Il mercato futuro non annulla le difficoltà attuali. Forti con le grandi? Ecco perché non è una virtù

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Nel mio editoriale della scorsa settimana avevo già accennato al rischio “trappolone mediatico”. Non vuole essere un’ostentazione del classico “ve l’avevo detto” … lungi da me. Però passare da favorita durante le due settimane di sosta nazionali con tanto di riferimento ai tifosi festanti a possibile terza classificata dopo un deludente e inatteso pareggio interno contro il Bologna, mi sembra un po’ troppo.

Mi rendo conto che isolarsi in queste ultime sette partite sarà molto complicato ma bisogna essere consapevoli che siamo difronte ad una montagna russa dalla quale non si può più scendere. Prima di domenica o si sceglie di salire o si resta a guardare.

Ci si poteva aspettare un Milan con più punti? Certamente si. È diminuita la percentuale di vittoria finale? Assolutamente no.

Il Milan di Pioli è una macchina imperfetta che proverà a regalarsi la vittoria finale. Potrà farlo però ad una sola condizione: non avere paura davanti alla paura di sbagliare.

È quello che succede da qualche mese. Li dove la squadra è chiamata ad un salto “comodo”, accompagnata da un grande entusiasmo, puntuale arriva il tonfo.

Forti con i forti e deboli con deboli. Questo non è un punto di forza ma, al contrario, una debolezza. È la matematica a dirlo. In una stagione, su 38 partite e 114 punti a disposizione, gli scontri diretti sono 12 (6 squadre tra andata e ritorno … Inter, Napoli, Juventus, Atalanta, Roma e Lazio) con 36 punti in palio. Questo semplice calcolo ci dice che con le medio/piccole (con il dovuto rispetto) ci sarebbero 78 punti da conquistare. Più del doppio dei big match.

In questa stagione il Milan è la squadra leader nei big match (giocati 10 fino ad oggi) avendo ottenuto 21 punti su 30. Eppure questo ci permette di essere primi con un solo misero punto sul Napoli e potenzialmente anche sull’Inter.

Si, va bene, la narrazione sulla mentalità vincente che aiuta a trionfare in determinate partite è bella ma allo stesso tempo fine a sè stessa. Fino a prova contraria gli scudetti o le coppe nel calcio non si assegnano ai punti.

È come se ci fosse una frenesia nel dover dimostrare di aver meritato una vittoria prestigiosa o l’obbligo di imporre un gioco per 90’ solo perché si è la capolista. Con umiltà bisogna scendere in campo fieri e orgogliosi di essere imperfetti.

Il tempo delle parole è finito. Bisogna far parlare il campo da Torino fino a Reggio Emilia contro il Sassuolo. Questa squadra che da due anni merita tutto ciò che ha costruito, non deve più farsi schiacciare da quel “trappolone mediatico” che a giorni alterni, ora ti dipinge come grande squadra e domani come inspiegabili “miracolati”.

E in questo discorso rientra anche il mercato. Tutti i nomi fatti, in entrata e in uscita, non possono e non devono minare la serenità del singolo. Quindi lasciamo perdere rumors inutili (non vuole essere un giudizio su fior fiore di giornalisti che svolgono egregiamente il lavoro sul calciomercato). Questo è il meglio che possiamo avere e questi ragazzi devono lottare senza dover dimostrare niente a nessuno.

Aver paura di fallire anche davanti all’entusiasmo di decine di migliaia di tifosi è legittimo. Ma non può e non deve essere un problema limitante. Contro il Bologna 33 tiri e zero gol. Nelle ultime sei partite 106 tiri e soli 4 gol. Certamente è un problema di qualità ma è altresì fondamentale il ruolo giocato dalla maledetta paura di dover dimostrare e sbagliare.

Lunedì, nelle difficoltà, nessun calciatore ha avuto il coraggio di rivolgersi al pubblico per chiedere un supplemento di incitamento. Eppure erano lì in 70mila solo per loro. E come se nelle loro teste passasse il pensiero: “Non vi guardiamo negli occhi perché ci vergogniamo. Sta succedendo ancora”.

Basta! Giocate sereni e liberi.

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