il 16/12/2023 alle 11:53

Bergomi: “Tifavo Milan, embè? Dimarco tifa Inter, ma gli altri?”

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L’ex difensore dell’Inter ora opinionista Beppe Bergomi ha rivelato, senza particolari tabù, di essere cresciuto tifando Milan

Il rapporto tra calciatori professionisti è sempre stato un considerato un tabù: non lo è per Stefano Turati (portiere del Frosinone e tifoso dell’Inter) così come non è per Beppe Bergomi, che a Sportweek ha rivelato di tifare Milan da piccolo. In una lunga intervista concessa al settimanale in vista dei suoi 60 anni (è nato il 22 dicembre 1963), l’opinionista Sky Sport ed allenatore nelle giovanili dell’Inter ha parlato del rapporto tra calcio e tifo, degli inizi e degli esordi con la maglia nerazzurra.

L'ex difensore dell'Inter ora opinionista Beppe Bergomi ha rivelato, senza particolari tabù, di essere cresciuto tifando Milan

Bergomi e il Milan, una fede di famiglia

Di seguito, Beppe Bergomi racconta gli inizi di carriera tra Milan, Inter e Settalese:

NATO MILANISTA: “Sì, ero milanista: embé? Mai avuto problemi a dirlo. Mio papà era milanista, l’ottanta per cento dei settalesi tifava Milan. Oggi all’Inter ci sono una decina di italiani: Dimarco è nato interista, ma gli altri? Se fosse stata una malattia, sarei stato male quando il Milan mi scartò perché avevo i reumatismi nel sangue. Drammi? Zero: non avevo dolori e soprattutto potevo continuare a giocare a pallone, con i miei amici e nella Settalese. Poi da Treviglio arriva un osservatore, Pino Bussi, e mi segnala all’Inter: mi volevano anche la Juventus, il Milan, soprattutto il Fanfulla, ma vado a fare un provino a Rogoredo e lì comincia tutto, comincia la mia carriera. Torno a casa e dico a mia mamma: “Io vado all’Inter””.

GLI INIZI ALL’INTER: “Mi era piaciuto tutto di quell’ambiente, avevo sentito il cuore battere quando Anselmo, il magazziniere, mi aveva consegnato la borsa. Scarpe a sei tacchetti, scarpe con i tacchetti di gomma, scarpe da ginnastica: alla Settalese ne avevo un paio e dovevano bastare per tutto. E poi la tuta, quella maglia bella pesante. Il magazziniere mi fa: “Mi raccomando, ti deve durare tutto l’anno”. “Certo, ci mancherebbe”, ed ero già corso dagli amici per fargli vedere tutto. Primo allenatore, Arcadio Venturi: segno due gol nelle prime due partite e mi fa “Ok, davanti ci sai fare, adesso impara a marcare”. A Leffe con i Giovanissimi, finale vinta ai rigori contro il Milan, mi danno la coppa per il miglior giovane, ma prima devo fargli vedere la carta d’identità due volte: avevo già i baffi, non ci credevano che avessi solo 14 anni”.

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Lo “Zio” racconta gli esordi

A Sportweek, Beppe Bergomi ha raccontato anche i due esordi con la maglia nerazzurra: quello in Serie A e quello in Coppa dei Campioni.

TRA ESORDI E FIGURACCE: “Nel giro di undici giorni ho debuttato in Serie A e in Coppa dei Campioni. Più pesante il primo esordio, il 22 febbraio 1981, Inter-Como 2-1: quel giorno successe di tutto. La notte prima della partita viene ricoverato per appendicite Canuti, dunque in panchina quel giorno ci siamo soltanto io, Cipollini, Pancheri e Tempestilli. Vierchowod spacca il ginocchio a Lele Oriali e Bersellini fa a me e a Pancheri: “Scaldatevi”. Però butta dentro me: “Stai addosso a Nicoletti”. Peccato che Nicoletti fosse alto 1,90, proteggeva la palla benissimo, io arrivo fuori equilibrio su un colpo di testa, respingo centrale, arriva Gobbo e fa gol. Poi vinciamo 2-1, ma nel frattempo viene espulso Beccalossi, i tifosi arrivano dietro la nostra panchina per protestare contro l’arbitro e mi prendo vari 5 in pagella. Però un premio mi tocca, la prima vasca calda dopo la partita a San Siro: che meraviglia”. “La prima in Coppa Campioni è il 4 marzo, ma la figuraccia la faccio alla vigilia. Ci alleniamo la mattina alla Pinetina e il mister ci dà qualche ora di libertà: “Ci vediamo oggi pomeriggio alle sei in via Veniero, per andare a San Siro a provare le luci e il campo”. Vado a Settala, anche se è una mazzata: volevo vedere la fidanzatina. Poi, visto che non avevo ancora la patente, inizia il solito viaggio della speranza: pullman fino a Piazza Grandi, il tram 24 fino al Duomo, metro rossa fino a Lotto. Peccato che si fanno le sei e cinque, arrivo dopo aver corso quei duecento metri come un pazzo e sono già tutti sul pullman, ad aspettare me: “Scusate, c’è stato un guasto sulla metro”. Con la Stella Rossa, il giorno dopo, funzionò tutto meglio: il mio uomo – allora si giocava solo a uomo – era il più forte, Petrovic, ma lo marcai attaccandolo, sempre in anticipo, quasi con incoscienza. Ad un certo punto, su una pressione, faccio sfilare la palla e vado via fra due di loro, vicino alla nostra panchina. Erano tutti in piedi: “Bravo zio””.

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