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#MercoledìMeteora: Fernando Torres, l’oro che non luccicava più

#MercoledìMeteora: Fernando Torres, l’oro che non luccicava più

“Esulta, come un Torero, sotto la Kop”.

È il 2007. Un giovane ragazzino dai lunghi capelli d’oro e dalle lentiggini che ne segnano il viso firma per il Liverpool. Si chiama Fernando Torres, viene da Madrid. Ha fatto molto bene tra le file dell’Atletico ed è pronto al grande salto. Finisce in Premier League, si unisce ai Reds e il resto è storia. Un paio d’anni da puro dominatore. È veloce, agile, preciso, intelligente. Ha potenza nelle gambe, gestisce in maniera magistrale il proprio corpo. Ma soprattutto, Fernando Torres segna. Tanto. Segna di destro, di sinistro, di testa, di rapina, di precisione, da fuori area. Segna, ed esulta (appunto) come un torero, sotto la curva del Liverpool, la celeberrima Kop.

Paradossalmente, il grande problema della carriera dell’attaccante spagnolo è forse proprio il periodo a Liverpool. Negli anni a venire, col senno di poi, ci si è iniziati a chiedere se avesse semplicemente passato un lunghissimo periodo di overperforming. Dal 2011 in poi Torres non segna praticamente più, non incide più, è lento, spesso compromesso dagli infortuni. Passa al Chelsea, in cui trova probabilmente quello che è l’ultimo lampo della sua storia calcistica. La Champions League del 2011-12, con goal al Camp Nou che elimina il favoritissimo Barcellona.

Goodbye Premier League, Buongiorno Serie A. Il Milan è alla ricerca di un numero 9, le cose a Londra per Torres non vanno benissimo e il matrimonio tra il mattatore di Euro2008 e i rossoneri avviene nell’ormai lontano 2014. C’è un proverbio che dice “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova”. Fortunatamente, Fernando, la strada per lasciare Milanello se l’è ricordata e anche bene dopo quella stagione in rossonero. La parentesi al Milan è, senz’ombra di dubbio, il capitolo più amaro della sua carriera. 10 presenze e 1 gol. Numeri da spavento se ripensiamo al Torres nel suo prime (momento di massima efficacia, n.d.r.).

E come Sansone, che perse la propria forza assieme ai suoi capelli, anche a Fernando Torres il passaggio dal barbiere non porta bene. È letteralmente un altro calciatore. Niente più capelli d’oro, niente più fughe in velocità, niente più reti eccezionali, niente più.

Per sua fortuna riesce a ritrovare un po’ di serenità (i capelli no, il look da bad boy era ormai solo un ricordo) rincasando, come un figliol prodigo, all’Atletico Madrid. Tre anni di discreto livello, una Europa League in tasca e soprattutto tante emozioni. Chiuderà la carriera in Giappone, al Sagan Tosu.

È veramente triste pensare che un giocatore potenzialmente così forte abbia trascorso al Milan i suoi momenti più bui, momenti in cui ha toccato il fondo, momenti da vera e propria meteora.

Enrico Boiani

Photo Credits: Ac Milan

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Ismael Bennacer, the story so far: il talento algerino alla conquista del Milan

Ismael Bennacer, the story so far: il talento algerino alla conquista del Milan

Arles è una tranquilla cittadina del sud della Francia. Di origini antichissime, fondata nel VI secolo a.C. da coloni greci della vicina Marsiglia e fiorita durante l’Impero romano che le ha lasciato in dote il suo simbolo principale – l’anfiteatro ora usato per la Course camarguaise versione incruenta della corrida – nei primi mesi estivi è attorniata dagli infiniti campi di lavanda della Provenza che ne colorano le colline dell’entroterra e riempiono i balconi delle vecchie case in pietra del centro.

È qui che il primo giorno di dicembre del 1997 nasceva Ismael Bennacer: padre marocchino, madre algerina, i genitori di Ismael faticano ad inserirsi appieno nel tessuto sociale e sigillano ancor di più il proprio nucleo familiare. Il piccolo Bennacer è un bimbo timido, riservato, con una grande passione per quella sfera che rotola: gioca a calcio nel cortile della scuola, al parco sotto casa, per le stradine di Arles che non sono poi così tanto cambiate da come le aveva dipinte Van Gogh poco più di un secolo prima.

Inizia anche a giocare per la squadra della città, i gialloblu dell’Arles-Avignon. Dai 10 ai 12 anni il suo allenatore è Max Vanel, storico dirigente della società che ricorda come “Ismael fosse un bambino chiuso capace però di trasformarsi sul campo. Lì spariva tutto e la sua vera personalità si sprigionava, smaliziato, intelligente tatticamente e con una qualità palla al piede fuori dal comune. Al primo torneo su campo ridotto stupì tutti, il talento puro era evidente a chiunque e presto società importanti come il Montpellier vennero a chiederci il cartellino di Ismael. A quel punto la decisione spettava alla famiglia ma il padre di Bennacer rifiutò sempre il trasferimento, voleva che il figlio crescesse in maniera tranquilla, vicino casa. Il padre di Ismael non si è mai perso una partita del figlio, è stato forse il primo ad accorgersi del suo potenziale e gli è sempre stato accanto, guidandolo, dando la giusta disciplina e i consigli fondamentali per provare a fare della propria passione una vera professione. Ne ho visti parecchi di bambini come Bennacer ma pochissimi hanno fatto il grande salto, la differenza spesso la fa proprio la famiglia”.

Aveva un handicap il giovane Bennacer, uno svantaggio fisico che però la qualità dei suoi piedi faceva sparire. Ismael è sempre stato sotto la media per altezza e costituzione, difetti che diventavano trascurabili quando la palla danzava tra il suo piede destro e soprattutto il suo sinistro. Talmente trascurabili che l’ultimo martedì di dicembre del 2014, ad un mese dal suo 17° compleanno, riceve la telefonata del vice allenatore della prima squadra dell’Arles-Avignon. La rosa ha molti infortuni, alle porte c’è il doppio impegno di Coupe de France e Ligue1 e l’allenatore vuole vedere alcuni giovani.

Deve esser andato molto bene Ismael in quegli allenamenti perché sabato 3 gennaio, sul sintetico di Saint-Ouen periferia occidentale di Parigi è il trequartista titolare dell’Arles-Avignon nel 32esimo di finale contro il Red Stars FC, terza serie del campionato francese. Maglia a strisce azzurre e blu, numero 6 sulle spalle, a Ismael servono soltanto 27 minuti per il suo primo gol da professionista, un bel tocco in mezzo alle gambe del portiere in uscita.
Ovviamente di sinistro.

Gioca 88 minuti al suo esordio tra i grandi ma la partita va male, perde 2-1 e l’Arles-Avignon è eliminato al primo turno. Lui però ha fatto un’ottima impressione tanto che venerdì 9 gennaio è di nuovo titolare dietro le due punte sul campo dell’Orleans per il suo esordio in Ligue2, la Serie B francese. Questa volta per Ismael non è una grande gara, all’intervallo viene sostituito e nell’intera seconda parte di stagione giocherà soltanto 290 minuti in prima squadra restando spesso in Under19.

Possono una manciata di gare con le selezioni giovanili francesi e 400 minuti da professionista in sei mesi fare da trampolino ad un giovane? La risposta è sì se prendiamo l’esempio di Bennacer. Nella primavera di quel magico 2015 sono molte le squadre che sondano il terreno con l’Arles-Avignon, nel frattempo giunto sull’orlo della bancarotta: Monaco, Lione, Marsiglia, Roma e Lazio offrono un provino a quel piccolo diciassettenne che sul campo non si ferma proprio mai. Non sono però le uniche che hanno chiesto informazioni su Ismael; da qualche settimana Gilles Grimandi, capo scout di Wenger per la Francia, visiona decine di video del ragazzo, telefona a allenatore e giocatori senior dell’Arles-Avignon per chiedere pareri e giudizi ed infine alza la cornetta per chiamare Ismael: “verresti a fare un provino per l’Arsenal?”

Il giovane algerino prende tempo, vuole parlarne in famiglia e non vorrebbe lasciare la Francia ma l’offerta è di quelle irrinunciabili come dirà in futuro lo stesso Bennacer. Dopo qualche giorno Grimandi si fa di nuovo sentire, ha fretta, anche il Manchester City si è inserito nella corsa per il ragazzo: “allora hai fatto i biglietti per Londra?”, chiede con tono scherzoso. “Sono già sul tavolo della cucina” è la risposta seria di Bennacer.

E così si parte per Londra, con tante paure legate alla nuova città, alla lontananza dalla famiglia e al Ramadan in pieno corso che gli impone il digiuno durante le ore di luce. Al suo fianco ha però già colei che diventerà sua moglie, Chaines e nella mente la convinzione che quella è l’occasione giusta, lui che fin da bambino sognava di fare il calciatore.

Si allena per una settimana con i Gunners sui campi di Shenley sotto lo sguardo dello stesso Gilles Grimandi: “si è aggregato alle squadre under17 e under19, allenandosi tutte le mattine nonostante il Ramadan e finiva ogni seduta distrutto perché oltretutto non era abituato a certi ritmi in allenamento. Eppure chiedeva di poter fare doppia seduta anche al pomeriggio, era determinato come pochi, anzi come nessuno, ho visto centinaia di provini ma mai ho visto la tenacia di Ismael”.

La settimana di prova vola via veloce, c’è da decidere il futuro di Bennacer e nel caso bisogna parlare con l’ArlesAvignon che nel frattempo è pressoché fallita.
“Cosa facciamo del ragazzo in prova?”, chiede Gilles ad Arsene Wenger che ha assistito a parecchi allenamenti di Ismael. La risposta dell’allenatore francese è breve e concisa. “Sistemate tutto con la sua società e fate firmare un contratto di tre anni al ragazzo”.

Eccolo qui quindi il nuovo talento dei Gunners, Ismael Bennacer da Arles, nato in Francia da padre marocchino e madre algerina. Tre nazionalità, un solo sogno da inseguire.

Nella stagione 2015-2016 è aggregato alla squadra Under23 dell’Arsenal che partecipa alla Youth League oltre che al campionato. L’inizio per Ismael non è semplice, Londra è ben diversa dalla piccola Arles e affiorano i primi ripensamenti ma i tanti francofoni della squadra lo aiutano, così come la sua Chaines a casa e sul taccuino del vecchio Arsene Wenger ci finisce presto, prestissimo.
È il 27 ottobre e si gioca l’ottavo di finale di Coppa di Lega inglese. Ismael è stato convocato il giorno prima complice qualche assenza di troppo tra i centrocampisti della prima squadra e siede sulla panchina ospiti dell’Hillsborough Stadium, la casa dello Sheffield Wednesday.

Dopo soli 8 minuti Oxlade-Chamberlain non  riesce a convivere con l’infiammazione al tendine del ginocchio e deve alzare bandiera bianca. Wenger guarda verso la sua panchina, osserva il piccolo algerino ma poi fa entrare il più esperto Theo Walcott. Esordio alla prima convocazione sfumato e fine della fiaba? Certo che no! Dopo altri 10 minuti Walcott ha un risentimento al polpaccio ed arriva così il momento di Bennacer.
Maglia blu e pantaloncini azzurri non dissimili da quelli dell’esordio in Coppa di Francia, numero 36 sulla spalle e scarpini arancioni ai piedi, nel 4-2-3-1 Wenger lo piazza sulla trequarti dietro l’unica punta Giroud, ai lati ha Iwobi e Joel Campbell e alle sue spalle ci sono Kamara e la nostra vecchia conoscenza Mathieu Flamini.

L’emozione è tanta, la partita invece un mezzo disastro. Lo Sheffield, squadra di Championship, travolge l’Arsenal 3-0 eliminandolo dalla Coppa e uno dei capi di accusa a Wenger è proprio l’eccessivo numero di giovani schierati in campo tanto che lo stesso Arsene nel dopo gara ammetterà che per questi ragazzi il livello era troppo alto.

È una bella “botta” per il morale di Ismael che tocca pochi palloni e torna in Under23 (non giocherà più un minuto con la maglia della prima squadra) con il morale sotto i tacchetti.
Ma ormai l’abbiamo imparato a conoscere, la dote migliore di Bennacer è la determinazione e così quella fredda serata di ottobre nel South Yorkshire invece di essere la fine del sogno diventerà l’ennesimo trampolino…

Nel prossimo e ultimo episodio la Youth League con l’Arsenal con la restante parte dell’intervista a Gilles Grimandi, il salutare prestito al Tours e lo sbarco in Italia con le dichiarazioni del suo capitano dell’epoca all’Empoli Manuel Pasqual fino alle recenti statistiche e analisi tattiche del suo primo anno di Milan

Appuntamento a venerdì 3 aprile con la seconda parte!

Simone Cristao

Photo Credits: AcMilan.com

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Scacco Matto: Zac Attack! Il 3-4-3 di Alberto Zaccheroni

Scacco Matto: Zac Attack! Il 3-4-3 di Alberto Zaccheroni

Il Milan di Silvio Berlusconi doveva vincere e convincere. Dopo l’epopea sacchiana, per il presidente rossonero due punte e difesa a quattro erano diventati parte fondamentale del dogma calcistico rossonero. Tutti gli allenatori che hanno provato ad andare oltre i consigli del presidente, si sono in qualche modo ritrovati a doversi confrontare con lui, anche a mezzo stampa.

Ne sa qualcosa Alberto Zaccheroni, il più ‘eretico’ dei tecnici rossoneri durante l’era berlusconiana. Chiamato a sostituire Fabio Capello, l’allenatore romagnolo si presentò a Milanello nell’estate del 1998 forte degli ottimi risultati conseguiti alla guida dell’Udinese.

E proprio a Udine Zac aveva maturato quella proposta tattica che prevedeva una linea difensiva composta da tre difensori centrali. Una vera difesa a tre (non a cinque camuffata) mutuata dal Barcellona di Cruijff. Rispetto ai blaugrana, Zaccheroni aveva però proposto una linea di centrocampo a quattro, con due interni affiancati da due laterali con caratteristiche prettamente offensive.

Si arriva così a quel Milan, che schierava Abbiati fra i pali (titolare dal 24 gennaio, vittoria a Bologna, in sostituzione di Seba Rossi) Maldini, Costacurta e Sala (o N’Gotty) in difesa; Helveg, Albertini, Ambrosini e Guglielminpietro a centrocampo; Boban (o Leonardo), Bierhoff e Weah in attacco. Con questa formazione tipo e con l’apporto fondamentale della panchina (soprattutto di Maurizio Ganz, autore di 5 reti che valsero 8 punti), il Milan conquistò il suo 16° scudetto, nell’anno del centenario club, dopo una fenomenale rimonta ai danni della Lazio. Rimonta che fu costituita da sette partite vinte consecutivamente e che coincise con un cambio di modulo, con i rossoneri che passarono al 3-4-1-2 con Boban trequartista alle spalle delle due punte.

Fu, quello, un momento storico durante il quale le tre punte (novità in casa Milan) erano argomento molto gettonato e il 3-4-3, forte dei successi di Zaccheroni e di Malesani (anche se il suo era più un 3-4-2-1) era sulla bocca di addetti ai lavori, fans e media.

Dal punto di vista del modello di gioco, il Milan di Zac cercava di costruire dal basso (solo 5 a partita i rinvii di piede di Abbiati, contro una media di 6.9 degli altri portieri della serie A in quella stagione), invitando i propri difensori centrali a giocare palla senza remore. La risalita del campo era affidata ai centrocampisti. Fin da subito comincia quel ‘gioco delle coppie’ che caratterizzava l’interpretazione del 3-4-3 di Zaccheroni: i movimenti infatti erano combinati, con il giocatore più vicino al portatore di palla che dettava il suo e con il compagno più vicino che ne eseguiva uno opposto.

Così, i centrocampisti centrali lavoravano sempre in corto – lungo o, nel caso dei giocatori esterni, sullo stretto largo. Ad esempio, con palla al centrocampista centrale di destra, la punta esterna poteva restare larga o venire all’interno del campo mentre il laterale di centrocampo sul lato palla si doveva muovere di conseguenza. In pratica, ogni giocatore aveva un punto di rifermento nel compagno più vicino, in modo da legare i giocatori a due a due. Lo smarcamento avveniva idealmente per linee diagonali, con tempi di gioco dati dalla presa visione del compagno in possesso palla.

Una soluzione alternativa a quanto esposto era costituita dalla palla lunga per la spizzata di Bierhoff, giocata attuata anche in transizione, tanto è vero che, al termine della stagione, Abbiati aveva giocato 51 palloni verso l’ex centravanti dell’Ascoli e Sala ben 118.

Questo anche in fase di non possesso, dove i riferimenti erano la palla, il compagno sul lato forte, l’avversario su quello debole. In generale, il Milan in fase difensiva tendeva ad aspettare gli avversari con Bierhoff appena sopra il cerchio di centrocampo, con la squadra corta e stretta, allo scopo di creare spazio oltre la linea difensiva avversaria da attaccare poi una volta riconquistata palla attraverso un’azione combinata di pressing e raddoppi.

Con questa filosofia di gioco Zaccheroni riuscì a riportare il Milan sul tetto d’Italia, dopo le deludenti stagioni precedenti, segnate dal fallito esperimento Tabárez e dai ritorni infruttuosi di Sacchi e Capello.

Michele Tossani (https://lagabbiadiorrico.com)

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Samu Castillejo, il cuore dietro l’apparenza: dalla Rosaleda sulla pelle alla grinta mai persa

Samu Castillejo, il cuore dietro l’apparenza: dalla Rosaleda sulla pelle alla grinta mai persa

La storia di Samu Castillejo è una storia semplice, genuina, senza colpi di testa o troppe follie adolescenziali. Dietro al suo appariscente biondo platino e il suo abbigliamento tutto fuorché sobrio, si nasconde un ragazzo stranamente “normale”, si perché al giorno d’oggi è più strano essere normali che viceversa.

Ma torniamo alle origini …

Samuel Castillejo Azuaga nasce a Málaga, in Andalusia, il 18 gennaio 1995. Ha solo 9 anni quando muove i suoi primi passi nel mondo del calcio, l’Explanada FS infatti è la prima squadra in cui Samu inizia a capire cosa sia lo sport che caratterizzerà la sua vita.

Dopo 2 anni, nel 2006 arriva il suo primo trasferimento e continua la sua avventura nell’UD Mortadelo, club che gli permetterà di fare il suo primo vero salto. È qui infatti che verrà notato dagli osservatori del Málaga, soprannominati i “Boquerones” (le acciughe), che non persero tempo e già nel 2007 fecero vestire a un Castillejo di soli 12 anni la maglia biancazzurra. Dopo aver mostrato le sue qualità nel vivaio della società andalusa per ben 3 campionati, a soli 16 anni debutta nell’Atlético Malagueño, la seconda squadra del Málaga che gioca in Serie C.

Nella stagione 2013/14, gioca insieme a Cristian Tissone, ex centrocampista argentino dell’Atalanta, che ci ha raccontato qualche aneddoto sull’attaccante spagnolo:

“Sono stato subito sorpreso dalla sua qualità perché era uno dei più giovani di quella squadra pur avendo già un anno di esperienza in quella categoria. Parlando con i miei compagni dell’epoca mi dissero che lui qualche anno prima era già stato convocato dalla Nazionale spagnola Under 15 ed eravamo certi che in poco tempo sarebbe arrivato in prima squadra. Così è stato, l’inizio e il finale di stagione furono impressionanti, tanti gol e assist, fu decisivo per noi tanto che poi fece il ritiro precampionato con la prima squadra restandoci già nella stagione successiva”.

Proprio in quel ritiro, insieme a Samu, c’è anche Fernando Tissone, ex centrocampista di Udinese, Atalanta e Sampdoria e fratello di Cristian.

In quel periodo, quando disputammo la tournée in Australia si erano aggregati 8/9 giocatori delle giovanili e uno di loro era proprio Samu, fece molto bene e vinse il premio come miglior giocatore in uno dei tornei che disputammo. Da quel momento diventò un giocatore davvero importante per il Málaga, riuscì a prendersi il suo spazio all’interno della squadra fino a diventarne un titolare fisso”.

Ma dietro al salto di un giocatore in ascesa c’è sempre un allenatore che riveste un ruolo decisivo, e in questa storia, possiamo attribuirlo a Javi Gracia.

L’allenatore che ha saputo capire meglio Samu è stato Javi Gracia – ha rivelato ai nostri microfoni Dani Marín, giornalista spagnolo che l’ha seguito al Málaga e al Villarreal – innanzitutto perché è stato lui a dargli la possibilità di mostrarsi e da lì a un anno grazie a questa chance è esploso. Ha iniziato a pensare più velocemente ed è anche migliorato molto tatticamente, adattandosi molto bene alle richieste, soprattutto all’equilibrio che sempre chiedeva Gracia”.

Samu Castillejo fa il suo debutto in Liga, proprio grazie all’allenatore spagnolo, il 29 agosto 2014, subentrando al posto di Juanmi nel match perso 3-0 contro il Valencia. Da lì colleziona 14 presenze e 8 risultati utili consecutivi.

Ma in quale ruolo giocava lo spagnolo all’inizio della sua carriera? Successivamente è cambiato qualcosa?

All’Atlético Malagueño giocavamo con il 4-2-3-1 o con il 4-4-2 e lui faceva l’esterno offensivo sia a destra che a sinistra – precisa Cristian Tissonementre al Málaga giocava più spesso sulla fascia sinistra rispetto alla destra perché il loro modo di giocare prediligeva più il piede naturale che quello invertito”.

Al Villarreal giocava sia nel 4-4-2 che nel 4-2-3-1 – ci spiega invece Dani Marínin quest’ultima posizione non doveva scendere troppo a difendere e aveva più libertà anche perché il suo punto forte è l’uno contro uno che lo porta poi al tiro. Al Málaga giocava nel 4-4-2 ma penso che il migliore rendimento di Samu l’abbiamo visto durante il suo ultimo anno al Villarreal, stagione che gli ha permesso di essere poi notato dal Milan”.

Nel racconto di questa storia non eravamo ancora arrivati a parlare del Villarreal, squadra e società che ha contribuito a lanciare ancora di più Castillejo nel calcio europeo.

Lo spagnolo approda al cosiddetto sottomarino giallo (Submarino Amarillo) nell’estate del 2015 per 8 milioni di euro, controvoglia sì, infatti Málaga gli è sempre rimasta nel cuore – ci precisa sempre Marín – tanto da tatuarsi La Rosaleda (lo stadio dei biancazzurri) sulla pelle.

Nonostante ciò Samu non si perde d’animo e nella sua prima stagione tra Liga, Europa League e Coppa di Spagna gioca 45 partite, realizzando 2 gol. Durante il suo secondo anno cresce ulteriormente, 44 gare e 3 reti, per poi terminare la sua ultima temporada, come la chiamano in Spagna, con 6 realizzazioni (suo record personale).

Altro trasferimento e questa volta anche altro paese, Castillejo infatti cambia persino campionato, è il Milan a cercarlo e la Serie A ad attenderlo. Diventa rossonero il 17 agosto 2018, il club di via Aldo Rossi lo acquista a titolo definitivo per 25 milioni di euro e la maglia sarà la numero 7, un numero pesante su dei colori altrettanto impegnativi.

Colori che lo spagnolo conosceva già e anche bene “Conservo ancora oggi una foto di quando avevo 12 anni, ero andato a visitare lo spogliatoio del Milan prima di una partita per poi andare in Duomo con la bandiera rossonera” sottolinea in un’intervista a DAZN”.

I giornali italiani lo accolgono chiamandolo Mister Dribbling e Paolo Maldini spende parole importanti per lui: “Castillejo, per la sua personalità, il suo tipo di gioco e le sue caratteristiche potrà essere una gran sorpresa”. Circa due settimane dopo debutta nel campionato italiano, il 31 agosto, festeggiando con un’importante vittoria dei rossoneri contro la Roma.

Ma la titolarità che si era conquistato in Liga a Milano lascia un po’ a desiderare, nella sua prima stagione infatti gioca 40 gare considerando tutte le competizioni, regalando 4 gol e 4 assist, ma sono ben 24 le volte in cui il numero 7 parte dalla panchina.

Questo però non ha mai spaventato Samu: “Quando è arrivato al Milan ci siamo sentiti e lui si è un po’ confidato su questo tema – racconta Tissone io gli ho semplicemente consigliato di continuare a lavorare come ha sempre fatto anche se non era facile perché arrivava dalle stagione con il Málaga e il Villarreal in cui giocava quasi sempre, ma lui ha lavorato più di prima e in tutte le partite in cui è subentrato, anche solo per pochi minuti, ha dato il massimo. Questa è una caratteristica che gli riconoscono tutti i tifosi milanisti e ora sta raccogliendo meritatamente i frutti del suo lavoro. Anche le critiche sul suo fisico, non le comprendo, per me non è affatto un problema anzi, spesso si fa l’errore di voler irrobustire un giocatore che di per sé è magro e può mantenere una certa freschezza. La cosa importante è saper reggere i 90 minuti ad un certo livello per tante partite consecutive”.

I frutti a cui si riferiscono i Tissone, arrivano proprio nella stagione 2019/20, anche se non inizia nel migliore dei modi, sia per Casti, tra incomprensioni tattiche e infortuni, sia per la squadra, che non riesce a trovare la quadra con Marco Giampaolo, arrivato dopo l’addio di Gennaro Gattuso.

La svolta per il numero 7 è tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, complice l’arrivo di Stefano Pioli e l’addio di Jesus Suso. Il 4-4-2 dell’allenatore emiliano vede Castillejo sul versante destro, dove oltre a dare il suo contributo al reparto offensivo, corre, rincorre e cerca sempre di rendersi utile anche a quello difensivo.

Di questo se ne accorge ben presto anche il suo allenatore, che in panchina non lo vuole proprio più vedere e dopo la vittoria di Cagliari non dimentica di riservargli parole importanti: “Castillejo è un giocatore che ha messo in campo le sue caratteristiche e questo è quello che devono fare i giocatori del Milan, ha grande dinamismo, profondità e ha fatto una partita adatta alle sue caratteristiche, quello di cui avevamo bisogno oggi”.

Nel calcio come nella vita ognuno ha le proprie esigenze, e se il Milan, come sottolinea spesso Pioli, necessita di giocatori che mettano in campo le proprie caratteristiche, il numero 7 aveva bisogno di un leader, carismatico e tecnico. Chi se non Zlatan Ibrahimovic? A guardarli sono gli opposti, tecnicamente, fisicamente, forse anche caratterialmente ma l’impatto che ha avuto lo svedese sullo spagnolo è stato decisivo in questa crescita: “Ha 38 anni e ieri quando abbiamo fatto il lavoro di recupero è arrivato per primo a Milanello – racconta Samu ai microfoni di Sky – Se uno come Ibra che ha vinto tutto fa queste cose, tu che ti chiami Castillejo non lo fai? Per forza. È un giocatore molto esigente in campo, se sbagli un passaggio te lo dice, ti fa tirare fuori tutto quello che hai, stiamo giocando con un campione, un leader, che non cerca solo di fare gol ma anche di far vincere la squadra”.

Insomma una conquista dopo l’altra, senza arrendersi, senza mollare e soprattutto senza mai dimenticare da dove è iniziato tutto, a Malaga infatti insieme al fratello ha fondato la Samu Castillejo Academy, per i giovani calciatori della sua città natale, dove torna appena gli impegni glielo concedono ma anche perchè in fondo è sempre bello tornare dove iniziano i sogni, soprattutto per un ragazzo semplice e umile, come vi avevamo annunciato all’inizio di questa storia.

Beatrice Sarti

Photo Credits: AcMilan.com

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Stefano Eranio a Radio Rossonera: “Non assegnerei lo scudetto. Al Milan serve continuità. Boban doveva aspettare, ma Gazidis…”

Stefano Eranio a Radio Rossonera: “Non assegnerei lo scudetto. Al Milan serve continuità. Boban doveva aspettare, ma Gazidis…”

STEFANO ERANIO A RADIO ROSSONERA – La nostra redazione ha contattato telefonicamente l’ex centrocampista del Milan, Stefano Eranio e abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lui su diverse tematiche d’attualità.

Qui di seguito l’intervista completa:

Calcio – Coronavirus: quali saranno le ripercussioni?

“Il Coronavirus è un problema arrivato in maniera inaspettata, è una situazione di emergenza che non ricordo di aver visto prima, quindi attualmente si sta navigando a vista. Si stanno dando delle date ma per ora ovviamente non c’è nulla di certo. Quello che mi auguro è prima di tutto vincere questa battaglia, poi che si possa terminare nel miglior modo possibile le competizioni anche se non si può dire che quest’annata non sia falsata. Diventa difficile capire come gli stessi atleti possano riprendere dopo un momento così scioccante per tutto il paese”.

Il mondo del calcio poteva gestire meglio l’organizzazione nella fase iniziale di questa situazione?

“È difficile dare delle colpe. Già a livello medico le informazioni erano diverse all’inizio, si diceva fosse poco più di un’influenza e quando arrivano notizie del genere la vita poi continua in maniera normale. Il problema era in Cina, a tanti km da noi, nessuno pensava si arrivasse a una situazione del genere. Parlare da fuori è molto più semplice ma prendere delle decisioni senza sapere di cosa stai parlando non lo era. L’importante in questo momento è essere uniti e gestirla nel miglior modo possibile, anche se siamo di fronte a qualcosa che ci farà navigare nel dubbio finché non uscirà un vaccino e sarà debellato del tutto”.

La Uefa ha provato a stabilire il 24-27 giugno le finali delle coppe europee, per lei è uno scenario credibile razionalmente visto che il virus sta avendo tempistiche diverse nei vari paesi?

“Stanno cercando di dare certezze perchè è giusto provare, nel caso dovesse risolversi tutto. Ci sono di mezzo tante società dove bisogna curare bilanci, ma non solo nel calcio. Il calcio è importante per gli introiti che muove, è giusto salvaguardarlo ma la salute deve essere messa davanti a tutto. Nei momenti di difficoltà questo paese ha sempre dimostrato di sapere emergere, l’Italia ha tutto per farlo”.

Stefano Eranio tradizionalista o progressista: favorevole eventualmente a final four Champions e playoff Scudetto?

“Cercherei di far giocare il più possibile anche se non è una cosa normale, perchè bisognerebbe cercare di incrociare il tutto per le squadre che sono coinvolte nelle competizioni europee perciò sarà difficile. Piuttosto che fare qualcosa di così diverso però cercherei di finirla qua: lo scudetto non lo assegnerei a nessuno, le prime 4 le manderei in Champions League, le successive, come al solito, in Europa League, poi farei salire dalla B le prime due qualificate per la Serie A, senza nessuna retrocessione. Il successivo campionato quindi sarebbe a 22 squadre per poi l’anno dopo farne retrocedere di più, in modo da rendere giustizia a quelle squadre che comunque avevano fatto una buona stagione fino ad ora”.

Il Milan per tornare grande necessita assolutamente di un contatto diretto col passato glorioso o di una strategia totalmente opposta e priva di radici?

“È sempre bello vedere qualcuno che per anni ha vestito la maglia del Milan ai vertici di una società così storica, Maldini così come Baresi sono icone. Bisogna però pianificare cosa si vuole fare. Ovvio che si vorrebbe vincere tutto con pochi soldi ma il Milan storicamente ha vinto quando Silvio Berlusconi ha deciso di investire tanto. Poi l’Atalanta ci insegna che si possono anche fare grandi cose non spendendo tanto, però si contano sulle dita di una mano le società di questo tipo.

Innanzitutto bisogna essere coesi e avere delle idee chiare ma anche se sono sei anni che si dicono queste cose non si sta dando continuità. Le cose diventano grandi quando pezzo per pezzo, anno per anno, costruisci un qualcosa, anche perché creare un qualcosa già è difficile dato che il calcio non è una cosa scientifica, spesso infatti pur prendendo grandi giocatori e spendendo tanto non è detto che i risultati arrivino.

Noi parliamo da fuori e non sappiamo, ma penso che Boban e Maldini stavano lavorando in una certa maniera, con delle problematiche certo, perchè non ci si improvvisa dirigenti, però stavano crescendo. Se poi si cerca di rovinare questo cambiando di nuovo tutto è ovvio che si riparta da zero e così per me non raggiungi nulla a meno che non arrivi un colpo di fortuna, ma io sono più per il miglioramento tassello dopo tassello. Tutti vorrebbero una grande squadra ricca di giovani ed è giusto partire da loro, farli giocare ma con soli giovani diventa difficile intraprendere un percorso quindi ci vuole un giusto mix di esperienza e gioventù capace”.

Lei che ha conosciuto Boban è rimasto sorpreso da quell’intervista o se lo aspettava?

“Sono arrivato al Milan insieme a Zvone, sono stati 5 anni bellissimi, lui è molto intelligente e ha grande personalità. Forse anche la poca esperienza sua da dirigente ha fatto si che potesse uscire così allo scoperto dicendo quelle cose che purtroppo, a tanti, anche se vere, hanno fatto male. Però quando occupi quelle posizioni se non c’è unità di intenti diventa dura. 

Gazidis non lo conosco, è stato chiamato per cercare di monetizzare e portare sponsor, ma purtroppo in questo momento di difficoltà è difficile anche il suo lavoro se i risultati sportivi non sono quelli adeguati. Allo stesso tempo però non si può a metà anno fare uscire certe voci, ma come ho detto, bisogna essere dentro per capire le cose, non so se erano stati avvertiti dello sfogo di Boban, ma magari si sono sentiti un po’ pugnalati alle spalle. Lo sfogo poteva anche essere giusto ma per il bene comune, se rivesti quel ruolo, devi cercare di tutelare la società fino in fondo, fino a che ti senti parte del progetto. Zvone avrebbe avuto modo di sfogare la sua rabbia dopo, forse non era il momento adatto.

Nella stessa posizione, data anche la mia di inesperienza, magari sarei esploso pure io, perchè mi sarei sentito tradito, un conto è se te lo dice la persona un conto sono le voci di corridoio che danno fastidio. Alla fine comunque sono sempre i risultati che decidono la tua posizione, da dirigente sei tu che devi far andare l’azienda, perciò certe situazioni le devi gestire diversamente, invece da calciatore la situazione è tua personale”.

Le piacerebbe tornare a lavorare al Milan? Se si in quale ruolo?

“Io sono un uomo da campo, da lì posso rendermi utile visto quello che è stato il mio percorso da giocatore e allenatore professionista, potrei dare una grande mano a livello tecnico tattico. La famiglia Milan ha sempre avuto direttive precise sull’uomo e sulla qualità, io ho avuto la fortuna di farne parte perciò mi auguro che un giorno possa tornare tutto ciò”.

Beatrice Sarti

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Milan-Genoa, la parola ai protagonisti

Milan-Genoa, la parola ai protagonisti

MILAN-GENOA 1-2, PIOLI: “NESSUN ALIBI, PERSO PER NOSTRI DEMERITI”

“Il caos societario e le porte chiuse non giustificano una sconfitta maturata solo per nostri demeriti”.

Non cerca alibi, Stefano Pioli, nel commentare il kappaò con il Genoa, in un clima surreale non solo per un San Siro a porte chiuse ma anche per le vicissitudini societarie che in settimana hanno reso incandescente l’ambiente rossonero. 

“Senza tifosi non c’è calcio, ma la sconfitta di oggi è dovuta solo a nostri demeriti – ha affermato il tecnico emiliano -. In settimana avevamo lavorato bene, oggi dovevamo essere più lucidi. Abbiamo fatto 22 tiri centrando la porta solo 3 volte. Le vicende societarie e l’assenza di pubblico contano poco”. 

Analizzando la partita, Pioli aggiunge: “Abbiamo giocato la maggior parte della partita nella loro metà campo ma ci è mancata determinazione sottoporta. Avevamo una grande occasione per sistemare la classifica e provare a reagire in un contesto così delicato. Nel primo tempo Ibra si è abbassato tanto, forse troppo; nel secondo ho inserito Leao perché doveva stare più vicino ad Ibra, ma molto spesso non ci è riuscito. In fase difensiva, invece, siamo stati poco solidi, abbiamo concesso tre tiri in porta e subito due gol”. 

Tornando alle vicende societarie, Pioli è stato incalzato sulle parole di Boban a Il Giornale, secondo cui l’arrivo di Ragnick sarebbe stato definito da Gazidis già nel mese di dicembre. “Ho letto ma devo rimanere concentrato sul mio lavoro. Non penso al futuro, lavoro in club prestigioso e devo finire al meglio la stagione. Al termine del campionato succederà quello che dovrà succedere”. 

Chiosa finale sullo stato mentale della squadra per l’emergenza Coronavirus e le diverse ipotesi di stop al campionato: “Ripeto: la sconfitta di oggi è figlia di nostre responsabilità, ma era la terza volta che rischiavamo di non giocare una partita a ridosso del fischio d’inizio. Siamo partiti da Milanello senza sapere ciò che sarebbe accaduto. In generale – ha concluso Pioli – il Paese sta vivendo una situazione drammatica e di emergenza, ma ci sono persone più adatte di me a prendere decisioni. Noi siamo qui per lavorare e provare a trasmettere positività”. 

NICOLA

Non si è potuto godere l’abbraccio dei tifosi ma, a fine gara, Davide Nicola ha voluto dedicare il successo al suo pubblico. “Il gesto del saluto finale era per salutare simbolicamente la nostra gente – ha detto il tecnico del Grifone -. Faccio i complimenti ai ragazzi, non era facile in un clima così surreale”. 

Mister Nicola ha poi analizzato l’andamento del match: “Ci siamo abbassati troppo per merito del Milan, squadra molto abile nel far girare palla. I nostri due esterni sono principalmente difensivi, questo ci ha portato ad abbassare il baricentro. La scelta di Biraschi esterno era per contenere Rebic e Theo Hernandez. Ibra si sfilava sempre dalla parte cieca e con Romero volevamo avere più struttura difensiva. Abbiamo interpretato bene la gara, ho visto che c’è una squadra di uomini che favorisce ogni progetto tecnico o tattico”.

Battuta finale per la richiesta dell’Assocalciatori di sospendere il campionato: “Ho apprezzato molto l’intervista di Klopp. Non abbiamo competenze su cosa sia giusto fare. Un allenatore non può decidere qualcosa che non gli spetta; dobbiamo solo adattarci”.

Enrico Aiello

Photo Credits: AcMilan.com 

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Yvonne Gabriel (Bild) a Radio Rossonera: “Il Milan vuole Rangnick e lui è molto interessato. Trattativa in corso”

Yvonne Gabriel (Bild) a Radio Rossonera: “Il Milan vuole Rangnick e lui è molto interessato. Trattativa in corso”

YVONNE GABRIEL A RADIO ROSSONERA – Aumentano le voci che indicano Ralf Rangnick come il possibile prossimo allenatore del Milan. Nel tentativo di capirne di più e di provare a conoscere meglio lo stesso Rangnick, la nostra redazione ha raggiunto Yvonne Gabriel: giornalista della Bild. Qui di seguito, l’intervista completa:

Nelle ultime settimane Ralf Rangnick è stato indicato da molti media internazionali come il nuovo allenatore del Milan. Quali sono le notizie in tuo possesso? In ogni caso pensi che possa ricoprire entrambi i ruoli di direttore sportivo e allenatore?

La situazione è la stessa che abbiamo riportato alla fine di gennaio. Il Milan vuole Rangnick e lui è molto interessato: la trattativa è in corso. Rangnick è alla ricerca di una nuova sfida e sicuramente non è soddisfatto del suo attuale ruolo di consulente per i Club del mondo Red-Bull. Rangnick ha sempre voluto lavorare in un paese straniero. In realtà lui mirava alla Premier League ma in passato non c’è stata alcuna offerta concreta, solo un contatto con l’Everton. Il Milan, anche se non è l’Inghilterra, rimane il Milan, quindi non una cattiva destinazione. Sono convinta che il doppio ruolo di direttore sportivo e allenatore sia perfetto per lui. Lo ha già dimostrato due volte in passato, all’Hoffenheim e al Lipsia. Rangnick è un personaggio forte e ambizioso, ha bisogno di avere il pieno potere in un Club. Questo è uno dei motivi per i quali ha avuto tanto successo a Lipsia, non è solo un allenatore ma sempre molto di più“.

Pensi che possa applicare i suoi metodi di lavoro anche in un grande Club come il Milan? La pressione di tifosi e media qui è molto alta e non gli sarebbe concesso molto tempo prima di portare i primi risultati…

Sarà eccitante da vedere. Rangnick ha iniziato all’Hoffenhaim e al Lipsia quando i Club erano noti in pratica solo agli addetti ai lavori e le aspettative erano basse. Ha avuto meno successo allo Schalke04, un grande Club con grande attenzione mediatica, grandi aspettative da parte della tifoseria e con una lunga trafila all’interno del Club da dover seguire per prendere ogni decisione. Quest’ultimo aspetto è proprio ciò che Rangnick non vuole. Quindi il Milan deve prendere una decisione: fiducia al 100% a Rangnick oppure il rapporto non funzionerà. Al di là di questo lui porta sempre molta passione, energia ed esperienza lavorativa, non importa quanto grande sia il Club. E dopo un anno lontano dai riflettori sono certa che voglia dimostrar ancor di più ciò di cui è ancora capace“.

Ci racconti qualcosa del Rangnick persona? Come gestisce i rapporti con i giocatori e con i media?

Ralf Rangnick è sempre stato leale e onesto con la stampa. In generale è molto ambizioso e si impegna sempre a fondo. Questo impegno quasi ossessivo può essere difficile da gestire e può essere fastidioso per le persone che lo circondano ma alla fine è proprio ciò che può fare la differenza. Con i giocatori ha relazioni molto strette. A Lipsia, vista la giovane storia del Club quando Rangnick lasciò il Club la scorsa estate c’erano soltanto giocatori portati da lui. Molti di loro come ad esempio Emil Forsberg e Yussuf Poulsen sono molto grati per gli anni trascorsi insieme, anni che hanno permesso un loro miglioramento costante fino a diventare piccole star“.

Ci puoi raccontare qualche aneddoto che spieghi meglio ai tifosi chi è Ralf Rangnick?

Ne racconterò un paio: il primo dimostra cosa intendo per “essere ambizioso ma anche complicato”: in una partita di Coppa contro il Bayern Monaco nel 2017 Rangnick non era soddisfatto di una decisione presa dall’arbitro. Aveva ragione ma era troppo eccessivo il modo in cui stava mostrando la sua rabbia. All’intervallo si precipitò in campo camminando dritto verso l’arbitro, mostrandogli le foto sul suo cellulare che dimostravano quanto avesse ragione. Ma il modo di protestare era talmente agitato che furono gli stessi giocatori del Lipsia a calmarlo. Ha un grande senso della giustizia che a volte lo acceca e lo porta a esagerare, tanto che in quella occasione fu obbligato a pagare una multa. Il secondo aneddoto vuol dimostrare invece cosa intend io per “essere più che un allenatore”: Rangnick vuole sempre controllare tutto nel club. Vuole sempre assicurarsi che i giocatori rimangano umili, con un grande spirito di squadra ed è convinto che questo sia uno dei segreti del successo del Lipsia. Ecco perché ad esempio decise che tutti i giocatori potessero ricevere un’auto aziendale adatta alla loro età: se non superavi i 21 anni potevi avere soltanto un’auto aziendale con una cilindrata non elevata“.

Simone Cristao

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Milan-Genoa, il focus sui nostri avversari della prossima giornata

Milan-Genoa, il focus sui nostri avversari della prossima giornata

MILAN-GENOA – Dopo il pareggio di Firenze, il Milan si appresta ad affrontare un avversario che all’andata costò la panchina a Giampaolo, nonostante la vittoria del Diavolo. Andiamo a scoprirlo meglio.

Ultimo precedente

L’ultimo precedente a San Siro tra Milan e Genoa risale al 31 ottobre 2018 e terminò 2 a 1 per i rossoneri con reti di Suso e Romagnoli, che con autogol propiziò il momentaneo pareggio del Grifone.

Precedenti famosi

Uno dei precedenti più ricordati è quello della stagione 2009/2010, che registrò il maggior numero di gol negli incroci tra le due squadre. Terminò infatti 5 a 2 per il Milan. I rossoneri andarono sotto con il gol di Sculli ma si ripresero con la doppietta di Borriello e le reti di Ronaldinho, Thiago Silva e Huntelaar su rigore, prima del secondo gol del Genoa firmato Suazo.

Ultime gare del Genoa

Il Genoa arriva allo scontro da terzultima in classifica reduce dalla sconfitta con la Lazio, che ha seguito le vittorie con Bologna e Cagliari e i pareggi con Atalanta e Fiorentina.

Ultime gare del Milan

Il Milan arriva allo scontro reduce dal pareggio con la Fiorentina e dalla vittoria di misura con il Torino, con il bisogno di allungare questa striscia positiva.

Occhio a…

Goran Pandev, che partirà probabilmente dalla panchina ma che nei 14 incroci con il Milan ha segnato tre reti e fornito altrettanti assist.

Curiosità sugli avversari

Lo stadio del Genoa, noto anche come stadio Marassi, è intitolato a Luigi Ferraris, centrocampista della formazione ligure che partì volontario durante la Grande Guerra e venne ucciso da un proiettile sul Monte Maggio il 23 agosto del 1915.

Allenatore avversario

Il bilancio di Davide Nicola contro il Milan non è incoraggiante: 4 incroci, nessuna vittoria, due pareggi e altrettante sconfitte per l’attuale tecnico rossoblù.

Sono cinque invece gli scontri tra Nicola e Stefano Pioli con due vittorie a testa e un pareggio.

Storico arbitrio con le due squadre

A dirigere la sfida sarà Daniele Doveri. Il fischietto della sezione di Roma ha diretto il Milan 17 volte, con i rossoneri che hanno ottenuto 12 vittorie, 3 pareggi e due sconfitte di cui l’ultima nel derby di andata di questa stagione.

19 sono invece gli incroci tra Doveri e il Genoa, con i liguri che hanno ottenuto 8 vittorie, 3 pareggi e 8 sconfitte.

A coadiuvare Doveri ci saranno gli assistenti Lo Cicero e Galetto, il quarto uomo Pasqua, il Var Irrati e l’assistente Var Cecconi.

Ex e doppi ex

In panchina con i rossoneri ci sarà Diego Laxalt, richiamato dal prestito al Torino dopo la partenza di Rodriguez, che ha giocato nel Genoa dal gennaio 2015 all’agosto 2018 quando il Milan lo acquista per poi prestarlo l’anno dopo al Torino.

Nell’altra panchina si accomoderanno invece Cristian Zapata, al Milan dall’agosto 2012 al luglio 2019 quando si trasferisce a Genova, e Mattia Destro, al Milan dal gennaio al giugno 2015, e nelle fila del Grifone dal gennaio scorso.

Tra chi invece non ci sarà ricordiamo Suso, al Siviglia dallo scorso gennaio che ha militato nel Milan dal gennaio 2015 al gennaio 2016 quando viene prestato al Genoa dove rimane fino a giungo 2016 quando rientra a Milanello, Luca Antonelli, ora giocatore dell’Empoli ma cresciuto nelle giovanili del Milan e tesserato con la prima squadra rossonera nel 2007-2008 e dal 2015 al 2018 e con il Genoa dal 2011 al 2015, Juraj Kucka, ora tesserato con il Parma e giocatore del Genoa dal 2011 al 2015 anno in cui viene prelevato dal Milan dove rimane fino al 2017 e Andrea Bertolacci, attuale tesserato con la Sampdoria, al Genoa dal 2012 al 2015 e dal 2017 al 2018 e al Milan dal 2015 al 2017 e dal 2018 al 2019.

Giulia Galliano Sacchetto

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Giorgio Perinetti a Radio Rossonera: “Ibrahimovic mossa giusta, Rebic è cresciuto molto. Mi piacerebbe continuare a lavorare nel calcio”

Giorgio Perinetti a Radio Rossonera: “Ibrahimovic mossa giusta, Rebic è cresciuto molto. Mi piacerebbe continuare a lavorare nel calcio”

GIORGIO PERINETTI A RADIO ROSSONERA (ESCLUSIVA) – In vista del prossimo match di campionato tra Milan e Genoa, Radio Rossonera ha contattato l’ex Direttore Sportivo del grifone, Giorgio Perinetti. Qui di seguito, l’intervista completa:

In vista del prossimo match di campionato tra Milan e Genoa, Radio Rossonera ha contattato l’ex Direttore Sportivo del grifone, Giorgio Perinetti. Qui di seguito, l’intervista completa:

Partiamo dal Milan e partiamo da un giocatore che lei ben conosce: Piatek. Al Genoa, voi lo avete scovato, è esploso, l’avete venduto e dopo un periodo buono è crollato. Qual è secondo lei il vero valore calcistico di Piatek e cosa può essergli successo?

Ho sempre parlato di Piatek come di un giocatore dalle qualità importanti, qualità che il Genoa ha valorizzato. Appena arrivato al Milan ha avuto un buonissimo impatto ma alla lunga è un giocatore che fa fatica quando gli allenatori gli chiedono di fare cose diverse in campo. Ad esempio, quando il Genoa è passato da Ballardini a Juric riuscì a segnare solo 1 goal su rigore in 8 partite. Piatek è un terminale offensivo con buona coordinazione e ottime capacità realizzative ma si spende poco per la squadra e non si sa muovere benissimo all’interno di un collettivo che prova a sviluppare gioco

Come si scova un “Piatek”?

Tutte le società hanno una rete di scouting alla quale prestano molta attenzione. Nel caso specifico di Piatek è stata un’intuizione del presidente Preziosi, lui spesso ama fare questo tipo di colpi di mercato”.

Il Milan ha venduto Piatek e ha ingaggiato Ibrahimovic. Mossa giusta per provare a dare una scossa?

Sì! Ibrahimovic è un giocatore straordinario, di spessore e grande personalità. Il Milan aveva bisogno esattamente di questo tipo di giocatore. Lo svedese ha la capacità di centuplicare le forze dei compagni che gli stanno intorno. Complimenti davvero a Boban, Maldini e Massara che lo hanno riportato in rossonero”.

Le sta piacendo il Milan che Boban, Maldini e Massara stanno costruendo?

Sì, ma tutte le cose buone nascono gradualmente. Pensiamo alla Lazio: squadra che ora lotta per lo Scudetto ma che è stata costruita negli anni. Nel Milan degli ultimi anni si sono avvicendate tante persone e certamente la poca continuità non aiuta. Spero che Boban, Maldini e Massara abbiano tempo per lavorare ancora”.

In una sua intervista lei ha augurato a Braida di poter ritornare al Milan

Braida è un amico, ci conosciamo da tantissimi anni ed è una persona che ha dato un contributo enorme nel Milan di Berlusconi. So quanto è legato al Milan e quanto ama il Milan ma il mio era un semplice augurio di natura affettiva”.

Si sarebbe aspettato l’esplosione di Ante Rebic in questa seconda parte di stagione?

All’epoca delle sue prime esperienze in Italia era un giocatore un po’ anarchico e discontinuo, adesso invece l’ho trovato cresciuto sia come calciatore sia come persona. Ha colpi importanti e li sta facendo vedere”.

Cos’è successo secondo lei al Genoa in questa stagione? Col mercato estivo forse era lecito attendersi di più

Il Genoa è una società che non dà molta continuità anche se ovviamente cambia per provare a migliorarsi. Forse nell’ansia di non ripetere la scorsa stagione qualcosa non è andata nel verso giusto. Adesso per con Nicola sembra che la squadra abbia trovato un certo equilibrio. L’euforia di inizio campionato non ha sicuramente portato benefici”.

C’è un giocatore per il quale farebbe follie sul mercato?

Esistono tanti giocatori bravi. L’anno scorso però parlai con Juric di un giocatore che militava in Serie B e che mi sarebbe piaciuto avere: Castrovilli. Centrocampista completo e futuro del nostro calcio”.

Infine, quale sarà il futuro di Giorgio Perinetti?

Mi ritengo un dirigente maturo ma con idee giovani. Mi piacerebbe lavorare ancora nel calcio italiano e poter dare il mio contributo”.

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Fiorentina-Milan, la parola ai protagonisti

Fiorentina-Milan, la parola ai protagonisti

FIORENTINA-MILAN, 1-1: PIOLI: “CI SONO NOSTRE COLPE, MA IL RIGORE NON C’ERA”. MALDINI: “INFASTIDITO PER LA DECISIONE DELL’ARBITRO”

Ammette le responsabilità della squadra ma si mostra parecchio deluso dall’arbitraggio, a fine gara, Stefano Pioli.  “Abbiamo dominato la partita per 70 minuti ma non abbiamo vinto: c’è grande rammarico e ci sono nostre responsabilità perché dovevamo chiudere la partita, ma devo anche dire che sul rigore non ci sono dubbi: non c’era e non capisco come si possa non utilizzare la tecnologia – ha subito dichiarato il tecnico rossonero -. Dalla panchina si è visto chiaramente che Romagnoli ha toccato palla, davo per scontato che l’arbitro andasse a riguardarlo ma da qualche partita ci succedono cose strane. Certo, ci sono anche delle nostre responsabilità, siamo stati superficiali nella gestione, avremmo dovuto far girare meglio il pallone e non perdere le posizioni. Non è possibile subire cinque ripartenze in superiorità numerica, bisognava rispettare gli equilibri e non perdere palle banali. Eravamo troppo sicuri di noi ed abbiamo commesso degli errori“. 

Sul suo ritorno a Firenze, invece, Pioli non può che spendere parole dolci. “Firenze mi ha sempre regalato grandissime emozioni, sia nel mio trascorso da calciatore che da allenatore. Quando torno qui sono preparato a vivere queste sensazioni, abbiamo passato una situazione particolare (la scomparsa di Davide Astori, ndr), sono molto legato a questo ambiente. Mi ha fatto molto piacere ricevere questa accoglienza”.

Quanto alle parole di Gazidis, che potrebbero suonare come riconferma per la prossima stagione, il tecnico rossonero non vuol fare voli pindarici. “Cerco sempre di restare sereno, ci metto passione e serietà nel lavoro che faccio ogni giorno, non penso al futuro e neanche i ragazzi devono farlo. Non deve essere questa la nostra priorità perchè c’è ancora tanto da fare in questo campionato. Oggi purtroppo non abbiamo vinto e dobbiamo subito pensare a rifarci”. 

Si affida al suo proverbiale stile ma si dice “confuso e infastidito”, invece, il Direttore dell’Area Tecnica Paolo Maldini. “Le regole ci sono e non possono essere interpretabili – ha dichiarato Maldini -. L’addetto al Var ha detto che perché un rigore ci sia, deve esserci un fallo intenso ma questi sono campi che non conosco. Ho meno certezze di due anni fa sull’uso del Var. La tecnologia ha risolto un sacco di problemi, come per i fuorigioco o i falli di mano. Ma sul rigore il buonsenso avrebbe dovuto imporre di chiamare l’arbitro al Var per valutare. Sono confuso“. 

Sulle responsabilità dei suoi, invece, il Dirigente rossonero ammette: “Siamo una squadra giovane, che negli ultimi due anni non ha mai vinto con le prime 4 in classifica. Siamo giovani ed abbiamo difetti, ma la base che stiamo creando nell’ultimo mese e mezzo è importante e coraggiosa. Siamo contentissimi, sappiamo di dover pagare qualcosa perchè non siamo ancora pronti per competere con le squadre migliori“.

Maldini chiarisce poi il futuro di due giocatori chiave di questi mesi, Rebic ed Ibrahimovic “Rebic è qui in  prestito biennale, il prossimo anno sarà con noi, poi vedremo. Il suo acquisto è separato da quello di Andrè Silva. Per Ibra c’è una clausola di rinnovo automatico in caso di Champions, diversamente ci sederemo al tavolo e valuteremo. Con lui c’è da sempre un dialogo particolare, sempre aperto, diversamente non sarebbe arrivato. Se si fa un discorso daccapo a fine stagione, si butta via ciò che abbiamo fatto finora e vale anche per Ibra: non credo che ci siano in giro molti attaccanti più forti di lui così come non abbiamo la disponibilità economica del Psg per prendere calciatori più giovani e costosissimi. Siamo una squadra in costruzione, lo scorso anno abbiamo fatto il miglior risultato degli ultimi sei anni, quest’anno proveremo a migliorarci anche se abbiamo cominciato molto male”.

Inevitabile chiosa finale sulle parole di Gazidis ed una presunta rottura in società. “Per noi esiste un solo Milan. I problemi ci possono anche essere ma si deve guardare avanti con un solo interesse che è quello di riportare il Milan a certi livelli; certe cose possono accadere in una grande società ed in una grande famiglia. Divergenze sul futuro allenatore? Non ho mai contattato Rangnick, che secondo me non è un profilo adatto per la nostra squadra. Rispondo per quello che so e per quello che faccio, cioè il Direttore Tecnico del Milan“.

Enrico Aiello

Photo Credits: AcMilan.com

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