paesi?

“Stanno cercando di dare certezze perchè è giusto provare, nel caso dovesse risolversi tutto. Ci sono di mezzo tante società dove bisogna curare bilanci, ma non solo nel calcio. Il calcio è importante per gli introiti che muove, è giusto salvaguardarlo ma la salute deve essere messa davanti a tutto. Nei momenti di difficoltà questo paese ha sempre dimostrato di sapere emergere, l’Italia ha tutto per farlo”.

Stefano Eranio tradizionalista o progressista: favorevole eventualmente a final four Champions e playoff Scudetto?

“Cercherei di far giocare il più possibile anche se non è una cosa normale, perchè bisognerebbe cercare di incrociare il tutto per le squadre che sono coinvolte nelle competizioni europee perciò sarà difficile. Piuttosto che fare qualcosa di così diverso però cercherei di finirla qua: lo scudetto non lo assegnerei a nessuno, le prime 4 le manderei in Champions League, le successive, come al solito, in Europa League, poi farei salire dalla B le prime due qualificate per la Serie A, senza nessuna retrocessione. Il successivo campionato quindi sarebbe a 22 squadre per poi l’anno dopo farne retrocedere di più, in modo da rendere giustizia a quelle squadre che comunque avevano fatto una buona stagione fino ad ora”.

Il Milan per tornare grande necessita assolutamente di un contatto diretto col passato glorioso o di una strategia totalmente opposta e priva di radici?

“È sempre bello vedere qualcuno che per anni ha vestito la maglia del Milan ai vertici di una società così storica, Maldini così come Baresi sono icone. Bisogna però pianificare cosa si vuole fare. Ovvio che si vorrebbe vincere tutto con pochi soldi ma il Milan storicamente ha vinto quando Silvio Berlusconi ha deciso di investire tanto. Poi l’Atalanta ci insegna che si possono anche fare grandi cose non spendendo tanto, però si contano sulle dita di una mano le società di questo tipo.

Innanzitutto bisogna essere coesi e avere delle idee chiare ma anche se sono sei anni che si dicono queste cose non si sta dando continuità. Le cose diventano grandi quando pezzo per pezzo, anno per anno, costruisci un qualcosa, anche perché creare un qualcosa già è difficile dato che il calcio non è una cosa scientifica, spesso infatti pur prendendo grandi giocatori e spendendo tanto non è detto che i risultati arrivino.

Noi parliamo da fuori e non sappiamo, ma penso che Boban e Maldini stavano lavorando in una certa maniera, con delle problematiche certo, perchè non ci si improvvisa dirigenti, però stavano crescendo. Se poi si cerca di rovinare questo cambiando di nuovo tutto è ovvio che si riparta da zero e così per me non raggiungi nulla a meno che non arrivi un colpo di fortuna, ma io sono più per il miglioramento tassello dopo tassello. Tutti vorrebbero una grande squadra ricca di giovani ed è giusto partire da loro, farli giocare ma con soli giovani diventa difficile intraprendere un percorso quindi ci vuole un giusto mix di esperienza e gioventù capace”.

Lei che ha conosciuto Boban è rimasto sorpreso da quell’intervista o se lo aspettava?

“Sono arrivato al Milan insieme a Zvone, sono stati 5 anni bellissimi, lui è molto intelligente e ha grande personalità. Forse anche la poca esperienza sua da dirigente ha fatto si che potesse uscire così allo scoperto dicendo quelle cose che purtroppo, a tanti, anche se vere, hanno fatto male. Però quando occupi quelle posizioni se non c’è unità di intenti diventa dura. 

Gazidis non lo conosco, è stato chiamato per cercare di monetizzare e portare sponsor, ma purtroppo in questo momento di difficoltà è difficile anche il suo lavoro se i risultati sportivi non sono quelli adeguati. Allo stesso tempo però non si può a metà anno fare uscire certe voci, ma come ho detto, bisogna essere dentro per capire le cose, non so se erano stati avvertiti dello sfogo di Boban, ma magari si sono sentiti un po’ pugnalati alle spalle. Lo sfogo poteva anche essere giusto ma per il bene comune, se rivesti quel ruolo, devi cercare di tutelare la società fino in fondo, fino a che ti senti parte del progetto. Zvone avrebbe avuto modo di sfogare la sua rabbia dopo, forse non era il momento adatto.

Nella stessa posizione, data anche la mia di inesperienza, magari sarei esploso pure io, perchè mi sarei sentito tradito, un conto è se te lo dice la persona un conto sono le voci di corridoio che danno fastidio. Alla fine comunque sono sempre i risultati che decidono la tua posizione, da dirigente sei tu che devi far andare l’azienda, perciò certe situazioni le devi gestire diversamente, invece da calciatore la situazione è tua personale”.

Le piacerebbe tornare a lavorare al Milan? Se si in quale ruolo?

“Io sono un uomo da campo, da lì posso rendermi utile visto quello che è stato il mio percorso da giocatore e allenatore professionista, potrei dare una grande mano a livello tecnico tattico. La famiglia Milan ha sempre avuto direttive precise sull’uomo e sulla qualità, io ho avuto la fortuna di farne parte perciò mi auguro che un giorno possa tornare tutto ciò”.

Beatrice Sarti

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Riccardo Cucchi a Radio Rossonera – La radio, il personaggio, il calcio: “La passione della vita”

Riccardo Cucchi a Radio Rossonera – La radio, il personaggio, il calcio: “La passione della vita”

RICCARDO CUCCHI A RADIO ROSSONERA – “L’emozione non ha voce” cantava Adriano Celentano ma, non ce ne voglia il buon Adriano, permetteteci di dissentire. Certe emozioni “La voce” ce l’hanno, ce l’hanno davvero! E quando le emozioni si intrecciano, si mescolano, si confondono, con un pallone che rotolando sta per varcare una linea di una porta, beh allora quella voce non può che essere quella di Riccardo Cucchi, storico radiocronista di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Abbiamo già avuto il piacere e l’onore di ospitarlo all’interno di qualche nostra trasmissione in passato; oggi ci proponiamo di provare a ricalcare su “carta” i contorni della sua immensa figura professionale attraverso quest… Non vogliamo usare il termine intervista, quanto piuttosto, piccolo racconto che proverà a descrivere, senza presunzione alcuna, la radio, il personaggio e il calcio…

Iniziamo facendo un piccolo, grande passo indietro. Le chiedo di tornare bambino e descriverci quando ha iniziato a sperare e volere che raccontare lo sport diventasse la sua vita?

Nel giorno in cui ho acceso la radio, che peraltro ascoltavo sempre, e ho sentito per la prima volta “Tutto il calcio minuto per minuto”. C’erano le voci di Carosio, di Ameri, di tanti colleghi della prima generazione; con Roberto Bortoluzzi in studio, Ciotti arrivò più tardi così come anche Provenzali… Ero un bambino e chiuso nella mia stanza, evidentemente grazie alla radio, riuscivo a vedere le maglie colorate e il prato verde. Ho imparato ad amare il calcio ascoltando la radio e in quel preciso momento ho sognato di poter fare quel mestiere“.

Per molti, lei è una delle storiche voci di “Tutto il calcio minuto per minuto” ma si è mai chiesto cosa avrebbe fatto nella vita qualora non fosse esistito il calcio? Da ragazzo che altre passioni aveva?

Il mio primo sogno è sempre stato quello di fare il radiocronista ma il mio secondo sogno era fare il musicista. Amo la musica, suonavo il violino, cominciai a suonarlo da ragazzo. Se non avessi fatto altre scelte, chissà, sarei potuto diventare un musicista ma non so quanto bravo. La musica la seguo, è una mia grande passione. Ascolto musica classica e lirica ma amo tutta la musica che dopo il calcio è la mia seconda passione“.

C’è mai stato un momento in cui avrebbe potuto dedicarsi alle telecronache e non alle radiocronache? Se sì, cosa l’ha spinta a rimanere sempre fedele al mezzo radiofonico?

C’è stato un momento in cui mi è stato chiesto. In quell’occasione ho accettato di farlo per esigenze aziendali e per 2 anni, senza però lasciare la radio: ho lavorato in televisione e ho raccontato l’atletica leggera alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992. Ho proseguito fino al 1993 con altre telecronache di atletica leggera ma senza mai abbandonare la radio perché la domenica ero al mio posto in “Tutto il calcio minuto per minuto”. Durante la settimana e soprattutto durante l’estate facevo telecronache di atletica leggera. Quando mi fu chiesto di lasciare la radio e continuare a fare telecronache in televisione  risposi di no e tornai a fare la radio perché la radio è la mia vera passione. Credo che soltanto attraverso questo mezzo io sia stato in grado di esprimermi al massimo delle mie possibilità“.

Cos’è che rende unica la radio rispetto agli altri mass media?

La parola! Perché alla radio la parola è tutto. Mentre in televisione c’è l’immagine e la parola diventa in fondo una “didascalia”, in radio è la parola stessa ad essere immagine. Questo è il grande gioco che mi sono permesso di trasformare in lavoro, che ho avuto la fortuna di trasformare in lavoro: giocare con le parole per raccontare la realtà è qualcosa di affascinante, paragonabile soltanto alla scrittura o alla lettura di un libro. Credo che la radio sia il mezzo che più si avvicina alla letteratura, sono entrambe forme di comunicazione che giocano sulla parola. Attraverso la parola creano immagini in coloro che ascoltano o che leggono e ritengo che tutto ciò sia qualcosa di straordinario“.

La porto a fare un breve ma enorme viaggio tra i ricordi. Lei ha raccontato le principali imprese dell’Italia del pallone (sia come Nazionale che come squadre di club) ma anche quelle olimpiche. C’è un evento sportivo che è accaduto e non ci ha raccontato oppure che non è mai accaduto e che le sarebbe piaciuto raccontare?

Nella mia carriera sono stato molto fortunato. Ho raccontato 8 Olimpiadi e vittorie straordinarie come quelle dei fratelli Abbagnale nel canottaggio, le medaglie d’oro della scherma italiana, Dorina Vaccaroni, Cerioni… Sono tutti personaggi di sport che io ho amato tantissimo come la scherma che dopo il calcio è il mio sport preferito. Con il calcio, e grazie ad esso, ho vissuto emozioni incredibili raccontando 7 Mondiali, Europei, finali di Champions League, decine e di decine di Scudetti. Sì, sono stato molto fortunato e non ho un rammarico se non fosse quello di non aver potuto fare una radiocronaca di calcio femminile: avrei davvero vissuto con piacere quest’emozione ma purtroppo quando ho lasciato la radio il calcio femminile non era ancora esploso in tutta la sua forza così come avvenuto negli ultimi tempi. Mi sarebbe piaciuto davvero tanto raccontare una partita giocata dalle ragazze che, tra l’altro, stanno crescendo tantissimo a livello tecnico, a livello di club ma anche soprattutto a livello di Nazionale“.

A proposito di calcio femminile, secondo lei finalmente in Italia si cominciano ad abbattere certi pregiudizi su questo sport? L’attuale “boom” del calcio femminile può essere considerato figlio di un singolo momento oppure nel nostro paese siamo sulla strada giusta per continuare a seguirlo con passione nel tempo?

Non credo che questo boom sia casuale. Nello sport, specie nel calcio, nulla è mai casuale. In Italia sul calcio femminile, anche se in ritardo magari rispetto ad altre nazioni, si è fatto un gran lavoro. Apro una piccola parentesi sugli Stati Uniti: quando nel 1994, eravamo al seguito della nazionale italiana ai Mondiali, gli azzurri si allenavano in un college alle porte di New York e vi posso assicurare che nei tanti campi da calcio attorno ai quali si allenava la nostra Nazionale c’erano soltanto ragazze. Perché in America, in quegli anni, il calcio era fondamentalmente uno sport femminile. In Italia siamo un po’ in ritardo ma quello che è avvenuto in questi ultimi mesi, e il grande seguito delle azzurre nell’ultimo Mondiale l’ha dimostrato, è frutto di un grande lavoro della federazione italiana gioco calcio e delle società che hanno cercato di dare un impulso a tutto il movimento femminile. Resto convinto che quest’impulso continuerà nel tempo soprattutto se la federazione continuerà a dare attenzione al mondo del calcio femminile; la stessa attenzione che grandi club stanno dando: penso alla Juventus, al Milan, all’Inter, alla Fiorentina… Se tale processo non si fermerà e se ci sarà la giusta organizzazione, le ragazze diventeranno ancora più protagoniste di quanto non lo siano già oggi“.

Anno 2017, Inter-Empoli 2-0, la sua ultima radiocronaca per “Tutto il calcio minuto per minuto”: quali sono le emozioni che le riaffiorano pensando a quella partita?

In quel giorno ho cercato soprattutto di non far vincere le emozioni rispetto a quello che era il mio lavoro: raccontare la partita. Ho cercato di contenere tutto il mio “vulcano” emotivo ma indubbiamente c’è stato un momento nel quale mi sono tremate le ginocchia ovvero quando la curva nord dell’Inter ha mostrato uno striscione di ringraziamento e di saluto nei miei confronti. Striscione che però ho voluto immaginare come un omaggio non solo nei miei riguardi ma anche nei riguardi di chi attraverso la radio ha raccontato nel passato e continua a raccontare anche nel presente il calcio. Sono convinto che i tifosi vivano con maggiore simpatia il racconto di natura radiofonica e dunque anche di chi ne è narratore perché un radiocronista è un po’ come tutti i tifosi presenti allo stadio: usa i suoi occhi per raccontare ciò che vede, esattamente come un qualunque spettatore. Probabilmente da questo punto di vista il radiocronista è più “vicino” al pubblico dello stadio rispetto a quanto può esserlo un telecronista“.

A prescindere dal mezzo utilizzato, che consiglio si sentirebbe di dare ai giovani giornalisti?

Il mio consiglio è di essere leali! Leali con loro stessi e con i loro lettori, ascoltatori, telespettatori etc… Leali significa sinceri. Cito una bellissima definizione data dal grandissimo giornalista Enzo Biagi che definiva il nostro mestiere come l’essere testimoni della realtà. I giornalisti devono essere testimoni della realtà, devono essere leali, non dobbiamo leggere la realtà con gli occhi di chi ha un’idea preconcetta, non dobbiamo essere parziali, dobbiamo essere capaci di far sì che le persone si facciano un’opinione sulla base di una descrizione reale delle cose che vediamo. Sono contrario al giornalismo di parte, che si tratti di politica o di calcio o di qualsiasi altra natura; il giornalista deve rimanere “terzo”, essere un imparziale mediatore tra la realtà e tra coloro che ascoltano, leggono e/o vedono“.

Cosa ha significato e continua a significare il calcio per lei?

Il calcio è la passione della mia vita. Fin da quando a 6/7/8 anni iniziavo a sentire la radio, nei momenti in cui mio papà mi accompagnò all’interno di uno stadio e vidi per la prima volta quel meraviglioso campo verde che catturò il mio sguardo. Una passione che per 40 anni è stata un’emozione da vivere davanti a un microfono ma che è assolutamente tale ancora oggi. La mia vita si è identificata con il calcio e lo stadio per me è un luogo naturale dove vivere. Ancora oggi mi piace entrare in uno stadio, salire i gradini, fermarmi a guardare l’erba del campo, godermi la partita, i gesti tecnici, vivere il tifo delle persone che sono allo stadio. Al termine della mia carriera da radiocronista ho dichiarato il mio essere tifoso della Lazio, mi sono concesso più di una volta il privilegio di andare a vedere la squadra biancoceleste in mezzo ai tifosi. Essere tifoso tra i tifosi dopo tanti anni in cui da ruolo ero obiettivo e terzo. Adesso posso permettermi di essere anche un po’ tifoso ma fondamentalmente come diceva Eduardo Galeano, grande scrittore sudamericano innamorato del calcio, mi sento un “mendicante” quando entro in uno stadio: un mendicante di bellezza, di poesia di gesti tecnici e di passioni. Questo per me è il calcio”.

Chiudiamo con uno piccolo spaccato d’attualità sui prossimi scenari futuri riguardanti le competizioni nazionali ed europee: Le eventuali “final four” per le coppe europee o i “Playoff e Playout” per i campionati possono essere dei cambiamenti che potrebbero risultare formule vincenti per le prossime stagioni o lei è più un “tradizionalista” in merito?

Sono assolutamente un tradizionalista. Non ritengo che il calcio sia uno sport adatto per i Playoff, lo dico con estrema sincerità: a me non piacciono neanche quelli della Serie B. I Playoff vanno bene per il basket, che naturalmente ha un’altra dinamica, un’altra tradizione e un’altra storia rispetto al calcio, ma non credo siano adatti al calcio. Al momento non esistono regole scritte rispetto ad una situazione come quella che stiamo vivendo. Non è mai sostanzialmente successo, nemmeno durante la prima e la seconda guerra mondiale, che un campionato venisse interrotto. Successe nel 1915 e solo dopo qualche anno, 4/5 se non ricordo male, la federazione decise di assegnare lo scudetto al Genoa malgrado non si fosse mai disputata la finale di quel campionato. Nel 1943 il campionato si concluse regolarmente con la vittoria del Torino prima dello scoppio della guerra. Innanzitutto credo che allo stato attuale delle cose sia importante scrivere delle regole. Sarebbe davvero importante scriverle adesso, ovvero prima di sapere se si potrà o no chiudere il campionato. Mi auguro come tutti che si possano giocare le ultime 12 giornate, perché naturalmente significherebbe che siamo usciti da questa grande emergenza che ci circonda tutti, ma se ciò non fosse possibile a causa di quest’emergenza sanitaria, sarebbe importante che nel momento in cui ci fosse questa certezza ci siano già delle regole scritte per evitare polemiche, dietrologie e sospetti; vorrei davvero che ciò non avvenisse“.

*Si ringrazia Riccardo Cucchi per la grande disponibilità e gentilezza.

Donato Boccadifuoco

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