ESCLUSIVO Ambrosini a Radio Rossonera: “Maldini non aveva bisogno di parlare, bastava guardarlo”

Ambrosini

AMBROSINI – Massimo Ambrosini ha rilasciato una lunga intervista telefonica a Radio Rossonera. Diverse le tematiche affrontate dall’ex capitano del Milan:

Sei stato indubbiamente una bandiera del Milan, com’è stato per te ereditare la fascia da Paolo e che cosa ti ha trasmesso negli anni precedenti che hai potuto poi applicare quando l’hai indossata?

Non nego che sia stato un onere non sempre facile da gestire soprattutto all’inizio, l’eredità era così pesante e grossa che il confronto mi avrebbe visto sicuramente sconfitto per la grandezza del personaggio che era Paolo, per tutto quello che aveva fatto per il club che era inimitabile e irraggiungibile.

Era anche un periodo non semplice perché la squadra non era più forte come negli anni precedenti, quindi anche la volontà di mantenere la squadra a certi livelli la sentivi maggiormente da capitano, poi col tempo impari a gestire tutte queste emozioni, cerchi di mettere a disposizione le tue qualità e la tua personalità e cerchi di adattarti ad un ruolo diverso e oltre all’onere dopo c’è anche l’onore, la gioia e tutto quello che ha portato.

Ci sono certi personaggi e certi giocatori che non hanno bisogno di parlare, devi solo guardarli e devi vedere cosa fanno, quanto lo fanno e per quanto tempo lo fanno e devi cercare di prendere esempio quotidianamente da loro, questo è un po’ il segreto di quello che io ho fatto con Paolo.

Qual è l’emozione di sollevare trofei da capitano del Milan?

Ti rendi conto di avere un’opportunità che capita a pochissime persone. La Supercoppa era una partita un po’ particolare, segnata dalla morte del giocatore del Sevilla, quindi anche l’esultanza e la gioia erano sicuramente più contenute.

Rino a inizio stagione aveva suggerito a Tonali di essere “antico” quando arrivò al Milan, tu cosa diresti a un giovane che muove i suoi primi passi in rossonero?

Di avere coraggio, di avere personalità e non avere paura, con la forza di prendersi delle responsabilità e anche la tranquillità di poter sbagliare che ti viene data dall’età e dalla struttura societaria.

Il Milan è un’enorme opportunità: oltre al privilegio di poterci giocare ha anche la responsabilità, l’impegno quotidiano nell’allenamento per migliorarsi.

Ci vuole poi anche un minimo di sfacciataggine in certe società e a certi livelli per imporsi.

Hai giocato con Clarence, Andrea, Rino, com’è stato per te giocare con ognuno di loro e com’è stato per loro giocare con te?

Io penso che siano stati tutti fortunati a giocare per noi, che prima di tutto eravamo persone serie e ragazzi per bene, ci siamo sempre rispettati.

Abbiamo trovato il modo di convivere e di stare bene insieme, eravamo complementari come giocatori: dal punto di vista tecnico ognuno aveva qualcosa che l’altro non aveva, motivo per cui siamo riusciti a giocare insieme per tanto tempo.

Vieni visto come il Robin di quel gruppo, ti ci ritrovi in questa definizione? Come era far parte di quel gruppo?

Non è una definizione sbagliata, ero consapevole di quale fosse il mio ruolo all’interno di quel gruppo. Cercavo di mettere a disposizione le mie qualità, che erano diverse da quelle dei miei compagni di reparto. La forza di quel gruppo era data dal fatto che ognuno mettesse a disposizione quello che aveva, rispettandosi all’interno di Milanello, con grande voglia di vincere.

Un gruppo che sapeva soffrire e sapeva divertire.

Sono felice e onorato di averne fatto parte in maniera continuativa.

Quando ad Atene Ancelotti annuncia la formazione titolare che cosa provi e cosa provi poi durante la partita?

Sapevo già di dover giocare dall’inizio, quando arrivi a quel livello sai già in anticipo quale sarà la formazione di quella partita. Quando si giunge ad una finale, la cosa meravigliosa è quando arrivi allo lo stadio e vedi già tutti tifosi dentro: le emozioni sono veramente diverse rispetto a qualsiasi altra partita. La volontà e l’euforia si devono mischiare con la concentrazione, devi sapere quello che devi fare e come lo devi fare. Quando arrivi alla fine e riesci a ottenere il risultato la gioia è davvero di altissimo livello.

Il gol al PSV: ce lo vuoi raccontare? Ti è sembrato una rivincita per gli infortuni passati?

Di quella partita lì mi ricordo innanzitutto la sofferenza, derivata dalla forza dell’avversario che ci aveva messo sotto; il gol è stato una liberazione, per chi non era abituato a farne tanti poi….

Passi un attimo in cui ti rendi conto che lo hai fatto veramente, ho ancora il flash in testa: con il fotogramma di me stesso che, dopo aver colpito la palla, guardo e mi rendo conto che è finita in rete, dopodichè comincio a correre e realizzo il fatto di aver segnato un gol in semifinale di Champions che avrebbe portato la tua squadra in finale.

Un’emozione difficile da descrivere, anche se poi  la finale è stata una storia diversa a cui non ho nemmeno potuto partecipare a causa del mio infortunio, ma la mia carriera in quel periodo lì è stata un po’ particolare.

Qual è stato il tuo momento più bello da calciatore? Hai segnato in una finale di Coppa Italia, hai vinto due Champions, hai segnato in semifinale…

Quando vinci la Champions, è l’apoteosi perché ha un valore particolare quando capisci di aver dato gioie ad un numero così elevato di tifosi, ti senti soddisfatto del tuo lavoro, senti che tutti i sacrifici che hai fatto hanno un senso, hai una gioia da condividere con un popolo che è quello del Milan con dei tifosi che sono stati straordinari e che gli abbiamo fatto vivere grandi emozioni e che anche grazie a loro siamo riusciti ad ottenere quei risultati.

Quanto la tua passione per il basket e l’averci giocato hanno influenzato il tuo gioco?

Non lo so, mi hanno detto tante volte questa cosa. Quando ero piccolo giocavo anche a pallavolo, quindi il tempo di andare a prendere la palla in alto mi è stato dato anche da quello, non solo dal basket.

Come ti vedresti a giocare nel calcio di oggi?

Farei più fatica, il calcio è un po’ diverso. Anche se nel finale di carriera avevo cominciato a fare qualcosa di differente, però indubbiamente l’incontrista o quello che distruggeva il gioco avrebbe meno spazio nel calcio moderno.

Per ascoltare il podcast dedicato a Massimo Ambrosini clicca qui

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