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#MercoledìMeteora: Lucas Ocampos, l’oggetto misterioso che ci consegna 24 milioni

#MercoledìMeteora: Lucas Ocampos, l’oggetto misterioso che ci consegna 24 milioni

Acerbo. Nascosto. Impalpabile.

La storia d’amore tra Lucas Ocampos e il calcio nasce in Argentina, al River Plate. È la Francia però il paese che, fino a poco tempo fa, ha regalato più gioie a livello calcistico al talento argentino. Gioca tre stagioni al Monaco, mettendo in mostra ottime doti fisiche e tecniche, prima di passare al Marsiglia. La prima avventura in Costa Azzurra non gli porta troppo bene e, dopo un solo anno, finisce in prestito prima al Genoa e poi al Milan.

La parentesi rossonera di Ocampos è tutt’altro che felice. 12 presenze, 0 reti e più apparizioni in Piazza Duomo con la fidanzata che nell’area avversaria. Sembra che abbia vissuto una sorta di involuzione rispetto ai tempi del principato, e il passaggio da tre squadre diverse in poco più di un anno sicuramente non lo ha aiutato.

Nel 2017 torna come un figliol prodigo al Marsiglia, dove sembra ritrovarsi in termini di continuità e sostanza. Dopo due stagioni relativamente positive decide nuovamente di cambiare aria, optando per il Siviglia.

È forse qui che Ocampos regala la soddisfazione più grande a tanti tifosi rossoneri. Gioca una stagione da assoluto protagonista, segnando 14 gol in 31 presenze (stagione ancora in corso, n.d.r.) e trascinando il Siviglia alla qualificazione in Champions League, facendo scattare l’obbligo di riscatto per la cessione di Suso, per la cifra complessiva di 24 milioni di euro. Nella partita vinta per 1-0 contro l’Eibar si è perfino improvvisato portiere nei minuti finali, salvando il risultato (dopo aver segnato quando era ancora in campo) e regalando 3 punti pesantissimi alla sua squadra.

Si è trasformato, è cresciuto, migliorato. È un grande peccato che sia diventato un giocatore interessante solo lontano da San Siro. Nonostante ciò, è comunque riuscito a regalare una soddisfazione al Milan, o perlomeno alle sue casse.

Photo Credits: acmilan.com

Enrico Boiani

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#MercoledìMeteora: Andrea Bertolacci, 20 milioni di perchè

#MercoledìMeteora: Andrea Bertolacci, 20 milioni di perchè

Uno spreco di denaro. Uno spreco di energie.

Nel corso di tutti i capitoli di questa rubrica abbiamo parlato di tanti giocatori che hanno lasciato poche tracce nella storia del Milan o che, seppur abbiano fatto bene, hanno passato poco tempo con la casacca rossonera. Su alcuni di loro ci sono pareri discordanti: chi ricorda positivamente alcuni giocatori incostanti, chi invece vorrebbe dimenticare alcuni nomi non troppo negativi.

Credo che il protagonista di oggi metta d’accordo tutti i tifosi rossoneri. Andrea Bertolacci è di gran lunga uno degli acquisti più criticati degli ultimi anni. A influire così tanto negativamente sul sentimento comune che hanno tutti i milanisti su Bertolacci non sono tanto le prestazioni in sé, ma il prezzo pagato per acquisirle. 20 milioni di euro che hanno fruttato poco o nulla.

E pensare che negli anni precedenti al Milan Bertolacci non si era comportato affatto male. Era cresciuto nelle giovanili della Roma e aveva fatto le ossa al Lecce, disputando un paio di stagioni di tutto rispetto. Si conferma successivamente al Genoa, che decide dopo tre stagioni di riscattarlo per 8 milioni con l’intenzione di rivenderlo per fare plusvalenza. Così accade. Nel 2015 Andrea Bertolacci firma per il Milan, alla cifra di 20 milioni di euro.

Da qui in poi il centrocampista romano ha un crollo impressionante. Vive due annate a livello bassissimo. La squadra attorno a lui non è certo l’Arsenal degli invicibili ma le sue prestazioni sono scialbe, spesso fastidiose e irritanti agli occhi dei tifosi. Oltre a tutto ciò è attanagliato dagli infortuni, che compromettono in parte la sua condizione fisica. Dopo un anno di prestito a Genoa (senza brillare) torna al Milan, dove non disputa nemmeno una singola partita prima di andare in scadenza di contratto. Ora è “in forza” alla Sampdoria, anche qui con risultati piuttosto scarsi.

L’esborso economico, la scarsa condizione fisica, le prestazioni esasperanti per i tifosi. Un mix micidiale per rimanere nella memoria (negativa) della storia del Milan. L’ennesima meteora passata dalla Milano rossonera, una delle poche (forse) a mettere d’accordo l’opinione di tutti i tifosi.

Photo Credits: acmilan.com

Enrico Boiani

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#MercoledìMeteora: l’inizio della fine di Alessio Cerci

#MercoledìMeteora: l’inizio della fine di Alessio Cerci

Come un figliol prodigo di ritorno dal calcio che conta.

Succede spesso che alcuni giocatori siano baciati dalla fortuna, o dal talento, o da un mix di elementi e nel corso di una stagione sembrino tra i migliori al mondo. Chimica con l’allenatore, con i compagni, con la piazza e con sé stessi.

È successo in quel magico 2013-2014 per il Torino e in particolare per Alessio Cerci. Con Ciro Immobile ha formato la coppia gol più prolifica del Campionato, tanto da portare il Torino in Europa League. Succede anche, in queste occasioni, che i pezzi pregiati dei “one season club” vengono ceduti ai grandi club per fare cassa e ripartire, magari consolidando un po’ tutta la squadra.

Fino a qui sembra tutto normale e difatti dopo la grande stagione al Toro Alessio Cerci passa all’Atletico Madrid, nel “calcio che conta”. Peccato però che tra le file dei Colchoneros veda pochissimo il campo, e nell’auspicio di trovare più spazio decide, un anno dopo, di tornare in Italia, con la maglia del Milan.

La fine (calcistica, s’intende) di Alessio Cerci inizia proprio qui. Dopo il Torino e il seguente passaggio all’Atletico non ha più ritrovato il ritmo, i gol e le prestazioni passate. Nel Milan realizza tante presenze ma incide pochissimo, e negli anni successivi le cose di certo non migliorano. Approda al Genoa, al Verona e infine alla Salernitana, in Serie B.

Una salita veloce seguita da una discesa ancor più rapida. Purtroppo per tutti la parentesi rossonera di Alessio Cerci è avvenuta all’inizio di quella rocambolesca discesa. Forse ne è stata addirittura la causa, fatto sta che l’ala destra ex Torino entra di diritto nel catalogo delle tante meteore passate dal Milan.

Photo Credits: 90min.com

Enrico Boiani

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Dalla FIGC stop alla Serie A femminile. Vale chiamarlo “passo indietro”?

Dalla FIGC stop alla Serie A femminile. Vale chiamarlo “passo indietro”?

Nei giorni dell’anniversario del colpo di scena più sorprendente degli ultimi anni, ovvero la splendida impresa delle Azzurre nei Mondiali Femminili di Francia 2019, un altro tipo di rivelazione coinvolge il calcio italiano: la Serie A femminile non ripartirà.

A deciderlo il Consiglio Federale FIGC, chiamato a stabilire il da farsi all’interno di un contesto molto controverso per differenti volontà di squadre e giocatrici: «Squadre frammentate, calciatrici non hanno mostrato unione nel voler ricominciare» ha dichiarato Ludovica Mantovani, presidente della Divisione Calcio Femminile.
Il bilancio tra volontà di stop e ripartenza cadeva infatti nettamente a favore del primo, con una minoranza di sole 4 squadre desiderose di riprendere il campionato interrotto e disputare le poche partite rimaste da giocare. Nella stessa mattinata di lunedì 8 giugno tutte le giocatrici di Serie A avevano avuto modo di esprimersi attraverso una lettera in cui, a nome di tutte, venivano specificati tutti quei principi che facevano – e fanno tuttora – parte della base comune di accordo: no a playoff e playout («o scendiamo tutte in campo o non ci scende nessuna»), necessità di riforme al sistema, maggiori tutele per far fronte alle fragilità strutturali, avvicinamento al professionismo.

La decisione di non riprendere il campionato non è dunque imputabile ad una presa di posizione pro o contro atlete, pro o contro società, proprio per quanto espresso dalle calciatrici in chiusura della lettera: «Come sempre fatto, non ci esprimiamo in merito alla prosecuzione o meno di questa stagione. Siamo consapevoli che potrebbe essere per noi un’opportunità riprendere, ma crediamo anche che l’opportunità vera emersa in questi mesi, o forse una necessità non più procrastinabile, sia quella di spingere verso l’alto questo sistema, facendolo crescere e mettendo le giuste basi per elevarci come calciatrici, assieme ai nostri club e alla nostra federazione, per dare sostanza e risorse vere a questo pezzo di calcio che già a livello d’immagine è nel cuore di molti».

Ecco dunque l’epilogo della stagione 2019/2020, che ha lasciato di stucco alcuni club, tra cui proprio il Milan femminile: Juventus Women prima in classifica ma non vincitrice dello scudetto, titolo non assegnato, Fiorentina seconda in classifica davanti al Milan, e dunque in Champions League, grazie all’algoritmo. Orobica e Tavagnacco retrocesse, Napoli e San Marino promosse in Serie A.

Tanto si è letto e tanto si è detto su quale colossale passo indietro sia questa decisione per il calcio femminile italiano, sorte quasi ironica nell’anno che avrebbe dovuto invece sancire l’affermazione dell’intero movimento dopo il boom dei mondiali femminili di appunto un anno fa.
Certo, la decisione di chiudere le porte alla ripresa del campionato  – dopo la dichiarazione di un fondo a disposizione delle squadre per concludere le gare rimanenti – suona discordante rispetto all’impegno dedicato alla ripresa della Serie A maschile, pronta a ripartire a giorni, ma al netto della decisione presa dal Consiglio Federale FIGC è complesso dare un giudizio univoco sulla bontà o meno della scelta. Si può definire un “passo indietro per il calcio femminile” una scelta basata sulla fragilità di un sistema che sicuramente avrebbe trovato molte difficoltà se messo di fronte alla disposizione di riprendere allenamenti e campionato, con tutte le necessità della messa in sicurezza delle strutture? Anche la decisione opposta avrebbe suscitato sicuramente controversie, poiché sarebbe stata espressione della volontà di sole 4 squadre su 12, dunque una netta minoranza, senza contare gli stessi fronti interni delle giocatrici non pienamente convinte di avere sufficienti tutele per permettere di scendere in campo senza preoccupazioni.

Ora, al netto delle polemiche già sorte intorno alla scelta espressa dal Consiglio Federale, il da farsi si focalizza necessariamente in un’unica direzione: concentrarsi su ciò che sarà la Serie A femminile 2020/21, cercando di “spingere verso l’alto questo sistema“ quando ormai i tempi sembrano essere maturi.

 

Photo credits: acmilan.com

Lucia Pirola

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#MercoledìMeteora: il meravigliosamente incostante Adel Taarabt

#MercoledìMeteora: il meravigliosamente incostante Adel Taarabt

Quel gol all’esordio ce lo ricordiamo tutti.

La storia di Adel Taarabt con il Milan è piuttosto analoga a quella del protagonista della scorsa settimana, Alberto Paloschi. Un esordio magico e poche briciole nei mesi successivi. Il talento marocchino cresce sia personalmente che calcisticamente in Francia, partendo dal Lens.

I suoi veri successi però arrivano in Inghilterra. Dopo una parentesi molto breve al Tottenham vive 4 stagioni di buonissimo livello al QPR, iniziando ad essere corteggiato da tante big d’Europa. Il suo carattere non troppo facile e la sua “scarsa” dedizione purtroppo fanno si che nessuna squadra si interessi concretamente a lui. Nessuna tranne il Milan, che si aggiudica le sue prestazioni sportive nel Gennaio 2014 e prova a scommettere su di lui.

La prima partita di Taarabt ce la ricordiamo tutti. Segna al San Paolo contro il Napoli dopo 7 minuti, recuperando palla e partendo dalla sua metà campo, superando mezza squadra, andando a concludere con un colpo da biliardo a giro nell’angolino basso. Le qualità erano indubbie e a dirla tutta le ha dimostrate a lunghi tratti in quei sei mesi rossoneri. Il suo problema fu soltanto uno: l’incostanza. I lampi erano pochi rispetto alle prestazioni incolore, i gol (dopo quella magia) si contano sulle dita di una mano. Furono queste le motivazioni che spinsero il Milan a non riscattarlo (oltre ai vari cambi di panchina).

Dopo il Milan è passato di nuovo in Italia, qualche anno più avanti, al Genoa, facendo anche qui poco o nulla. Ora però sembra aver trovato la sua dimensione al Benfica, dove ha disputato un’ottima stagione (forse meno pressioni lo hanno aiutato).

Se Taarabt avesse disputato tutte le sue partite come quella contro il Napoli staremmo parlando di un fuoriclasse assoluto della storia del Milan. Purtroppo ci limitiamo a relegarlo a semplice meteora, una meteora meravigliosamente incostante.

Photo Credits: acmilan.com

Enrico Boiani

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Partnership, stadio, mercato: i piani del nuovo Milan

Partnership, stadio, mercato: i piani del nuovo Milan

In questo 2020 senza calcio da quasi tre mesi sono state tante le parole che hanno provato a colmare il vuoto lasciato dalla mancanza di gol e partite.

Abbiamo deciso quindi di fare un punto della situazione in casa Milan a 360°, lo stato dell’arte rossonero alla fine di maggio 2020 toccando tutti i temi possibili, dagli ultimi aggiornamenti sul nuovo S.Siro alle prossime partnership e sponsorship, dalla strategia di Elliott sul prossimo calciomercato al nuovo staff commerciale allestito dall’ad Ivan Gazidis, dalle voci di una possibile cessione, passando per monte e tetto ingaggi vper arrivare al cambio di rotta deciso dalla società sulle potenzialità del movimento calcio italiano.

Pronti?
Via!

NUOVO S.SIRO – Dopo il via libera dalla Sovraintendenza che non pone vincoli di tutela del patrimonio per l’abbattimento parziale di S. Siro c’è molto ottimismo in via Aldo Rossi. Il periodo più complesso lo si ritiene alle spalle, il dialogo col Comune prima più spigoloso ora è positivo e costruttivo e mancano soltanto gli ultimi passi per avere il via libero definitivo (a breve si aspetta in tal senso il giudizio del Consiglio Comunale). Una volta avuto l’ok finale un pool di architetti coadiuverà Milan (e Inter) nella scelta finale tra i due progetti rimasti in gara: La Cattedrale di Popolous e Gli Anelli di Milano di Manica/Sportium. Da quel momento se non dovessero esserci altri intoppi si dovrà aspettare tre anni per veder ultimata la nuova casa dei tifosi milanisti.
L’importanza del nuovo stadio è data anche dalle parole dell’ad di Skrill, nuovo partner del Milan, nell’intervista che ci ha concesso la scorsa settimana “tra quattro anni, alla fine dell’attuale contratto, io vorrei rinnovare la partnership anche in vista del fatto che ci sarà un nuovo stadio probabilmente e di conseguenza la visibilità che otterrò sarà maggiore”

PARTNER, SPONSOR E NUOVO STAFF COMMERCIALE – Da ormai poco più di un anno all’interno del Milan è nata una nuova squadra commerciale, voluta e creata dall’ad Ivan Gazidis, un team internazionale che ha lo scopo di cercare partner in tutto il mondo composto da professionisti che hanno già ricoperto tale ruolo al Manchester United e al Barcellona oppure che arrivano da mondi vicini a quello calcistico come quello del gaming e dell’entertainment. Questo gruppo poi si snoda in altre piccole realtà che hanno lo scopo di creare una solida relazione con un determinato sponsor poiché vi si dedicano in modo esclusivo.
Compito di tale team non sarà soltanto la ricerca di uno sponsor a sé stante ma si proverà ad aprire anche nuovi percorsi commerciali che portino introiti al Milan sullo stile del rapporto tra Jordan e PSG, coinvolgendo anche la città di Milano in qualità di capitale della moda, aspetto che a casa Milan pensano possa essere sfruttato a favore di nuovi canali.
Il marchio Milan ha certamente ancora il suo fascino ma questo come abbiamo capito ormai non basta più.
Il Milan arriva da molte stagioni deludenti abbinate a una crescita nulla per quanto riguarda il fatturato e quindi non sarà un cammino semplice e veloce, per ricercare e ottenere sponsor servono mesi e mesi di lavoro (con Skrill ad esempio i dialoghi sono iniziati intorno al Natale 2018).
I frutti di questo lungo lavoro però inizieranno a maturare a breve, anzi a brevissimo.
Settimana prossima il Milan rivelerà una nuova partnership (in un modo un po’ poco convenzionale) e nelle prossime settimane altri annunci seguiranno e contiamo di rivelarvi il tutto in anticipo come per il rinnovo con Emirates di cui abbiamo dato notizia nei primi giorni di gennaio. Un rinnovo a un cifra base più bassa ma con bonus non difficilmente raggiungibili.

LA STRATEGIA DI ELLIOTT PER IL PROSSIMO MERCATO –  Il prossimo mercato sarà molto particolare per date, concomitanza con le partite di campionato e con ogni probabilità prezzi (al ribasso). Il mondo del calcio vive e vivrà le ricadute economiche della pandemia da Covid19 e molte squadre si ritroveranno in difficoltà nei prossimi mesi. Il Milan ha sicuramente i suoi problemi ma ha la fortuna in questo caso di avere una proprietà solida finanziariamente come quella di Elliott. Da qui l’idea di abbandonare strategie attendiste e provare a sfruttare ciò che il mercato ti offrirà, anche in parte le debolezze di alcune società.
Si cercherà quindi di esser più aggressivi ma tenendo ben in testa alcuni punti fermi: si potrà investire più sul costo dei cartellini (per questioni di bilancio) che su quello degli ingaggi dove si continuerà ad abbassare il monte totale senza però imporre alcun tetto salariale. Per intenderci si potrà fare l’eccezione (o eccezioni) ma la media degli ingaggi dovrà ulteriormente ridursi.
Qui si possono collegare un paio di discorsi di mercato, dal rinnovo di Gigio Donnarumma per il quale c’è l’interesse comune di tutte e tre le parti per raggiungere l’intesa (Gigio stesso, Raiola e Milan) fino ad uno o più innesti di esperienza in squadra che non sono assolutamente vietati anche dopo l’esempio-Ibra di quanto questi profili facciano bene al gruppo in formazione.
Difficile, per non dire impossibile la coabitazione tra Ralf Rangnick e Paolo Maldini. Si è cercato di fare il tentativo di far conciliare le due posizioni offrendo anche ruoli diversi all’attuale DT per ora con scarsi risultati. Ciò che è più chiaro è che l’uomo al comando tecnico, tra panchina e dirigenza, sarà con ogni probabilità il tedesco Rangnick.

LE STRATEGIE FUTURE TRA VOCI DI CESSIONE E MOVIMENTO CALCIO ITALIANO – Dall’interno del Milan si continua a non dare peso alle voci che danno prossima una cessione della società. L’assioma che viene espresso è presto detto: fin quando Elliott non guadagnerà (o al massimo non perderà) dalla cessione del Milan la società rossonera continuerà ad essere del fondo americano. In soldoni, non è ancora il momento giusto per mettere il Milan in vendita. Arriverà quel momento quando tutta l’intera macchina sarà in moto e a regime, dal lato commerciale a quello stadio fino al lato sportivo con il ritorno stabile in Europa.
Progetti che si era inizialmente pensato di alimentare di pari passo ad un lavoro in cooperazione con il resto della SerieA per un innalzamento dell’intero movimento calcistico italiano come espresso in un paio di interviste dell’ad Gazidis. Far esplodere le potenzialità del nostro campionato per avvicinarlo a Premier e Liga avrebbe consentito alle singole squadre di usufruire di tali benefici, tirandosi la volata l’uno con l’altro.
Così non è e non sarà almeno per il momento, tanto che si è deciso di pensare più al bene del Milan e di provare a riportare la società tra i top europei senza passare ad ogni costo da una valorizzazione dell’intero movimento.

Pietro Balzano Prota e Simone Cristao

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#MercoledìMeteora: Alberto Paloschi, 18 secondi dopo

#MercoledìMeteora: Alberto Paloschi, 18 secondi dopo

Esordio. 18 secondi. Goal a San Siro.

La storia recente di Alberto Paloschi la conosciamo tutti. Tralasciando la parentesi inglese di Swansea, ha giocato in molte squadre di Serie A. In alcune è rimasto tanto tempo, in altre meno. In alcune ha fatto bene, in altre no. Lo ricordiamo per i 5 anni al Chievo, dal 2011 al 2016. Lo ricordiamo anche alla Spal, in tempi più recenti.

Oltre a queste, ha militato nell’Atalanta, nel Parma, nel Genoa e di recente è passato in prestito al Cagliari. Insomma, un classico bomber nomade da media classifica che ha spesso portato gol pesanti alle proprie squadre. Forse però, non tutti sanno che per come era iniziata la storia di Paloschi con la Serie A ci si aspettava sicuramente qualcosa in più.

È il 10 Febbraio 2008. Il Milan sta pareggiando a San Siro una brutta partita contro il Siena. Il risultato non riesce a sbloccarsi e Carlo Ancelotti butta nella mischia questo ragazzino di diciotto anni, da poco aggregato alla prima squadra. La favola di Paloschi si realizza dopo solo 18 secondi, al primo pallone toccato, con un missile dal limite dell’area che viola la porta del Siena e regala i 3 punti ai rossoneri.

Una favola, appunto. I vari prestiti iniziali e la grande concorrenza in attacco nel Milan negli anni successivi portano il club di Via Turati (ai tempi, n.d.r.) a non credere in lui e a lasciarlo andare. Per come era iniziata ci si aspettava un cammino diverso al Milan, ma nonostante ciò Paloschi è comunque riuscito a costruirsi una carriera tra i vari club di Serie A.

Una storia d’amore da classico “colpo di fulmine”, svanito dopo pochissimo tempo. È anche per questo che ricordiamo Paloschi semplicemente come una delle tante meteore rossonere.

Photo Credits: magliarossonera.it

Enrico Boiani

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#MercoledìMeteora: l’eterno ritorno di Gerard Deulofeu

#MercoledìMeteora: l’eterno ritorno di Gerard Deulofeu

Ma quando torna Deulofeu? Ma se ricomprassimo Deulofeu?

Nel corso di queste settimane in questa rubrica abbiamo parlato di meteore del Milan che hanno fatto discretamente male con la maglia rossonera. La meteora di oggi, invece, ha lasciato un bel ricordo nei tifosi milanisti, nonostante abbia calcato San Siro per soli 6 mesi.

Stiamo parlando di Gerard Deulofeu, esterno destro d’attacco spagnolo ora in forza al Watford. Deulofeu è cresciuto nella Cantera del Barcellona, promesso sposo della prima squadra e di un futuro da protagonista nella Liga. Purtroppo per lui, i paragoni con gli attaccanti di talento del club catalano si sono rivelati un’arma a doppio taglio in quanto, proprio per la perpetua titolarità dei vari Messi, David Villa, Suarez, Sanchez e Neymar non è mai riuscito a ritagliarsi un posto da titolare.

Eppure di occasioni in cui ha potuto dimostrare il suo valore ne ha avute e sovente anche sfruttate. Prima all’Everton e poi, dopo una breve parentesi a Siviglia, al Milan. Il talento spagnolo è un piccolo lampo di luce nel buio della stagione 2017. Arriva a Gennaio e gioca praticamente sempre nel girone di ritorno. Se dovessimo (come spesso abbiamo fatto) trovare una cartolina dei 6 mesi di Deulofeu al Milan avrebbe indubbiamente come soggetto la sua prestazione fuori casa contro il Bologna. Una discesa straripante, a tempo quasi scaduto, in 9 contro 11 e un assist al bacio per l’inserimento di Mario Pasalic.

Le qualità di Deulofeu sono evidenti, cristalline e vengono fuori tanto da convincere il Barcellona a farlo rientrare in casa madre a fine stagione, tramite recompra (dall’Everton). Purtroppo il ritorno in casa Barça si rivela ancora una volta la scelta errata per lui, costretto nuovamente (e forse definitivamente) a lasciare la catalogna, ancora una volta per l’Inghilterra. Ora sembra aver trovato la sua dimensione al Watford. In due stagioni ha disputato quasi 60 partite, condite da 15 reti e una tripletta.

A 26 anni, Gerard Deulofeu ha ancora tempo per fare altri step nella sua carriera. È davvero un peccato che abbia fatto un semplice “Erasmus” al Milan, considerato l’impatto avuto sulla squadra e nel campionato italiano.

Photo Credits: acmilan.com

Enrico Boiani

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#MercoledìMeteora: Urby Emanuelson, il “nullacampista”

#MercoledìMeteora: Urby Emanuelson, il “nullacampista”

Terzino? Ni. Trequartista? Boh. Mezzala? Forse.

Gullit, Rijkaard, Van Basten, Seedorf, Stam, Van Bommel, De Jong. Poi lui, Urby Emanuelson. Peccato che questi giocatori abbiano in comune tra loro solamente il paese d’origine (ovviamente l’Olanda) e non la resa di prestazione. O meglio, se ci fermiamo ai primi sette potremmo essere tutti d’accordo sul fatto che siano calciatori ad aver lasciato un segno nella storia del Milan: chi indelebile, chi fortemente marcato, chi leggero, chi un po’ sbiadito. L’ottavo invece, tale Urby Emanuelson, di segni non ne ha proprio lasciati. E pensare che è passato da San Siro due volte.

Emanuelson passa quasi un lustro e mezzo tra le fila dell’Ajax. Nasce come terzino sinistro e ci rimane fino al 2008, quando viene spostato ala da Marco Van Basten, allenatore a quei tempi. Questo cambio di ruolo è dovuto a svariate lacune difensive del ragazzo, ma anche e soprattutto dalle qualità offensive piuttosto importanti.

Arriva al Milan nel 2011, sotto la guida di Massimiliano Allegri. Poco campo nell’anno dello scudetto 2010-2011, qualche sprazzo e fiammata nella stagione successiva, ma nulla di più. Il vero problema dell’esperienza rossonera di Emanuelson è proprio la difficoltà della sua collocazione tattica. Era arrivato come “nuova linfa” per la fascia sinistra difensiva, ma fin da subito si capì che forse il Cigno di Utrecht ci aveva visto giusto e che era meglio spostarlo più avanti. Allegri nel 2012 lo schiera spesso trequartista, provando a sfruttare la sua velocità, ma anche questo è un ruolo che non gli si cucì bene addosso, forse per mancanza di visione di gioco e fisicità. In poche parole, un potenziale tuttocampista trasformato in nullacampista, un ibrido senza capo ne coda.

Dopo un anno di prestito al Fulham c’è il ritorno al Milan. Anche qui poche chance, poca roba. Vaga in Serie A nelle stagioni successive, tra Roma, Atalanta e Hellas Verona, per poi finire allo Sheffield Wednesday. Meno di 25 presenze in 3 anni, 2 gol e l’impressione di essere di fronte ad un giocatore incompiuto, una sorta di enigma per allenatori e tifosi.

Ora milita nell’Utrecht, per cui ha firmato nel 2017. Gioca con relativa continuità e sembra aver trovato la sua dimensione. Non è protagonista, non è decisivo, ma sembra aver ritrovato serenità, quella che al Milan non aveva quando era una semplice meteora.

Photo Credits: acmilan.com

Enrico Boiani

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#MercoledìMeteora: Patrick Vieira, dal rossonero al rossonero

#MercoledìMeteora: Patrick Vieira, dal rossonero al rossonero

Uno dei Gunners, uno degli invincibili.

Ce lo ricordiamo tutti. Le maniche bianche, il petto rosso, la maglietta sudata. La decade di Patrick Vieira tra le fila dell’Arsenal è qualcosa di indimenticabile. Protagonista assoluto degli invincibili. Metronomo di centrocampo. Fisico, roccioso, perno di un centrocampo di altissimo livello, in una squadra che rimarrà per sempre nella storia del calcio. Henry, Pires, Bergkamp, Campbell e tanti altri, tra cui, appunto, Patrick Vieira.

Dopo l’Arsenal la Juve, dopo la Juve l’Inter. Anche nel campionato italiano sapeva il fatto suo. Certo, più lento, più macchinoso, meno lucido. I segni del tempo sul volto e sulle gambe. Terminerà la carriera al Manchester City, ed è proprio dal Manchester City che rinasce come allenatore, prima delle giovanili e poi del New York City (società affiliata, n.d.r.).

Attualmente è l’allenatore del Nizza, squadra che milita in Ligue 1. I colori sociali della squadra sono il rosso e il nero e non tutti sanno che non è la prima volta che l’ex centrocampista francese ha a che fare con questi due elementi della tavolozza.

Prima di giungere a Londra, Vieira ha infatti trascorso una brevissima parentesi nella compagine rossonera d’Italia, il Milan. Un solo campionato, anno 1995-96, due presenze e una vita in panchina. Considerato acerbo, non pronto, troppo giovane per un Milan pieno di campioni. Nonostante la breve durata e le poche apparizioni, Vieira ricorda sempre con grande riconoscenza quel periodo. Ha vissuto in uno spogliatoio di persone che gli hanno fatto capire come comportarsi dentro e fuori dal campo, che gli hanno insegnato l’etica del gioco e del lavoro.

Dal rossonero al rossonero quindi, dal Milan al Nizza. Da calciatore a allenatore. In mezzo una carriera di assoluto livello. Peccato sia stata solamente una “toccata e fuga”, un classico passaggio da vera e propria meteora.

Immagine tratta da: magliarossonera.it

Enrico Boiani

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