Bergomi: “Milan gioia e sofferenza. Chi sono? Ve lo dice Sacchi”

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Giacomo Todisco
Nato a Milano nel 1998, muove i primi passi nel mondo del giornalismo all' età di 20 anni. Con esperienza in campo sportivo in generale, sfrutta la sua passione per informarsi su gran parte del panorama calcistico. Appassionato di Premier League e Liga spagnola. Tifoso del Milan da sempre.

Beppe Bergomi festeggia i 60 anni parlando di carriera da calciatore e da telecronista: non solo Inter e Nazionale, non manca qualche riferimento al Milan

In occasione del suo compleanno, Beppe Bergomi ha rilasciato un’intervista a Tuttosport in cui traccia il percorso di entrambe le sue carriere professionali, citando naturalmente Inter, Nazionale, ma anche Milan e Juventus. Di seguito, alcuni passaggi.

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Chi è Bergomi?

Tanti auguri! Che 60 anni sono stati?

«Ho avuto una vita fortunata. Ho sempre cercato di divertirmi e giocare a calcio lo era. Dalla strada e l’oratorio sono finito all’Inter e in Nazionale, giocando quattro Mondiali. Tanti mi dicono che ho vinto poco, io rispondo che ho vinto il giusto, quello che meritavo e che sono rimasto per 20 anni a grandissimi livelli. Il pallone è la mia vita e lo è tuttora con Sky e la mia squadra di ragazzi all’Accademia Inter».

Come descriverebbe il Bergomi calciatore agli Under 30 che praticamente non l’hanno mai vista giocare?

«Utilizzo una frase di Sacchi che mi fece saltare il Mondiale nel 1994. A distanza di anni, mi disse: “Con te ho sbagliato, perché tu eri uno applicato, attento, che imparava velocemente. Allora ragionavo da allenatore che non voleva perdere tempo e convocai i giocatori che conoscevano il mio sistema di gioco”. Io mi ritengo quello. Ho cercato di essere sempre un professionista serio, un punto di riferimento: ero un difensore che magari non arrivava a prendere 8, ma era fisso sul 6.5-7».

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Gioie, le partite sofferte e le avversarie

Ripercorriamo velocemente la sua carriera con alcuni fermo immagine: la prima gioia?

«Il 6 settembre 1981, segnai il gol del 2-2 al Milan negli ultimi secondi in un derby di Coppa Italia che ci permise di superare il girone di qualificazione. Alla fine vincemmo in finale col Torino e per molti anni rimase l’ultimo successo dell’Inter in Coppa Italia (fino al ’04-05, ndr)».

La gioia più bella?

«Il Mondiale ’82, impossibile non sceglierlo. Sarò sempre grato a tutti i giocatori di quel gruppo e Bearzot, un secondo papà per me, il mio lo persi a 16 anni. Aggiungo anche lo scudetto dei record con l’Inter nel 1988-89. Quel titolo valeva tre di oggi perché ci confrontavamo con il Milan degli olandesi,il Napoli di Maradona, la Sampdoria di Vialli e Mancini, la Juventus, le romane, la Fiorentina di Baggio»

Lei è stato ed è tuttora una bandiera dell’Inter. Qual è stata l’avversaria di sempre?

«Inizialmente il Milan, perché già nelle giovanili mi confrontavo con loro. Il derby è la partita che ho giocato di più, 44 volte; soffrivo nel prepararla, ma poi che gusto giocarla. Quando però nel 1995 arrivò Moratti, lui insieme ai gradi ex della Grande Inter come Facchetti e Mazzola, cambiarono la nostra visione e ci dissero che la rivale storica era la Juventus».

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