Capello: “Dai ragazzi del Milan grazie a Rivera. Vi racconto il mio 10 ideale”

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Giacomo Todisco
Nato a Milano nel 1998, muove i primi passi nel mondo del giornalismo all' età di 20 anni. Con esperienza in campo sportivo in generale, sfrutta la sua passione per informarsi su gran parte del panorama calcistico. Appassionato di Premier League e Liga spagnola. Tifoso del Milan da sempre.

I numeri dieci, il calcio arabo e Gianni Rivera: così Capello al Corriere

L’ex allenatore del Milan Fabio Capello è intervenuto questa mattina ai microfoni del Corriere della Sera. Nella sua lunga intervista, ampio spazio al valore del numero dieci e al suo passato da calciatore. Di seguito, alcune delle sue parole riportate dal sito del quotidiano.

Cosa vuol dire indossare la dieci?

Fabio Capello, cosa significava, quando tu giocavi al calcio, quel numero 10 sulla maglietta?

«Il numero dieci era qualcuno che aveva qualcosa in più. Per visione di gioco, per doti tecniche, ma soprattutto per carisma. Si era numeri dieci sia in campo che nello spogliatoio. Qualcosa in più, non saprei come altro definirlo».

Ti sembra stia sparendo il numero dieci dal calcio moderno? E forse non solo dal calcio…

«Purtroppo non ce ne sono. Anche in Italia non ce ne sono. L’unico che mi pare abbia qualità da regista e da fantasista è Kevin De Bruyne del City. Quando arriva vicino all’area di rigore mostra capacità realizzativa e quando è dietro vede bene il gioco. Lui mi sembra il più completo. Anche se Guardiola recentemente lo ha spostato più avanti. Lobotka, che forse è uno dei pochi centrali che giocano in Italia, è uno che cuce. Lui però fa dei merletti, cose piccole. È bravo, sa posizionarsi, sa far girare la squadra, ma il suo spazio è piccolo. Le doti le ha, dovrebbe applicarsi a ricami più importanti, avere più ambizione, passare dal merletto alla tovaglia».

Chi è il numero dieci più forte che hai allenato?

«Albertini lo scelsi e lui era molto bravo a dare ordine ma non so dire se fosse un numero dieci come era Suarez. Uno che ha queste caratteristiche oggi è certamente Modric, lui è sempre dove deve stare, ha un senso della posizione e una intelligenza calcistica rare. È un giocatore da “un tocco in meno”. Ci sono centrocampisti pur bravi che indugiano in quel tocco in più che consente agli avversari di chiudere gli spazi. Invece quelli che vedono tutto il campo e prevedono le dinamiche del gioco ancor prima di ricevere il pallone, possono permettersi il “tocco in meno” che mette in difficoltà l’avversario. Sono doti naturali, talento puro».

L’addio al calcio giocato e il movimento Arabo

Cosa è stato per te lasciare il calcio giocato?

«Le mie ginocchia non mi consentivano di continuare. Allora se ti facevi un infortunio al menisco era un dramma, altro che artroscopia. Feci il primo a diciotto anni e il secondo a ventuno. Le ginocchia erano maciullate. Arrivai alla decisione di smettere per questo. Per fortuna, grazie a Gianni Rivera, passai subito a fare una cosa che mi piaceva molto: insegnare calcio ai ragazzi, quelli del Milan. Per questo non ho lasciato quel campo, quell’erba dove ho passato tanta parte della mia vita».

Com’è il calcio in mano agli arabi?

«Mah, è un’alluvione che sta ribaltando tutto, sotto tutti gli aspetti. Bisogna trovare degli argini, non so quali. Certo, finché mettono in gioco quelle disponibilità finanziarie, per i giocatori è difficile dire di no. Non bisogna fare retorica. Il problema del calciatore è che dietro l’angolo c’è l’infortunio che all’improvviso ti può accorciare la carriera o farla finire. E poi è un lavoro che ha un ciclo, finisce quando hai 35 anni. Quindi è comprensibile che i giocatori cerchino di guadagnare il più possibile quando sono nel pieno delle loro capacità. Il problema ora è del calcio europeo, perché stanno andando via giocatori importanti».

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