A tutto Savicevic: dal momento del Milan al rapporto calcio-politica

DiDavide Giovanzana

Mar 1, 2022

Su La Repubblica in edicola questa mattina vengono riportate le parole di Dejan Savicevic, che parlato di Milan e della situazione in Ucraina.

Sul Milan
“Potrebbe avere perso un po’ il passo, dopo gli errori arbitrali con Spezia e Udinese. Ma sono certo che non perderà la qualificazione Champions.”

Numerosi suoi colleghi hanno appoggiato l’espulsione della Russia dai play-off per il Mondiale.
“Io no, la mia Federazione no. Sia chiaro, non è che io difenda la politica russa, anzi, oppure che io non sia solidale con la gente ucraina. Però difendo i calciatori russi e il loro diritto di non subire la stessa ingiustizia che subii io nel 1992, quando venne impedito a me e ai miei compagni di squadra di giocare con la Jugoslavia l’Europeo in Svezia, per il quale ci eravamo qualificati”.

Ma non le sembra che la prima soluzione della Fifa, il campo neutro e la denominazione Rfu senza bandiera e inno, sia stata solo un compromesso un po’ forzato?
“Al contrario. Penso che quella decisione fosse la cosa più giusta: gli atleti di qualunque sport non hanno alcuna colpa di quello che sta succedendo, devono potere gareggiare. Lo ripeto, parlo con cognizione di causa: è qualcosa che ho vissuto sulla mia pelle e che a distanza di tanto tempo rimane una ferita. I miei compagni e io subimmo un’ingiustizia, che non deve ripetersi adesso”.

E la guerra in Ucraina?
“I calciatori russi non hanno niente a che fare con la decisione di Putin, come non l’avevamo noi trent’anni fa con la guerra in Jugoslavia. Vedo rinnovarsi la stessa situazione vissuta via via dal 1992 da ragazzi che tra l’altro voi conoscevate bene in Italia: Mihajlovic, Jugovic, Mirkovic, Kovacevic, Mijatovic, Savo Milosevic. Oltre a me. Da calciatore ho perso tre grandi competizioni, gli Europei del ’92 e del ’96 e il Mondiale del ‘94, senza alcuna ragione diversa dalla politica, che con lo sport non c’entra affatto”.

-Leggi QUI anche “Leao: Vi dico cosa mi ha detto Pioli per farmi svoltare”-

Non è un dato di fatto dei nostri tempi, questa commistione tra sport e politica?
“Che cosa ha a che fare con la politica un ragazzo che vive per il calcio e di calcio? All’epoca ci eliminarono politicamente, proprio come ora vogliono fare con la Nazionale russa. Rinfrescare la memoria può essere utile”.

A che cosa si riferisce in particolare?
“A tante cose, il mio ricordo è nitido. Ad esempio ai giocatori di basket che si esposero pubblicamente contro il presidente della Serbia, Slobodan Milosevic, eppure furono colpiti da questa sanzione sportiva. Oppure alla storia di Savo Milosevic, che è stato anche attaccante del Parma dal 2000 al 2002 e che scese anche in piazza contro Slobodan Milosevic, quando diventò presidente della Jugoslavia nel 2000. Se qualcuno pensa che questo tipo di sanzione sportiva possa servire a qualcosa, sbaglia. Giocare le partite, semmai, è un messaggio di pace”.

La Federcalcio polacca e quella svedese hanno detto da subito l’opposto.
“Gli statuti di Fifa e Uefa dicono chiaramente che calcio e politica devono essere nettamente  separati. Ribadisco: provo dolore per l’Ucraina, ogni guerra è sbagliata e lo è anche questa, non sono certo per Putin. Però ho letto le dichiarazioni del mio collega della Federazione polacca e non le condivido: il calcio e la qualificazione al Mondiale non devono essere usati dalla politica, alla quale dello sport vero importa ben poco, anzi nulla. Vuole che le racconti un aneddoto su Slobodan Milosevic?”.

Prego.
“Avevamo vinto la Coppa Campioni nel 1991 con la Stella Rossa e ci fu il ricevimento a palazzo. Beh, lui ci stringeva la mano, ma non sapeva nemmeno chi fossimo, aveva un funzionario accanto che glielo diceva all’orecchio”.

Putin sembra un po’ più esperto: era sul palco a Mosca, al Mondiale del 2018.
“Non ci giurerei, credo che le sue priorità siano ben altre. Se qualche calciatore supporta Putin, è sbagliato, ma io non l’ho ancora visto. Noi nel 1992 eravamo già in ritiro in Svezia per l’Europeo da una decina di giorni e il 1° giugno arrivò il fax con la risoluzione dell’Onu: ci dissero che dovevamo sloggiare in ventiquattr’ore. Non auguro a nessuno quell’esperienza”.

La squadra dell’ex Jugoslavia – Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Bosnia, Montenegro, Kosovo – si stava già dissolvendo, dopo il Mondiale del 1990.
“A parte il fatto che tra noi abbiamo conservato rapporti stretti e che ad esempio Zvonimir Boban, croato, resta uno tra i miei migliori amici, quella squadra in cui c’erano bosniaci, montenegrini, macedoni e serbi si era guadagnata il diritto all’europeo, che poi fu vinto proprio dalla Danimarca, seconda nel nostro girone di qualificazione. Penso che oggi i calciatori russi avessero diritto a giocare i play-off in campo neutro”.

Li avrebbe ospitati a Podgorica, visto che si doveva giocare a porte chiuse?
“Non abbiamo grandi stadi e non sarei stato io a potere decidere queste cose, spetta alle autorità governative. Una cosa mi sento di dirla: la guerra non ferma il pallone. Il talento non smette di sbocciare: Vlahovic, che oggi state apprezzando in Italia e che deve e può ancora migliorare, è nato a Belgrado nel 2000”.

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