Caldara: “Il Milan è il mio grande rimpianto, Nesta il mio idolo”

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Piero Mantegazza
Nato in provincia di Como nel 2000, laureato in Economia dei beni culturali e dello spettacolo. Ho mosso i primi passi nel giornalismo a “La Provincia di Como” per poi passare a Radio Rossonera. Raccontare lo sport è la mia passione: calcio e tennis non devono mai mancare. Fin da bambino il focus è il Milan, che è come una seconda famiglia. Innamorato delle bandiere e delle loro ineguagliabili storie, ormai sempre più in via d’estinzione

L’Atalanta, la Juve, il Milan, il Trapani, il Cesena, il Venezia, lo Spezia. Inferno, Purgatorio e Paradiso. In 28 anni Mattia Caldara da Scanzorosciate, paese a 5 km da Bergamo, li ha frequentati tutti. Mettendo dentro questa vita di porte girevoli, un crociato, un tendine d’Achille, un tendine rotuleo, un diploma da ragioniere, l’amore di Nicole, la nascita di due figli. Signori, questo è un uomo. Che ha sognato e gioito toccando il cielo con un dito tra Champions e Nazionale, ma ha vissuto anche lo sconforto più totale. «Col ginocchio così volevo smettere, sì, volevo smettere, non ero più libero di fare quello che volevo». Oggi è un calciatore del Milan (fino al 2024), in prestito allo Spezia, con un ricco contratto, fatto quando era in ascesa, e tanta voglia di continuare a dire la sua. «Se fatto da centrale è meglio. Ho più il controllo della struttura, mi piace verticalizzare, impostare. Mi sposto se serve perché oggi bisogna adattarsi, ma al centro preferisco. L’ho detto anche al tecnico Gotti».

La sua intervista alla Gazzetta dello Sport:

Che tipo è? Lei è reduce da Zanetti a Venezia e ha avuto tanto da Gasperini all’Atalanta, la sua casa da ragazzino.

«Ancora oggi la mia famiglia. La Dea. Mi sento atalantino. Non è solo un club, è un modo di vivere, una cultura. Ho debuttato in A con Colantuono e gli sono ancora grato. Gasp è un genio, il mio maestro, mi ha cresciuto. Senza di lui… Il calcio che oggi si intende fare è il suo, nel senso che quello che lui ha iniziato a fare, ora lo propongono in tanti. Per quel che riguarda i tecnici Zanetti e Gotti, il primo è propositivo, vuole sempre giocare, anche da dietro; l’altro è concreto, pragmatico, riconosce di più le situazioni, vuole sfruttare al meglio le seconde palle. Un mix di Sarri e Gasp».

La sua Atalanta la ritrova da avversaria il 4 gennaio.

«Sarà dura. Dovremo provare a sfruttare le poche occasioni che ci concederanno».

Voi lottate per salvarvi. Al momento siete in porto.

«Lo spirito di squadra c’è, rivolto all’obiettivo, sappiamo che dobbiamo battere le dirette concorrenti. Qualche punto ci manca con dei finali in alcune partite come con Fiorentina e Milan in cui ci è andata male».

A Venezia che cosa è successo?

«Che si sono perse un po’ di certezze a livello mentale».

E lei, dopo il boom all’Atalanta, è andato alla Juve per 18 milioni e subito al Milan, ma da lì il crollo con gli infortuni. Nel passaggio tra Juve che la volle (scambio con Bonucci e Higuain) e Milan (valutazione 35 milioni) si è sentito più un forte calciatore o una plusvalenza?

«Mi sono sempre sentito un giocatore di calcio. Alla Juve feci solo la tournée estiva in America, poi passai al Milan con Gattuso e lì ho avuto i guai fisici. Tanta sfortuna e dolori. Il Milan (una presenza in coppa Italia e una in Europa League, ndr) è il grande rimpianto che avrò per sempre».

Anche se il contrattone lo deve a loro. Come ha investito?

«Una casa per i miei, una per noi, qualcosa per i figli».

Saggio. Testa sulle spalle. Ma uno spritz ogni tanto se lo beve?

«Eccome. Anche due. Mi diverto pure io, eh. Anche se ho voluto diventare padre presto, ho una sola donna in testa e mi basta. Pensi che quest’anno li ho lasciati a Bergamo».

E a Spezia da solo zero tentazioni?

«Vivo in centro, si sta bene, pesce ottimo, mi sono innamorato del pesto. E cerco di giocare al meglio. Ma i casoncelli bergamaschi sono difficili da battere».

Ci sono due suoi compagni che piacciono a tanti: Kiwior e Holm. Forti davvero?

«Sì. Kiwior, difensore, è svelto, ha buone letture, Holm è un quinto che ha una gamba che ho visto raramente. Deve solo capire le sue potenzialità».

Lei lo ha un difensore modello?

«Sì, da sempre Nesta».

E un amico nel calcio?

«Sì, Daniele Mologni, era con me alle giovanili della Dea, quando si usciva da scuola, borsone, panino e via a Zingonia. Ma ora lui fa l’avvocato».

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