Bennacer: “Io, da Arles al Milan! Religione e famiglia, grazie Milano”

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Davide Giovanzana
Nato in provincia nel 1997, Laureato in scienze della comunicazione. Ho studiato e lavorato con un solo obiettivo nella testa, rendere una passione il mio lavoro: raccontare il Milan alla gente del Milan. Ho un debole per le storie difficili e per gli underdog in tutti gli sport

Arles, Londra, Empoli e il Milan: Ismael Bennacer si racconta ai canali ufficiali del club tra origini, famiglia e religione

Il protagonista del nuovo format Roots sui canali ufficiali del Milan è l’uomo del momento, Ismael Bennacer. Tornato a giocare 6 mesi dopo l’infortunio in semifinale di Champions League, l’algerino si è raccontato a tutto tondo, partendo dalle origini (da qui il titolo del format) e arrivando al rossonero e al rapporto con la città di Milano. Ancora una volta, Ismael Bennacer ha dimostrato anche a parole quanto meriti un palcoscenico importante come quello che il Milan gli può offrire.

Arles, Arsenal, Empoli

Insieme alla sua famiglia, Ismael Bennacer ripercorre i passi della sua carriera prima di arrivare al Milan: da Arles a Londra sponda Arsenal passando per Empoli.

ARLES: “Dove tutto è cominciato, dove tutto è iniziato, dove sono nato, dove ho toccato i miei primi palloni. Qui ho fatto quasi tutto fino ai 17 anni, nel mio quartiere. Quando torno vengo qua e sarà sempre così: i miei genitori non vogliono andare in un’altra casa ed è meglio per me così rimangono tutte le mie cose. Il mio quartiere era tranquillo ma ce ne erano anche di pericolosi, anche oggi: ho visto cose dure e brutte. Volevo giocare con i più grandi: quando arrivavo tutti ridevano, poi vedevano la determinazione che avevo per tutto, non solo per il calcio, e mi hanno subito inserito nel loro gruppo. Questa cosa mi ha fatto crescere di più. Non devo dimenticare da dove vengo, è molto importante per me e per la mia famiglia”.

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TRA PALLONE E CAPOEIRA: “Il pallone lo portavo ovunque. A scuola con la mia classe facevo calcio e quindi facevo allenamento con loro; poi facevo allenamento con la squadra ad Arles; dopo tutto quello giocavo a futsal con la gente che vive nel quartiere. Facevo tre allenamenti. Sapevo che se lavoravo più degli altri, era normale che avrei avuto qualcosa di più. Ha sempre amato il calcio – racconta la mamma – fin da bambino. Da piccolo, quando guardava le partite, non diceva: ‘Calcio’. Ma diceva: ‘Guarda, guarda, guarda!’. Credo abbia iniziato a giocare a calcio a 6 o 7 anni e poi ha fatto Capoeira. Aveva 6 anni – aggiunge il fratello Samir- e credo gli piacesse più la capoeira che il calcio. Ismael da piccolo era un po’ pazzerello, difficile da controllare, saltava dappertutto”.

ARSENAL ED EMPOLI: “Non volevo andare via dalla Francia ma avevo bisogno di una formazione: ad Arles l’avevo avuta ma all’Arsenal era diverso, uno dei settori giovanili migliori d’Europa… E’ stata un’esperienza molto, molto bella. Ad Arles dove vivo è un piccolo quartiere e non c’è niente: a Londra invece c’era tutto. Andare a giocare all’Empoli penso sia stata la scelta più pericolosa della mia carriera, ma comunque sono un giocatore a cui piace rischiare, anche sul campo… E poi volevo giocare, volevo far vedere le mie qualità a tutti. L’Empoli era l’unica squadra che mi ha voluto così, così fortemente. Una decisione dura ma quando hai la fiducia di lavorare bene e ci metti pazienza, alla fine vieni ripagato: e penso di essere stato ricompensato alla fine”.

L’arrivo di Ismael Bennacer al Milan e il rapporto con la città di Milano

Nella seconda e ultima parte di Roots, Ismael Bennacer ha raccontato ancora una volta le emozioni del suo arrivo al Milan, concentrandosi però su un aspetto che in passato non aveva ancora approfondito: quello religioso rapportato alla città di Milano.

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MILAN E MILANO: “Quando il Milan mi ha chiamato, non ci ho pensato troppo, anche perché sapevo che loro mi volevano tanto. Penso che il Milan fosse la squadra perfetta per me per lavorare bene: il talento è qualcosa che puoi avere ma è il lavoro che ti fa diventare la persona e il giocatore che vuoi essere. Qualche volta quando sono sul campo di allenamento mi guardo il logo sul petto e mi dico: ‘Ma io gioco per il Milan’. Poi penso a dov’ero, a dove vengo… quando pensi a queste cose vuoi fare sempre di più. Scudetto? Fino all’ultima partita ero tranquillo, poi quando lo abbiamo vinto è stata un’altra cosa: è stata una cosa incredibile da vivere con i tifosi. Ero molto contento per loro, per avergli fatto questo regalo, per aver scritto la storia per questa società. Ho festeggiato tantissimo”

“A Milano ho imparato tanto nel mio lavoro ma anche nella mia vita qui. Sono cresciuto tantissimo anche nella città. Ora che ho figli, voglio fare tutto per loro come hanno fatto i miei genitori con me: di stare con loro, di spiegargli le cose per avere la mentalità giusta di non lasciare mai quello che vogliono. Sono molto contento qui in Italia e a Milano: nessuno mi dice niente e tutti mi capiscono, questo è molto importante per me perché la mia vita dipende dalla mia religione. La gente quando capisce questo, vuol dire che ho fatto un bel passo: qui sono molto bravi. Io provo a plasmare la mia vita attorno alla mia religione, non il contrario. E’ duro svegliarsi durante la notte per pregare ma lo facciamo per un obiettivo, non solo così”.

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